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lunedì 25 luglio 2016

MEDEA - Euripide

La furia di Medea (1838) Eugène DelacroixPalais des beaux-arts de Lille


MEDEA

Autore - Euripide
Titolo originale - Μήδεια
Lingua originale - Greco antico
Genere - Tragedia
Ambientazione Corinto, Grecia
Prima assoluta  431 a.C.
Teatro di Dioniso, Atene

Personaggi

Medea
Giasone, marito di Medea
Nutrice
Pedagogo
Creonte, re di Corinto
Egeo, re di Atene
Messaggero
Figli di Medea
Coro di donne corinzie

Riduzioni cinematografiche
Medea, di Pier Paolo Pasolini (1969)
Medea, di Lars von Trier (1988)
Médée, di Don Kent (2001)


Medea è una tragedia di Euripide, andata in scena per la prima volta ad Atene, alle Grandi Dionisie del 431 a.C. La tetralogia tragica di cui faceva parte comprendeva anche le tragedie perdute Filottete e Ditti, ed il dramma satiresco I mietitori. Benché l'opera sia considerata uno dei capolavori di Euripide, si classificò soltanto al terzo posto, dietro un'opera di Sofocle, vincitore, e di Euforione (figlio di Eschilo), secondo classificato, i cui titoli non ci sono stati tramandati.


TRAMA - Medea (431 a.C.) è ambientata nella città di Corinto, dove Giasone e Medea, con i loro due figli, si sono rifugiati dopo che la donna ha provocato con le sue arti magiche la fine di Pelia, re della Tessaglia, zio e nemico di Giasone.

Il prologo della tragedia è affidato al personaggio della Nutrice che, angosciata per lo stato fisico e mentale della padrona, annuncia il ripudio di Medea da parte di Giasone, che sta per sposare Glauce, la figlia di Creonte, sovrano di Corinto. L'arrivo del Pedagogo con i bambini accresce l'ansia della Nutrice, da lui informata che Creonte ha deciso di allontanare da Corinto Medea con i suoi figli.
Dall'interno del palazzo giungono i pianti e le maledizioni di Medea: ma quando esce sulla scena, la donna, distrutta dal dolore, si rivolge al Coro delle donne corinzie e ne chiede la solidarietà. Creonte le comunica i suoi ordini e Medea, mostrandosi rassegnata al proprio destino, ottiene di rimandare di un giorno la partenza. 
Giasone e Medea si scontrano in un violento diverbio: la donna gli ricorda di averlo aiutato a impadronirsi nella Colchide del Vello d'oro e di aver fatto uccidere Pelia, ma finge di volersi rappacificare e chiede di inviare i suoi bambini con doni nuziali (una corona d'oro e un peplo ricamato) a Creonte e Glauce, per implorarne la protezione almeno per se stessi. Così avviene e Glauce, commossa, revoca l'esilio per i due bambini. Ma i doni sono imbevuti di veleno e poco dopo un Nunzio riferisce i particolari raccapriccianti della morte di Glauce e Creonte.
Medea esulta, poi abbraccia gli amati figlioletti e, pur sostenendo un'aspra lotta con se stessa, non rinunzia al suo feroce proposito: dall'interno della reggia le grida dei bambini trafitti dalla spada impugnata dalla madre indicano che il delitto si sta compiendo.
Quando Giasone accorre è troppo tardi: in alto, sul carro del Sole, gli appare Medea che ha con sé i cadaveri dei figli e urla il suo odio contro l'eroe. A Giasone non resta che invocare Zeus a testimone della cieca vendetta di Medea e maledire il proprio destino.


