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mercoledì 19 settembre 2018

SIGNORA PER UN GIORNO (Lady for a Day) - Frank Capra




SIGNORA PER UN GIORNO

Titolo originale - Lady for a Day
Genere - Commedia
Regia - Frank Capra
Soggetto - Damon Runyon ("Madame la Gimp")
Sceneggiatura - Robert Riskin
Produttore - Stanley Kramer
Produttore esecutivo - Harry Cohn
Casa di produzione - Columbia Pictures
Fotografia - Joseph Walker
Montaggio - Gene Havlick
Musiche - Howard Jackson, Mischa Bakaleinikoff (direttore musicale)
Scenografia - Stephen Goosson
Costumi - Robert Kalloch
Lingua originale - Inglese / spagnolo
Paese di produzione - USA
Anno 1933
Durata 96 minuti
Dati tecnici - Bianco/Nero

Interpreti e personaggi

May Robson: Apple Annie
Warren William: David "lo sciccoso"
Guy Kibbee: giudice Blake
Glenda Farrell: "Missouri" Martin
Ned Sparks: "Sorriso"
Walter Connolly: conte Romero
Jean Parker: Louise
Nat Pendleton: "Shakespeare"
Barry Norton: Carlos
Halliwell Hobbes: maggiordomo
Hobart Bosworth: governatore
Robert Emmett O'Connor: ispettore
Ward Bond: poliziotto a cavallo 
George Cooper
Jay Eaton: impiegato dell'hotel
Edward LeSaint: capo della polizia
Charles McAvoy: detective
Miki Morita: maggiordomo di Dave lo Sciccoso
Leo White: Pierre
William Worthington: ospite dell'albergo




TRAMA - Apple ("mela") Annie è una vecchia barbona che sopravvive vendendo mele a Times Square. Ma Apple Annie ha un segreto: con i suoi risparmi sta facendo studiare la figlia Louise in un collegio spagnolo. Nella corrispondenza con la figlia (scritta sulla carta intestata di un albergo che il portiere dell'albergo, amico di Annie, le passa) si è costruita un personaggio: quello di Mrs. E. Worthington Manville. Le lettere di risposta della figlia le arrivano all'albergo, grazie all'aiuto del bonario portiere. Un bel giorno le arriva una lettera in cui Louise le annuncia il fidanzamento col figlio di un nobile spagnolo e l'intenzione di venire a New York per incontrarla prima del matrimonio. Annie si sente perduta: Louise scoprirà tutto. 
A questo punto entra in scena I'amico e protettore di Apple Annie , Dave the Dude (che la protegge anche per motivi scaramantici: è convinto infatti che le sue mele gli portino fortuna). Dave è un gangster buono, capo di una banda che vive soprattutto di bische. Insieme alla sua donna, Missouri Martin, organizza la gran messa in scena: riveste e trucca da cima a fondo la vecchia barbona, che diventa miracolosamente una bella anziana signora e trasforma la sua banda e le donne dei suoi tirapiedi in una folla di gente del bel mondo. Così, Annie è "signora per un giorno". Ma le manca un marito. Io sarà un simpatico vecchio mascalzone che vive di partite al biliardo ma ha il linguaggio forbito, il giudice Blake.
Tutto è pronto. Ma quando arrivano Louise, il fidanzato e il suocero, conte Romero, le cose si complicano e gli equivoci si moltiplicano. Gli avvenimenti precipitano quando la polizia si insospettisce della scomparsa di due giornalisti (Dave li ha "sequestrati" perché non rivelassero il trucco) e ferma Dave. E Dave racconta tutta la storia, che dal posto di polizia arriva al commissario, al sindaco, al governatore . Finché tutti, commossi, finiscono per partecipare al party di Apple Annie. 
Ogni cosa ha funzionato, alla fine. Annie ha vissuto la sua gran giornata, la figlia riparte per il suo felice futuro. Da domani la vecchia tornerà barbona.

COMMENTO - La perfezione del meccanismo. Signora per un giorno è il più perfetto film di Capra che io abbia mai visto. È una critica forse eccessiva, che però denota il grado di coscienza e di maturità che ha raggiunto il cinema di Capra. Visto oggi, è un film che pare datato, che crede troppo nella favola che racconta, che vive soprattutto nella bravura dei protagonisti e in particolare della splendida May Robson. Apple Annie riesce a dare credibilità a questo mondo di teneri buttafuori, di mostri, di fuorilegge; riesce a tenere in equilibrio intorno a sé il tono da realismo poetico e quello da fiaba. 
Un film senza crepe, risolto, bilanciato. Noi gli preferiamo i Capra più schizofrenici, i più velleitari pasticci. È, comunque, il documento di un'America contraddittoria, i cui conflitti possono essere risolti solo "per un giorno", come in questo caso, o "per un'ora": nei film "banali" di Capra.