L'autore

Euripide nacque a Salamina nel 480 a.C. Ricevette un'educazione raffinata, ebbe interessi filosofici e si racconta possedesse una biblioteca personale, fatto assai raro ai suoi tempi. Di temperamento schivo e solitario, la leggenda vuole che componesse le sue tragedie in una grotta sul mare. Ebbe incarichi ufficiali, ma non partecipò direttamente alla politica; nei confronti della religione tradizionale mantenne sempre una posizione di dubbio e scetticismo. Per questo non fu molto amato dai suoi concittadini, che reagivano con diffidenza ai suoi atteggiamenti critici, dettati in realtà da un'intensa partecipazione umana ai problemi del suo tempo. 
Nel 408 lasciò Atene per recarsi in Macedonia, alla corte di Archelao, e morì a Pella nel 406 ca. a.C. 
Il numero delle sue opere è controverso; ci sono pervenute intere 17 tragedie (Alcesti, Medea, lppolito, Eracle, Gli Eraclidi, Andromaca, Ecuba, Le Troiane, Elena, Oreste, Elettra, Le supplici, Le Fenicie, lone, lfigenia in Tauride, lfigenia in Aulide, Le Baccanti) e un dramma satiresco (Il Ciclope).


Il dubbio e l'inquietudine

Non c'era nel pensiero di Euripide la fede nella giustizia divina dei tragici Eschilo e Sofocle; vi predominavano invece lo scetticismo e il dubbio, anche se erano presenti in lui il desiderio di credere nella divinità, la pietà per la debolezza degli uomini e l'angoscia per le sventure che li colpiscono. L'impotenza nei confronti del destino imposto dagli dèi Io commuoveva, per cui le sue tragedie più che orrore suscitano pietà.
L'inclinazione alla meditazione filosofica porrò il tragediografo a creare personaggi in conflitto con se stessi, ad affermare che su ogni problema e situazione si possono dare giudizi contrastanti. Nelle sue opere predominavano l'incertezza e l'inquietudine di fronte al modificarsi delle vicende umane: i discorsi dei personaggi argomentavano le ragioni del loro
agire, in una contrapposizione di motivazioni e valutazioni; il Coro interveniva talvolta come giudice della discussione.


Le innovazioni: il prologo e il "deus ex machina"

Non assumendo come fonti solo i miti conosciuti, ma scegliendo episodi secondari dei grandi cicli epici e tragici, Euripide ebbe bisogno di spiegare, prima che si avviasse l'azione della tragedia, la situazione iniziale attraverso un prologo, utile a chiarire gli antefatti non conosciuti dagli spettatori. Altra novità fu lo scioglimento finale della vicenda, affidato al cosiddetto deus ex machina, ossia a un procedimento tecnico che consisteva nel far apparire un dio, calato sulla scena da un congegno meccanico, che interveniva a determinare la soluzione della vicenda (resa problematica, appunto, dalla molteplicità di ragioni e motivazioni dei personaggi e dalla complessità dell'intreccio).


L'ANTEFATTO DELLA TRAGEDIA

Il mito: Giasone e il Vello d'oro. 

A Giasone il trono di Iolco è stato usurpato dallo zio Pelia, il quale si impegna a restituirglielo se gli porterà il Vello d'oro conservato in un bosco della Colchide. Giasone raggiunge la Colchide con la nave Argo e cinquanta eroici compagni (gli Argonauti, tra cui erano Ercole e il poeta Orfeo), ma il re Eeta subordina la consegna del Vello al superamento di alcune terribili prove, tra le quali uccidere il drago che la custodiva e domare due tori dagli zoccoli di bronzo, spiranti fuoco dalle narici. Medea, figlia del re ed esperta in arti magiche, si innamora di Giasone e gli offre il suo aiuto per superare le prove, purché lui la porti via con sé, tradendo così il padre.
Medea, in fuga con Giasone, per interrompere l'inseguimento del padre uccide il fratellino e ne sparge le membra in mare. Medea e Giasone si sposano, ma arrivati a lolco, entrano in conflitto con Pelia, che rifiuta di mantenere la promessa. Allora Medea induce con l'inganno le figlie di Pelia ad uccidere il padre e poi si rifugia con Giasone a Corinto.
Dopo diversi anni, Giasone ripudia Medea per sposare Glauce, figlia di Creonte, re di Corinto; di conseguenza Medea e i figli nati dalla sua unione con Giasone vengono banditi dalla città. Medea decide di vendicarsi.