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lunedì 17 settembre 2018

L'AMARO TÈ DEL GENERALE YEN (The Bitter Tea of General Yen) - Frank Capra




L'AMARO TE DEL GENERALE YEN 

Titolo originale - The Bitter Tea of General Yen
Genere - Drammatico
Regia - Frank Capra
Soggetto - Grace Zaring Stone
Sceneggiatura - Edward E. Paramore Jr. (come Edward Paramore)
Produttore - Frank Capra,  Walter Wanger 
Casa di produzione - Columbia Pictures Corporation
Fotografia - Joseph Walker
Montaggio - Edward Curtiss (come Edward Curtis)
Musiche - W. Franke Harling (come W. Frank Harling)
Costumi - Robert Kalloch e Edward Stevenson
Trucco - Norbert A. Myles
Lingua originale - Inglese
Paese di produzione - Stati Uniti
Anno 1933
Durata 88 minuti
Dati tecnici - Bianco/Nero

Interpreti e personaggi

Barbara Stanwyck: Megan Davis
Nils Asther: Generale Yen
Toshia Mori: Mah-Li
Walter Connolly: Jones
Gavin Gordon: Dottor Robert Strife
Lucien Littlefield: Mr. Jacobson
Richard Loo: Capitano Li
Helen Jerome Eddy: Miss Reed
Emmett Corrigan: Vescovo Harkness
Jessie Arnold: Mrs. Blake
Clara Blandick: Mrs. Jackson
Robert Bolder: missionario
Tetsu Komai





TRAMA - Megan Davis arriva a Shanghai per sposare il missionario protestante Bob Strike. Ma il matrimonio è interrotto da una serie di circostanze. Mentre sta andando alla missione, Megan si imbatte in Yen, un generale cinese dalla fama di bandito e di sanguinario, la cui macchina travolge il suo portatore di risciò. Alla sede della missione, più tardi, non trova il promesso sposo, il quale arriva invece concitato coinvolgendo Megan nel salvataggio di un gruppo di bambini intrappolati in un orfanotrofio a Chapei, in mezzo alle fazioni in guerra. 
Bob e Megan ottengono dal generale Yen un salvacondotto, ma ben presto i due si trovano divisi e la donna cade nelle mani di Yen.
Da questo momento si apre un sottile gioco tra la vittima e il persecutore. Yen tiene Megan nel suo palazzo d'estate e la corteggia in maniera raffinata. Megan è respinta ma anche attratta dalla enigmatica personalità di Yen, fine e violenta insieme. 
Attorno a Yen stanno altri strani personaggi: Jones, l'occidentale al servizio dei cinesi, il capitano Li e I'amante di Yen, Mah Li, che lo tradiscono. Quando Megan aiuta Mah Li a fuggire, Yen si adira ma non riesce ad uccidere Megan: è a sua volta attratto da lei. 
Alla fine, proprio mentre la donna è ormai pronta a cedere, Yen beve, con calma ieratica, una tazza di tè avvelenato.

COMMENTO - Un'altra romance. Commedia e romance fanno parte dello stesso lato di un circolo mitico - struttura portante della letteratura - che muove dalla morte alla rinascita, dalla decadenza al rinnovamento, dall'inverno alla primavera, dall'oscurità alla luce. Commedia e romance sono strettamente collegati. Non solo condividono una comune eredità mitologica, ma tendono a sviluppare un comune terreno che enfatizza il trionfo e il rinnovamento. 
Anche la conclusione tragica del film, dunque, si può vedere come una resurrezione, una mutazione: la redenzione e il sacrificio di Yen, l'innalzamento del rapporto tra Yen e Megan.
Certo che l'universo di Yen è diverso dal resto dell'universo di Capra. Vi trovano spazio i sogni: è il sogno surrealista di Megan, un incubo carico di valenze sessuali, la rappresentazione onirica del desiderio. E vi si sviluppa una storia atipica, dove il desiderio è represso come in Femmine di lusso e Proibito ma inonda di vibrazioni la fantastica residenza di Yen. Il "castello" di Yen, si può dire, è la materializzazione del desiderio. 
Da questo luogo fantastico, fuori della realtà e del mondo, si aprono spiragli sulla Storia: come all'inizio del film, quando Megan attraversa i luoghi dei combattimenti; o come quando, metaforicamente, Megan assiste ad un'esecuzione da una finestra (una finestra sulla Storia dalla rocca delle fiabe).


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sabato 15 settembre 2018

L'ORA DEL LUPO (Hour of the Wolf) - Ingmar Bergman


 L'ORA DEL LUPO

(Hour of the Wolf)
Titolo originale - Vargtimmen
Genere - Drammatico, orrore
Regia - Ingmar Bergman
Soggetto - Ingmar Bergman
Sceneggiatura - Ingmar Bergman
Fotografia - Sven Nykvist
Montaggio - Ulla Ryghe
Musiche - Lars Johan Werle
Scenografia - Marik Vos-Lundh
Paese di produzione - Svezia
Anno - 1968
Durata 90 minuti

Interpreti e personaggi

Max von Sydow: Johan Borg, pittore
Liv Ullmann: Alma Borg, moglie del pittore
Erland Josephson: Barone von Merkens
Ingrid Thulin: Veronica Vogler
Georg Rydeberg: signor Lindhorst, archivista
Gertrud Fridh: Baronessa Corinne von Merkens
Ulf Johanson: signor Heerbrand, terapista
Gudrun Brost: Contessa von Merkens
Naima Wifstrand: anziana nobildonna col cappello
Bertil Anderberg: Ernest von Merkens
Folke Sundquist: ragazzino dell'incubo sulla scogliera
Mikael Rundqvist: Tamino ne Il flauto magico di Mozart
Agda Helin: cameriera di casa von Merkens

Doppiatori italiani

Sergio Graziani: Johan Borg, pittore
Vittoria Febbi: Alma Borg, moglie del pittore
Arturo Dominici: Barone von Merkens
Rita Savagnone: Veronica Vogler
Renato Turi: signor Lindhorst, archivista
Manlio Busoni: signor Heerbrand, terapista





TRAMA - Mentre scorrono i titoli di testa ascoltiamo le voci che accompagnano la realizzazione di un film: "Luci a posto?, "Il trucco?", "Silenzio!", "Ciak", "Azione!". Il regista ci ricorda così, come altre volte, che si ratta di un film, e che il film va visto senza farsi coinvolgere emotivamente tanto da perdere di vista quel che significa (di questo "straniamento" avrebbe voluto fare un prologo e un epilogo, ma poi si limitò a poche battute nella colonna sonora).

Seguiamo la vicenda del pittore Johan e della moglie Alma, che si sono ritirati su un'isola praticamente abitata soltanto dai gabbiani. Johan è in preda a una grave crisi depressiva che affonda le radici in una punizione infertagli dal padre durante l'infanzia e maturata poi nel fallimento di un rapporto con un'amante di nome Veronica. Dopo sette anni di isolamento la nevrosi riprende il sopravvento. Gli incubi si materializzano anzitutto in un giovane licantropo che Io morde mentre sta dipingendo in riva al mare.
Intanto alcuni strani personaggi invadono I'isola rifugiandosi in un vecchio castello. Alma scopre il diario di Johan e se ne serve per cercare di aiutarlo facendo propri i suoi incubi. Uno dei fantasmi, il barone von Markens, invita i due a un party al castello. I mostri sono spaventosi e ridicoli; un capofamiglia simile a un corvo, una vecchia che quando si toglie il cappello si stacca anche la testa, un uomo ragno che cammina sui muri e una versione satanica della stessa Veronica.
Johan è schernito dai fantasmi. Ubriaco e pieno di vergogna, riporta Alma a casa. Lei gli confessa di non sentirsi più sicura accanto a lui. Lui, dopo aver tentato di ucciderla, esce di casa, sconvolto. Nel bosco incontra nuovamente i fantasmi, che lo aggrediscono e lo uccidono. È forse un suicidio? Alma assiste impotente all'epilogo del dramma. Si domanda se ha amato abbastanza oppure se ha amato in modo sbagliato.
Infine rimane nell'isola, legata al ricordo del suo Johan. Il film si conclude con un segno di speranza: tra due mesi nascerà un bambino.