SCHEDA DI LETTURA

LA FUNZIONE DEL CORO

Il Coro ha il compito di:
* ascoltare commosso le parole di Giasone...

* manifestare a Giasone pietà e saggezza, che sono i sentimenti dell'autore e anche quelli collettivi degli spettatori (Povero Giasone, tu ignori la gravità dei tuoi mali, altrimenti non parleresti in questa maniera...

* riferire a Giasone l'avvenuta uccisione dei figlioletti da parte di Medea; nella tragedia greca infatti le scene di morte non venivano rappresentate sulla scena, ma raccontate quando erano già avvenute (l tuoi figli sono morti: lei, la madre, li ha uccisi)...

* suggellare la tragica conclusione nell'esodo, con il canto eseguito dai coreuti mentre escono dalla scena (Di molti eventi è arbitro Zeus nell'Olimpo; molte sono le risoluzioni inattese dei celesti... e questa vicenda si è suggellata così)...


LE CONTRADDIZIONI UMANE TRA RAGIONE E PASSIONE

Medea è veramente umana nella complessità del suo carattere, combattuta tra esigenze razionali e istanze passionali, sofferenza e terribile ansia di vendetta. L'uccisione dei figli è per lei il dolore più grande (Poveri figli miei, morti per la follia di vostro padre), ma è, anche, la forma di vendetta peggiore per Giasone, il quale assiste furibondo e impotente allo scherno di Medea.


IL DEUS EX MACHINA

La donna fugge dalla reggia sopra un carro tirato da draghi alati, sul quale porta via anche i corpi dei figli. Con questa soluzione del deus ex machina - il carro è stato inviato da Apollo-Sole - si conclude la tragedia (un dio trova la strada per l'impossibile).


IL LINGUAGGIO DRAMMATICO

Nello scambio di battute, ampie e concitate oppure rapide e concise, emergono i sentimenti affannosi e contraddittori dei protagonisti.
Il tono è elevato, come si addice a eroi e a persone di stirpe reale. Le ripetute interrogazioni e l'amara invocazione di Giasone a Zeus segnalano gli stati d'animo, il cordoglio e la disperazione dei personaggi.






domenica 24 luglio 2016

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE (All the President's Men) - Alan J. Pakula



TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE 

Titolo originale - All the President's Men
Lingua originale - Inglese, spagnolo
Paese di produzione - Stati Uniti
Anno 1976
Durata 138 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro
Genere - Drammatico, storico
Regia - Alan J. Pakula
Soggetto libro omonimo di Bob Woodward e Carl Bernstein
Sceneggiatura - William Goldman
Produttore - Walter Coblenz
Fotografia - Gordon Willis
Montaggio - Robert L. Wolfe
Musiche - David Shire
Scenografia - George Jenkins
Costumi - Bernie Pollack
Trucco - Gary Liddiard

Interpreti e personaggi

Robert Redford: Bob Woodward
Dustin Hoffman: Carl Bernstein
Jack Warden: Harry M. Rosenfeld
Martin Balsam: Howard Simons
Hal Holbrook: William Mark Felt ("Gola profonda")
Jason Robards: Benjamin C. Bradlee
Jane Alexander: Judy Hoback, contabile di Hugh Sloan
Meredith Baxter: Debbie Sloan
Ned Beatty: Martin Dardis
Stephen Collins: Hugh W. Sloan Jr.
Penny Fuller: Sally Aiken
Robert Walden: Donald Segretti
John McMartin: Scott

Doppiatori italiani

Cesare Barbetti: Bob Woodward
Ferruccio Amendola: Carl Bernstein
Sergio Fiorentini: Harry M. Rosenfeld
Arturo Dominici: Howard Simons
Giorgio Piazza: William Mark Felt ("Gola profonda")
Giuseppe Rinaldi: Benjamin C. Bradlee
Vittoria Febbi: Judy Hoback, contabile di Hugh Sloan
Renato Mori: Martin Dardis
Angelo Nicotra: Hugh W. Sloan Jr. - Alfred C. Baldwin III
Flaminia Jandolo: Sally Aiken
Manlio De Angelis: Donald Segretti
Luciano De Ambrosis: Joe Markham
Rita Savagnone: segretaria di Martin Dardis
Sergio Graziani: Scott
Alessandro Sperlì: Moffett, capo redattore della cronaca interna del Washington Post
Nando Gazzolo: John Mitchell, ministro della Giustizia
Antonio Guidi: Ken Clawson
Piero Tiberi: Bachinski
Gianfranco Bellini: Al Lewis, giornalista del Washington Post
Simona Izzo: Betty Millene - Debbie Sloan





Due sconosciuti reporter del Washington Post, due nani del giornalismo, contro "tutti gli uomini del Presidente". Davide contro Golia, la tenacia e la fatica della cronaca quotidiana contro le massime autorità del paese più sviluppato del mondo. Non per idealismo o per impegno politico, ma per ambizione di carriera, di 'scoop'. 
C'è una trama oscura che si addensa sempre più, e c'è curiosità e ostinazione per un mistero di cui venire a capo. Bisogna compiere senza scrupoli un lavoro scrupoloso. Ma nessuno immagina che quel lavoro può arrivare al punto di travolgere la cupola del potere.
È lo scandalo Watergate, visto con gli occhi di chi lo fece esplodere, raccontato in un film che lo documenta dal vivo, ponendo in primo piano, ancor più che i volti dei protagonisti, gli strumenti del loro mestiere: il telefono, la macchina da scrivere, il notes d'appunti, le registrazioni, le fotocopie d'assegni, gli elenchi in cui frugare, le sottolineature, le cancellazioni, le domande da porre, le risposte da strappare ad ogni costo, con la dolcezza, con l'inganno, con la crudeltà.
C'è una sequenza che riassume al meglio il senso di tutto ciò: quella girata alla Biblioteca del Congresso a Washington, in cui i due pugnaci cronisti si trovano davanti una montagna di schede da esaminare. Non si spaventano e si mettono a consultarle una per una. La macchina da presa si alza, rendendoli sempre più piccoli: una coppia di formichine che, scavando nei meandri della Casa Bianca, porterà alla luce il marcio del sistema. La macchina si alza fino al soffitto, anzi proprio fino alla 'cupola' del palazzo. 
Metafora eccellente, che racchiude lo spirito dell'intero film.
Il titolo Tutti gli uomini del Presidente è la parafrasi di Tutti gli uomini del re, che vinse l'Oscar nel 1950.
Il suo regista e sceneggiatore Robert Rossen stava nel mirino del comitato maccartista, in cui da tempo sedeva un avvocato di nome Richard Nixon. ll personaggio centrale s'ispirava a un politico corrotto e fascistoide, il senatore Hucy Long governatore della Louisiana. Lo aveva raccontato Robert Penn Warren nell'omonimo romanzo (All the King's Men) insignito del premio Pulitzer e divenuto un bestseller.
Lo incarnava sullo schermo, guadagnandosi l'Oscar pure lui, quel Broderick Crawford che Fellini vorrà per Il bidone, nonostante la sua fama di alcolizzato, d'altronde non smentita.
Ora, All the President's Men fu il titolo adottato da Carl Bernstein e Robert Woodward per il libro coi servizi sul caso Watergate che li avevano resi celebri. 
Nel 1975 Robert Redford, prima di accingersi a interpretare I tre giorni del Condor di Sydney Pollack, se ne assicuro i diritti per la trasposizione cinematografica.
Era appunto affascinato dal fatto che quella battaglia di verità fosse stata ingaggiata da due anonimi reporter piuttosto che dalle grandi firme del giornalismo politico, e condotta non senza ostacoli anche nella redazione del Washington Post.
L'anno dopo, l'attore vide The Parallax View, I'inquietante thriller (in Italia Perché un assassinio) in cui Alan Jay Pakula (New York, 7 aprile 1928 – Melville, 19 novembre 1998) riecheggiava alla lontana il complotto per l'uccisione di Kennedy a Dallas, e fu convinto - da promotore se non da produttore - ch'era lui il regista adatto all'impresa. Dove tuttavia non c'era un complotto contro il Presidente, bensì un complotto del Presidente e dei suoi uomini contro la nazione.