COMMENTO - L'ora del lupo, come dice nel film lo stesso Johan, è l'ora tra la notte e l'alba, quella in cui molta gente muore ma anche molta gente nasce, quella in cui il sonno è più profondo e gli incubi sono più reali. E I'ora in cui gli insonni sono perseguitati dai più riposti terrori, in cui i fantasmi e i demoni si fanno più possenti. 
Il film è dunque una storia di allucinazioni e di paure, un ennesimo viaggio nell'io, nell'inconscio. Il tortuoso e geniale Ingmar Bergman è arrivato a mettere insieme quanto di più simile ci sia a una confessione vera e propria. Certamente è opera autobiografica, pervasa da quel grande desiderio inappagato d'amore che è tipico dell'ispirazione bergmaniana. 
La tragedia di Johan, ha scritto il regista, "è quella dei tentativi fatti da un uomo, conscio della sua terribile solitudine, per generare del calore e creare un contatto umano con il mondo che lo circonda; della sua amara delusione e degli sforzi disperati che fa per difendersi contro le pressioni del mondo esterno"
Sono motivi autobiografici, ma toccano il più vasto tema dell'esistenza nel suo significato assoluto, la ragion d'essere della vita, della creazione che sembra avere esaurito la sua virtualità, la sua presenza.
L'isola è la gabbia strindberghiana, la prigione nella quale I'uomo si trova rinchiuso quando non riesce a risolvere il problema del rapporto con gli altri e quindi dell'amore. Chi cerca di amare ma fallisce è principalmente Alma, che per il grande amore che la unisce al marito accetta di essere assalita dagli stessi fantasmi. 
"Una donna che vive a lungo con un uomo" dice - finisce per essere simile a lui. Dicono che se lei lo ama e cerca di pensare e vedere come lui si identifica con lui, come anche lui si trasforma nella forma di lei. Due persone che hanno vissuto tutta la vita insieme finiscono per somigliarsi. Fare tante esperienze in comune non solo cambia i pensieri, ma anche i volti, che a lungo andare finiscono per avere la stessa espressione".
"Chi non ha visto i suoi studi sul volto e soprattutto i suoi autoritratti?", dice nel film uno dei personaggi a proposito di Johan. L'allusione agli studi sul volto che Bergman compie nei suoi film è palese. Per estensione, possiamo pensare che fosse altrettanto convinto di tracciare ancora una volta, con il film, un autoritratto, anche se parziale. 
Certo, in L'ora del lupo la componente autobiografica è più forte che atlrove.


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giovedì 13 settembre 2018

BINGO - Scene di Denaro e Morte (Bingo: Scene of Money and Death) - Edward Bond




BINGO


Dramma in prosa in sei scene del drammaturgo marxista inglese  Edward Bond
Rappresentato al Northcott Theatre di Exeter il 14 novembre 1973
Venne pubblicato a Londra nel 1974
Lingua originale - Inglese
Genere - Teatro politico
Ambientazione - Warwickshire, 1615 e 1616

Personaggi

William Shakespeare
Un vecchio uomo
Una vecchia donna
Judith
William Combe
Una giovane donna
il figlio
Ben Jonson
Wally
Joan
Jerome
Seconda vecchia donna



Il dramma porta in scena un anziano William Shakespeare, che ha abbandonato il teatro per ritirarsi nella sua Stratford-on-Avon e trascorrere una vecchiaia tranquilla.
Ma la neutralità che egli sogna non è possibile. William Combe, magistrato e proprietario terriero, lo persuade a non opporsi alla nuova politica agricola che sta instaurando nel territorio. Essa porterà a nuovi guadagni per i proprietari (tra cui lo stesso Shakespeare) sia pure al prezzo di nuovi, intollerabili sacrifici per i contadini. Shakespeare accetta, pur riluttante, e cerca di aiutare una giovane vagabonda nei guai. Quando questa però si rivela responsabile di un incendio doloso, Shakespeare non può nulla contro il verdetto di Combe, la condanna alla forca. 
Poco dopo, Shakespeare  incontra Ben Jonson in una taverna, gli presta del denaro e riceve in cambio un flacone di veleno. Ubriaco, Shakespeare vaga senza meta per i campi imbiancati di neve, fino a quando non viene ricondotto a casa dalla figlia Judith, preoccupata per la sua assenza Quindi si mette a letto, scrive con mano tremante il suo testamento e, oppresso dal rimorso, ingolla il veleno prima che Judith riesca a entrare nella stanza. 




SINFONIA D'AUTUNNO (Autumn Sonata - Höstsonaten - Herbstsonate) - Ingmar Bergman




SINFONIA D'AUTUNNO

Titolo originale - Höstsonaten
Genere - Drammatico
Regia - Ingmar Bergman
Soggetto - Ingmar Bergman
Sceneggiatura - Ingmar Bergman
Produttore - Richard Brick

Paese di produzione - Francia, Germania Ovest, Svezia
Anno 1978
Durata 99 minuti

Casa di produzione:
Filmedis
Personafilm
Incorporated Television Company (ITC)
Suede Film
Distribuzione (Italia) - San Paolo Audiovisivi
Fotografia - Sven Nykvist
Montaggio - Sylvia Ingemarsson
Musiche - musiche non originali:
Fryderyk Chopin (da "Les Préludes")
Georg Friedrich Händel (da "Ricorder Sonata")
Robert Schumann (da "Piano concerto in la-minore")
Al pianoforte: Käbi Laretei
Scenografia - Anna Asp
Costumi - Inger Pehrsson
Trucco - Cecilia Drott

Interpreti e personaggi

Ingrid Bergman: Charlotte Andergast
Liv Ullmann: Eva
Lena Nyman: Helena
Halvar Björk: Viktor
Marianne Aminoff: segretaria di Charlotte
Arne Bang-Hansen: zio Otto
Gunnar Björnstrand: Paul
Erland Josephson: Josef
Georg Lokkeberg: Leonardo
Linn Ullmann: Eva da bambina
Knut Wigert: professore
Eva von Hanno: infermiera

Doppiatori italiani

Rita Savagnone: Charlotte Andergast
Vittoria Febbi: Eva




  
PREMESSA - Dopo un film tedesco, nel 1978 un film norvegese, Sinfonia d'autunno, realizzato in Norvegia ma ancora con capitali tedeschi. Fu l'incontro di Ingmar Bergman con Ingrid Bergman, che non recitava nei Paesi scandinavi dal 1940, epoca di Juninatten (Notte di giugno), se si eccettua l'episodio di Stimulantia diretto da Gustav Molander. Ingrid era già malata di cancro, ma questo non le impedì di dar prova di grande professionalità, anche se il suo rapporto col regista non fu sempre facile. L'idea di coinvolgere la sua omonima era venuta al regista ben tredici anni prima. Il progetto originario, che si intitolava Chefen fru lngeborg (Il capo, la signora Ingeborg) fu accantonato quando Bergman venne nominato direttore del Teatro Reale. Accanto alla Bergman, in Sinfonia d'autunno, recita Liv Ullmann, che tra l'altro è norvegese. Il film nell'edizione scandinava offre un ulteriore motivo di curiosità: la Bergman parla in svedese e la Ullmann le risponde in norvegese.
Intanto Bergman aveva risolto finalmente i suoi problemi col fisco, era già tornato in Svezia per ragioni private e stava per tornarvi per motivi di lavoro: anzitutto la regia di La dodicesima notte per il Dramaten di Stoccolma.





TRAMA - Siamo in un villaggio tra i fiordi della Norvegia. Viktor, un pastore protestante, si sofferma a guardare la moglie senza farsi vedere, come fa ogni tanto, e si abbandona ai suoi pensieri: 
"Vorrei riuscire almeno una volta nella vita a dirle che è amata, amata profondamente. Ma non riesco a trovare parole che la convincano". 
Lei, Eva, ha appena scritto una lettera alla mamma, una famosa pianista, per invitarla in casa. Non la vede da sette anni.

Arriva la madre, Charlotte, vivace sebbene abbia perduto da poco il suo compagno Leonardo. Madre e figlia si abbracciano, poi Charlotte va a riposare, stanca del viaggio.
Ha mal di schiena. Chiede alla figlia una tavola da mettere sotto al materasso. Intanto le racconta gli ultimi eventi. 
"Eravamo stati vicini per diciotto anni - dice, riferendosi a Leonardo - e per tredici siamo stati insieme, e mai nessun malinteso. 
Eva dice alla mamma che vive da loro da oltre due anni la sorella Helena, handicappata. Charlotte, che invece, a suo tempo, aveva fatto rinchiudere la giovane in una casa di cura, chiede di vedeva. Helena cerca di esprimersi con dei suoni gutturali; soltanto Eva la capisce. Charlotte le regala un orologio. Ma rimane turbata: 
"Stava a fissarmi su quella seggioIa...".

In montaggio parallelo vediamo Eva che parla con Viktor e Charlotte che si prepara alla cena mettendosi un vestito rosso. La famiglia cena. Charlotte è chiamata al telefono dal press agent, Paul, che la ragguaglia su imminenti impegni concertistici. Poi siede al pianoforte per provare il Preludio numero 2 di Chopin. Chiede a Eva di suonare a sua volta. Eva accetta malvolentieri. Quando ha finito la madre le dà dei consigli che sono critiche.

Charlotte va da Eva che è nella stanza di Erik, il suo bambino affogato alla vigilia del quarto compleanno. Eva le confida le sue sensazioni: dentro di sé sente che il bambino continua a vivere, ne avverte quasi la presenza fisica...

Viktor parla con Charlotte dei problemi di Eva, che rimprovera la mamma per questa interferenza nel suo rapporto col marito. Più tardi il colloquio riprende e si trasforma in un battibecco e in vero e proprio scontro, facilitato da qualche bicchiere di vino.
Le due donne si rinfacciano reciprocamente torti e mancanze. Vediamo in alcuni flashback muti momenti dell'infelice vita di Eva da bambina (la piccola è impersonata da Linn, la bambina che Bergman ha avuto dalla Ullmann). La figlia rimprovera spietatamente la mamma per averla trascurata, per averla spinta all'aborto, per aver tradito il marito, per aver provocato la malattia di Helena (che si sarebbe innamorata di Leonardo quando ancora la sua malattia non era grave). La madre chiede di essere perdonata.
"Non hai attenuanti - grida Eva, - mi dispiace, non ci può essere perdono, sei sempre riuscita ad assolverti, ma non puoi deciderlo da sola, devi assumerti le tue responsabilità e le tue colpe come tutti gli altri".