Così, in concomitanza col secondo libro dedicato ai 'giorni finali' di Nixon dal tandem sintetizzato in redazione come 'woodstein', usciva nel 1976 - un anno e mezzo dopo le dimissioni del presidente - il film interpretato da una coppia d'attori non meno famosi: Dustin Hoffman nei panni di Bernstein e lo stesso Redford in quelli di Woodward. Fu I'opera più fortunata nella carriera di Pakula, accompagnata da quattro Oscar seppure non dei principali. Jason Robards, che lo ricevette quale non protagonista nel ruolo del direttore del giornale, curiosamente lo raddoppiò l'anno successivo in quello dello scrittore Dashìell Hammett per Giulia di Zinnemann.
Tutti gli uomini del Presidente condensa in due ore e un quarto, grazie all'abile sceneggiatura di William Goldman anch'essa premiata insieme con la scenografia e col suono, i materiali della prima fase dell'inchiesta: quella compresa tra il 17 giugno 1972, la notte in cui si affaccio il 'caso' in seguito all'effrazione di cinque individui nella sede del partito democratico (situata nel complesso residenziale Watergate), e il 7 novembre dello stesso anno, giorno in cui Nixon veniva trionfalmente rieletto mentre ormai si andavano precisando le sue dirette responsabilità nello 'scandalo'. Pezzo dopo pezzo si stava sfaldando il 'muro di gomma' eretto dai coinvolti e dai testimoni, il 'Comitato per la rielezione del Presidente' appariva in chiaro come macchina di spionaggio e di corruzione, si era documentato capillarmente a che cosa servivano i suoi fondi neri, a comprare Cia e Fbi, istituzioni e ministri, a combattere illegalmente il partito avverso. Per tre quarti il largo schermo è occupato dalla telecronaca dell'evento: il sorridente Nixon che di nuovo giura fedeltà alla Costituzione. Ma a destra la macchina da scrivere continua a 'mitragliare' nuove e devastanti informazioni, che condurranno alla resa finale.
Due entità a confronto in nome della spregiudicatezza: l'informazione e la politica. Un film d'azione paradossalmente basato sulla staticità, dominato dalle parole e dalle mezze parole. Il testimone più importante, battezzato 'Gola profonda' dal titolo del più classico dei pornofilm, si materializza nel minaccioso buio di un parcheggio e guida Woodward distillando verità col contagocce. Ma neanche in questo caso si tratta di una figura simbolica: tutto nel film è reale" E l'interesse cresce, come in una partita piena d'angoscia e di suspense, con l'inserimento di inattese pedine e I'evidente imbarazzo, per non dir terrore, dei pochi sottoposti al terzo grado diretto (non c'è quasi domanda di Bernstein che non martelli il 'perché').
In Parallax View un giornalista di provincia (Warren Beatty) si trovava al centro di una visione distorta - come quella su un oggetto spostato dalla parallasse - che lo condannava al fallimento e alla morte. Là l'eroe americano era pessimisticamente distrutto. Qui lo si recupera in positivo, ma non al prezzo di un capovolgimento romantico. Dei due non si sa niente di privato, all'inizio stanno insieme malvolentieri, poi si dividono i compiti e collaborano, ma esclusivamente nell'ansia di un mestiere spietato in un contesto spietato, senza scelte di campo (anzi Woodward si dichiara repubblicano) che non siano la voglia di scoop e la vittoria sulla concorrenza.
L'investigazione è tutta costruita sull'ossessione di sapere, sulla necessità di allineare le prove: da una parte le ombre dell'esterno, dall'altra il luminoso biancore del posto di agguato (la redazione ricostruita in studio con una spesa di quasi mezzo milione di dollari).
Questo è il ricorrente motivo stilistico che regge il film.
E il problema che ne nasce, appassionante, è quello del conflitto duro, implacabile, all'interno di una democrazia costretta, per sopravvivere, a neutralizzare l'infezione che la corrode....





CURIOSITÀ

Robert Redford incoraggiò Bob Woodward e Carl Bernstein a scrivere un libro sulla vicenda in quanto interessato ad acquisirne i diritti cinematografici.
Nella scena dell'arresto, all'inizio del film, uno dei poliziotti è F. Murray Abraham, nel suo primo ruolo cinematografico accreditato.
Frank Wills, la guardia che scoprì l'effrazione nel Watergate, interpreta il ruolo di se stesso.
Il numero telefonico 456-1414 che il personaggio di Woodward compone per chiamare la Casa Bianca corrisponde al vero numero del centralino della sede presidenziale.
Fu il primo film che Jimmy Carter guardò nel periodo della sua presidenza.
Il titolo originale è una chiara allusione alla filastrocca per bambini "Humpty Dumpty", in cui il personaggio (un uovo) cade dal muro e si fa a pezzi, e "all the King's horses and all the King's men / couldn't put Humpty together again" (tutti i cavalli e gli uomini del re non poterono rimetterlo insieme), cioè un danno irreparabile.


RICONOSCIMENTI

Nel 2010 è stato scelto per essere conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

1977 - Premio Oscar
Miglior attore non protagonista a Jason Robards
Migliore sceneggiatura non originale a William Goldman
Migliore scenografia a George Jenkins e George Gaines
Miglior sonoro a Arthur Piantadosi, Les Fresholtz, Rick Alexander e James E. Webb
Nomination Miglior film a Walter Coblenz
Nomination Migliore regia a Alan J. Pakula
Nomination Miglior attrice non protagonista a Jane Alexander
Nomination Miglior montaggio a Robert L. Wolfe

1977 - Golden Globe
Nomination Miglior film drammatico
Nomination Migliore regia a Alan J. Pakula
Nomination Miglior attore non protagonista a Jason Robards
Nomination Migliore sceneggiatura a William Goldman

1977 - British Academy Film Award
Nomination Miglior film
Nomination Migliore regia a Alan J. Pakula
Nomination Miglior attore protagonista a Dustin Hoffman
Nomination Miglior attore non protagonista a Jason Robards
Nomination Miglior attore non protagonista a Martin Balsam
Nomination Migliore sceneggiatura a William Goldman
Nomination Migliore fotografia a Gordon Willis
Nomination Migliore scenografia a George Jenkins
Nomination Miglior montaggio a Robert L. Wolfe
Nomination Miglior colonna sonora adattata a Milton C. Burrow, James L. Webb, Les Fresholtz, Arthur Piantadosi e Rick Alexander

1976 - National Board of Review Award
Miglior film
Migliore regia a Alan J. Pakula
Migliori dieci film
Miglior attore non protagonista a Jason Robards

1977 - Kansas City Film Critics Circle Award
Miglior attore non protagonista a Jason Robards

1977 - New York Film Critics Circle Award
Miglior film
Migliore regia a Alan J. Pakula
Miglior attore non protagonista a Jason Robards

1977 - American Cinema Editors
Nomination Miglior montaggio a Robert L. Wolfe

1977 - Directors Guild of America
Nomination DGA Award a Alan J. Pakula

1977 - National Society of Film Critics Award
Miglior film
Miglior attore non protagonista a Jason Robards
Nomination Migliore regia a Alan J. Pakula