Paul va a prendere Charlotte e la accompagna sul treno. Dall'arrivo a casa della figlia sono trascorse 36 ore. Charlotte ringrazia il suo accompagnatore per averla portata via. Pensa ad Helena e dice:  "Ma perché ancora vive?". 
Ancora con montaggio parallelo, ci viene mostrata la reazione di Eva alla partenza della madre. "Povera piccola mamma - dice, - non ha resistito, è scappata, so che non la rivedrò mai più". E chiusa nel suo dolore, ma si rianima al pensiero di Viktor e di Erik.

Qualche tempo dopo Eva scrive alla mamma una lettera (la conclusione del film è simile all'inizio) scusandosi per averla fatta soffrire. Ascoltiamo il testo della lettera dapprima dalla voce di Viktor, poi da quella di Eva. I volti in primo piano sono quello di Viktor, poi quello di Eva e infine quello di Charlotte. 
"Ho preteso troppo da te senza darti niente in cambio - è scritto nella lettera, - ti ho tormentata con un vecchio odio che non ha più ragione di esistere. Chissà se la mia lettera ti arriverà, mamma, questo non lo so. E non so se la leggerai, e comunque credo sia troppo tardi. Ma voglio sperare che serva al nostro amore perché è doloroso riconoscere i nostri errori. Al di là di ogni cosa esiste la pietà, la compassione. Forse è ancora possibile curare le nostre ferite, vivere quel che resta e volersi bene. Io non farò più niente, che possa cancellarti dalla mia vita. Ho ancora fiducia. Non mi arrenderò anche se è troppo tardi. Non credo che sia troppo tardi, non può essere troppo tardi".




COMMENTO - Più ottimista del solito, Bergman affida a questo film il compito di mettere in guardia lo spettatore contro ogni forma di egoismo, a cominciare da quella, impietosa e sottile, che non risparmia neanche i rapporti familiari e gli affetti più immediati come quello tra genitori e figli. Lo fa con un'opera semplice, rarefatta, solenne. Il titolo originale in cui non si parla di una sinfonia, ma di una sonata (Sonata d'autunno) aiuta a capire il taglio dell'opera. Una sinfonia infatti è una composizione per orchestra, mentre una sonata è un brano per strumenti. I personaggi, gli interpreti sono come docili strumenti: come violoncelli, per dirla col regista. Sono strumenti solisti: eseguono degli "a solo", si confrontano, si contrappongono. Il film è avarissimo di emozioni visive, si snoda come un lungo dialogo a due interrotto brevemente qua e là da rapidi flashback, da brevi riflessioni di Viktor, dai lamenti di Helena. La vicenda si svolge completamente in interni, salvo I'arrivo di Charlotte in auto, la sua partenza in treno e una breve sequenza finale di Eva nel piccolo cimitero adiacente la chiesa, presso la tomba del figlio. 
La macchina da presa è quasi sempre immobile. Ascoltiamo parole, vediamo volti. Si è parlato di teatralità. Meglio sarebbe parlare del massimo grado di concentrazione ottenuto da Bergman nell'uso dei diversi strumenti di comunicazione sociale: teatro, cinema, televisione. Ma non escluderei un cenno alla letteratura: Bergman in fin dei conti è prima di tutto un grande scrittore.

Sul banco degli imputati è Charlotte, egoista, fatua, attenta alla carriera e disattenta ai rapporti familiari, insofferente davanti alla sofferenza, a volte addirittura cinica. Il confronto è con la figlia Eva, personaggio in qualche modo positivo perché di grande sensibilità e di profonda fede. Il suo monologo nella stanza del figlioletto morto di cui continua a sentire la presenza è esemplare e toccante: 
"Mi chiedo a volte dove sia la realtà dove vive il mio bambino. So bene che non può essere descritta materialmente perché è come un universo di sensazioni infinite. Per me I'uomo è un a creazione incredibile, un'invenzione inconcepibile, fantastica. L'uomo ha tutto dentro di sé, colpa e innocenza. Dio ha creato I'uomo a sua immagine e in Dio c'è ogni cosa, ogni uomo. Ogni uomo somiglia a Dio, e così anche i demoni, gli iconoclasti, i profeti, i santi, gli artisti. E vivono tutti uno accanto all'altro. Esistono molte, infinite realtà oltre a quella che sdamo vivendo. Ci avvolgono e sono vicine a noi, dentro e fuori di noi. E la paura che ci ha fatto inventare i limiti e i confini".