1977 - Writers Guild of America
WGA Award a William Goldman



lunedì 11 luglio 2016

JOHAN PADAN A LA DESCOVERTA DE LE AMERICHE - Dario Fo




JOHAN PADAN A LA DESCOVERTA DE LE AMERICHE

Affabulazione in due atti di Dario Fo
Rappresentata sotto forma di lettura alla Casa del Diavolo di Perugia, agosto 1991
Venne pubblicata a Torino nel 1992



ATTO I

Johan è su una nave che sta lasciando il porto di Venezia. È finalmente libero dall'Inquisizione, che lo perseguita per il suo legame sentimentale con una donna accusata di stregoneria. A Siviglia incontra Colombo, che, criticato per aver sbagliato la strada per le Indie e per non aver tratto abbastanza profitto dalle terre conquistate, è costretto a compiere altri viaggi. Johan, che è nato tra Brescia e Bergamo, odia il mare e si rifiuta di partecipare come marinaio alle spedizioni di Colombo. Trova lavoro, prima come artificiere, poi come scrivano presso una banca corrotta. Smascherati i traffici della banca, l'Inquisizione si mette in cerca dello scrivano: allora Johan come ad aggiungersi all'equipaggio della quarta spedizione di Colombo. Sulla nave il suo compito è quello di badare alle bestie, che devono servire come merce di scambio. Gli spagnoli giungono all'isola "del Santo Doménigo": dopo aver approfittato dell'ospitalità di quel popolo, fanno razzia e, carichi di animali e schiavi, lasciano l'isola. Ma I'imbarcazione è colpita da una forte tempesta, da cui si salvano solamente Johan e altri quattro compagni. I cinque superstiti raggiungono la costa e vengono accolti da una tribù, che insegna loro a mangiare cibi nuovi e a stare sulle amache. 
Dopo un caloroso trattamento, Johan e i suoi compagni sono venduti a un villaggio di cannibali. Grazie al nostro eroe, che aiuta gli indigeni in un assalto dei nemici, i marinai vengono risparmiati. In seguito Johan, avendo previsto un uragano che avrebbe ucciso tutti, è adorato come figlio della luna e del sole che nasce. La tempesta ha spazzato via ogni cosa: Johan e gli indigeni si mettono in cammino alla ricerca di un luogo migliore. In verità lo scopo del giovane è quello di trovare i cristiani, per poter far ritorno a casa.


ATTO II

Gli indigeni non vogliono raggiungere i cristiani, ma non possono rinunciare a Johan: quindi decidono di seguirlo. I marinai istruiscono il popolo primitivo: in poco tempo imparano ad andare a cavallo e a preparare i fuochi d'artificio. Johan si presenta agli spagnoli con una parte dei selvaggi, mentre gli alti rimangono nella foresta, pronti a intervenire in caso di pericolo. L'Alcalde Maggiore, per ringraziarli dei doni preziosi ricevuti, prende i cannibali a lavorare con sé. Il giorno seguente, però, la tribù non è più nel campo: è scappata. L'Alcalde minaccia di impiccare Johan. La forca è già pronta, quando arrivano i selvaggi a chiedere la libertà di Johan in cambio della loro schiavitù. Ma ciò non basta: Johan dovrà essere ugualmente giustiziato. A questo punto la parte della popolazione che era rimasta nascosta passa all'attacco, sparando fuochi d'artificio. Gli spagnoli si danno alla fuga disperati. 
Sono passati più di quarant'anni: Johan è rimasto lì con i suoi cannibali e con tanti figli e nipoti. Non è mai solo: la sera, quando avverte la nostalgia delle montagne di casa, compaiono due ragazze che lo cullano e gli cantano la canzone del suo paese nel dialetto che da lui hanno imparato. 