A prima vista il torto sembrerebbe essere tutto dalla parte di Charlotte e la ragione tutta dalla parte di Eva. Ma Charlotte, come può, cerca di difendersi. In realtà però Bergman non fa processi, non dà giudizi. Ricava, dai fatti, una lezione. La lezione, accorata e calda, è per tutti: non nascondete la voglia di tenerezza, non innalzate muri, amate il prossimo, a cominciare dalle persone care. È un messaggio semplice, stavolta senza simbolismi. A distanza di anni, è una ulteriore "lezione d'amore". 
Bergman torna alla sua linea migliore, quella della meditazione lirica sui destini spirituali, su quanto vi è in essi di solitudine irrimediabile, ma anche di tendenza a rimediare attraverso ciò che all'uomo resta di più specifico, la comunicazione affettiva e verbale. 
A volte la comunicazione diventa difficile, e distrugge i rapporti umani. Non a caso Bergman affida al colloquio il compito di far venire alla luce il rapporto di antico astio tra madre e figlia e alla lettera scritta quello di riportare invece la serenità. È un nuovo capitolo del suo lungo saggio sull'incomunicabilità tra le persone, sul linguaggio delle parole, sul linguaggio del corpo. 
Esemplare rimane, in tale contesto, l'interpretazione delle due grandi attrici, che orchestrano con fluida ricchezza e autenticità di sfumature un meandrico magma di sentimenti a supporto di due superbi ritratti di donna dentro il crogiolo di uno scavo bergmaniano sempre
più straziante e sottile.

Qualche critica venne mossa a Bergman sul piano formale e su quello sostanziale. Quanto alla forma, lo si accusò di incompiutezza per quella certa sciatteria nei flashback e per una eccessiva concisione. L'impressione è che qui Bergman spinga al parossismo la tecnica del kammerspiel, asciugando al massimò il tessuto narrativo e i mezzi espressivi. Propende per la concisione onde ottenere il massimo di concentrazione, innalza il cinema povero a cinema dei sentimenti elementari, non concede suoni ai ricordi ma soltanto immagini vaghe, puramente illustrative. Il risultato può essere forse diverso dal solito, ma proprio questo film è bergmaniano per eccellenza, forse il più bergmaniano di tutti, nel suo ridurre al minimo ogni mediazione tradizionalmente cinematografica per lasciare al dramma il massimo di spazio e di evidenza e il minimo di inquinamento.

Sul piano sostanziale gruppi di femministe attribuirono a Bergman I'intenzione di dare un'immagine negativa della donna e della madre in particolare. 
Nel contestare queste accuse, Alfonso Moscato suggeriva una originale chiave di lettura: "È proprio sicuro che racconti realisticamente un conflitto madre-figlia e figlia-madre? Non potrebbe trattarsi invece di un esame di coscienza della madre fatto in forma allegorica? Le figlie allora rappresenterebbero I'una il suo fallimento come pianista, l'altra il suo fallimento come donna". 
L'ipotesi, senza dubbio suggestiva, è avvalorata da palesi analogie tra questo e altri film del regista. A mano a mano che la narrazione procede, per esempio, si ha l'impressione che quasi quasi madre e figlia tendano a confondersi in un'unica maschera, come accade in Persona.

Non è l'unica analogia. La fuga finale con alle spalle il destino di una malata somiglia a quella di Il silenzio, e tutte e due le fughe avvengono in treno. La presenza viva del bambino morto richiama in qualche modo alla morta-viva di Sussurri e grida e così via. Non mancano poi, anche qui, riferimenti autobiografici. In Charlotte, Bergman raffigura alcune mancanze della propria madre.
Il proiettore di diapositive usato nella prima parte del film non è che la mitica lanterna magica. La battuta di Charlotte al press agent "Mi facciano trovare una bella toilette dietro al palcoscenico, così non dovrò fare pipì in un vaso da fiori" riecheggia la necessità reale che Bergman ha sempre avuto di una toilette a portata di mano a causa dei suoi disturbi intestinali. Il pastore ricorda ancora una volta il padre del regista, anche se stavolta è dipinto eccezionalmente con maggiore simpatia del solito. È un personaggio non negativo, assolve la funzione di mediatore presentando allo spettatore le varie fasi della vicenda.
Di per sé è, come dichiara, uomo di poca fede, ma, aggiunge, è aiutato dalle certezze della moglie. "La poca fede che mi è rimasta - dice - vive solo nelle sue certezze". Si definisce "persona incerta e dispersiva" ma è uomo che ama, che cerca di amare, che ha capito in anticipo e cerca di applicare la "lezione d'amore" impartita dal film.


RICONOSCIMENTI

1979 - Premio Oscar
Nomination Migliore attrice protagonista a Ingrid Bergman
Nomination Migliore sceneggiatura originale a Ingmar Bergman

1979 - Golden Globe
Miglior film straniero (Svezia)
Nomination Migliore attrice in un film drammatico a Ingrid Bergman

1979 - David di Donatello
Migliore attrice straniera a Ingrid Bergman
Migliore attrice straniera a Liv Ullmann

1979 - Nastro d'argento
Regista del miglior film straniero a Ingmar Bergman

1979 - Premio Bodil
Miglior film europeo ad Ingmar Bergman

1979 - Premio César
Nomination Miglior film straniero (Svezia)

1978 - National Board of Review Awards
Miglior film straniero (Svezia)
Miglior regista a Ingmar Bergman
Miglior attrice a Ingrid Bergman

1979 - National Society of Film Critics Awards
Migliore attrice a Ingrid Bergman

1978 - New York Film Critics Circle Awards
Miglior attrice protagonista a Ingrid Bergman


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martedì 11 settembre 2018

LA FOLLIA DELLA METROPOLI (American Madness) - Frank Capra




LA FOLLIA DELLA METROPOLI

Titolo originale - American Madness
Genere - Commedia, drammatico
Regia - Frank Capra
Soggetto - Robert Riskin
Sceneggiatura - Robert Riskin (dialoghi)
Produttore - Harry Cohn, Frank Capra
Casa di produzione - Columbia Pictures
Fotografia - Joseph Walker
Montaggio - Maurice Wright
Musiche - Mischa Bakaleinikoff 
Scenografia - Stephen Goosson
Paese di produzione - USA
Anno 1932
Durata 75 minuti
Dati tecnici - Bianco/Nero

Interpreti e personaggi

Walter Huston: Thomas Dickson
Pat O'Brien: Matt Brown
Kay Johnson: Mrs. Phyllis Dickson
Constance Cummings: Helen
Gavin Gordon: Cyril Cluett
Arthur Hoyt: Ives
Robert Emmett O'Connor: ispettore di polizia
Robert Ellis: Dude Finlay
Charley Grapewin: Mr. Jones
Sterling Holloway
Lee Phelps: Tim
Tempe Pigott: Mrs. Halligan
Polly Walters: centralinista


  

TRAMA - Thomas Dickson è l'illuminato presidente della Union National Bank. Contro il parere del suo Consiglio d'Amministrazione, insiste nel concedere prestiti basati più sul carattere del cliente che sulle garanzie economiche. Ma alle sue spalle si sta costruendo un meccanismo perverso. La moglie, infatti, mentre egli dedica tutte le sue energie al lavoro, cede alle proposte del cattivo cassiere Cluett (il quale si è indebirato di 50.000 dollari con un gangster ed è da questi costretto a diventare suo complice nello svaligiare la banca). Per avere un alibi, Cluett fa in modo di essere con Dickson al momento della rapina. I sospetti cadono invece su Matt Brown, cassiere della banca, un ex carcerato che si è meritato la fiducia di Dickson.
Si diffonde la notizia della rapina (le voci e i vari passaggi dell'informazione fanno crescere l'ammontare della somma da 100 a 500 mila a 1 milioni di dollari...) e una folla di risparmiatori si riversa sugli sportelli per ritirare i propri risparmi. Dickson tenta di arginare il flusso di denaro, che sta rovinando la banca. È solo: i suoi condirettori, il suo consiglio d'amministrazione, nessuno è disposto a rischiare di tasca propria per aiutarlo.
Ma il fedele e riconoscente Matt chiama gli amici di Dickson, quelli a cui egli ha fatto del bene, e li invita a versare i loro risparmi alla banca. Gli amici accorrono in massa e convincono, con la loro pronta risposta, anche gli altri direttori a difendere la banca. Intanto la polizia blocca Cluett, responsabile della rapina. La banca è salva.

COMMENTO - Dramma borghese, film noir, commedia rooseveltiana. La banca è il centro del mondo, il suo ombelico d'oro; la cassaforte è come un sacrario; sacro è il rito della sua chiusura o del suo svaligiamento. Copia in scala della società americana, la Union National Bank riproduce, oltre alle "follie", anche i bozzetti (piccoli impiegati, telefoniste alla Camerini), le fosche trame (l'adulterio della moglie del direttore), i crimini (il plot giallo). E la macchina di Capra carrella a lungo su questo mondo da scoprire: carrella da sotto il tavolo del consiglio d'amministrazione sino alle gambe delle ragazze sulle scale, carrella tra le file di folla agli sportelli. E guarda dall'alto, partecipe ma anche distaccata e un po' ironica, alla follia collettiva.


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