"Johan Padan è un personaggio che ritroviamo anche nella Commedia dell'Arte, chiamato in maniere diverse: Giovan, Giani, Zanni. Questo Johan è una specie di Ruzzante, più propriamente uno Zanni, maschera prototipo di Arlecchino che, nato a sua volta nelle valli di Brescia e Bergamo, si ritrova letteralmente proiettato nelle Indie, ingaggiato su una nave della quarta spedizione di Colombo". 
Fuggito infatti da Venezia perché complice di una "stroliga", una strega, e approdato a Siviglia, vedendo che anche lì l'Inquisizione è bene attiva, Johan salta sulla prima nave che trova, e arriva alle Indie. 
"È la storia della scoperta dell'America, vista non dal castello di prua, ma da sottocoperta, cioè da un disperato, un poveraccio, un pendaglio da forca". Un pendaglio da forca che non perde però mai l'arte di far ridere: e grazie a questa diventerà, lui complice di una strega, stregone e guida spirituale... dei cannibali."
(Prologo del video)


Dario Fo descrive nel libro Johan così:
"Johan Padan è uno Zanni, un Ruzzante, un Arlecchino proiettato suo malgrado da Bergamo nelle Indie, su una nave di Colombo. A forza di far ridere, riesce a rovesciare il mondo. E anziché esser divorato dai cannibali, li guida ad appropriarsi del cavallo e della polvere da sparo. Così potranno 'scoprire' l'America da soli, alla faccia dei conquistadores."


VEDI ANCHE . . .




domenica 10 luglio 2016

CAVALLERIA RUSTICANA (Rustic Chivalry) - Giovanni Verga

    
Giovanni Verga (1840 - 1922)


CAVALLERIA RUSTICANA

Dramma in prosa in un atto di Giovanni Verga
Rappresentato ai Teatro Carignano di Torino il 14 gennaio 1884
Venne pubblicato su "Cronaca bizantina" il 1° febbraio 1884


TRAMA - È Pasqua, e alla bettola di Gna' Nunzia arriva trafelata Santuzza in cerca del fidanzato Turiddu, figlio di Gna' Nunzia, che ha trascorso la notte fuori. Santuzza sa che Turiddu è stato dall'amante, Gna' Lola, sua fidanzata prima che lui partisse per il servizio militare, sposatasi poi con compare Alfio, che, per lavoro, la lascia sola per lunghi periodi. Mente tutto il paese assiste alla funzione religiosa festiva, Santuzza affronta Turiddu: ne è gelosissima, ed è ormai disonorata, ma Turiddu non vuole accollarsi alcuna responsabilità. Lei, fuori di sé, denuncia la tresca tra Lola e Turiddu ad Alfio e si avvia alla chiesa a funzione finita, presagendo ormai il peggio. Agli amici usciti da messa, tra cui anche Lola, Turiddu offre da bere alla bettola della madre, senza escludere Alfio, che respinge però il bicchiere, sfidando Turiddu a duello. Prima di affrontare Alfio, Turiddu saluta la madre come se partisse per un viaggio senza ritorno, affidandole Santuzza. Nunzia è smarrita, perché non comprende cosa stia accadendo, finché, dal fondo del paese, non giungono le urla di una donna che annuncia la morte di Turiddu. 




COMMENTO - Le novelle 'rusticane' dello scrittore siciliano Giovanni Verga sono ambientate nella campagna della provincia di Catania.
"Cavalleria rusticana", tratta dalla raccolta "Vita dei campi", qui in una trasposizioni teatrale, è la storia del tragico maturare di un delitto per motivi d'onore nell'ambiente arcaico della provincia meridionale.
Turiddu (diminutivo di Salvatore, Turi nel dialetto locale), tornato dal servizio militare, trova Lola, la sua ragazza, fidanzata con il carrettiere Alfio. Lola, sposatasi con Alfio, finirà però per cedere alla corte di Turiddu, provocando lo scontro tra marito e amante. Secondo le regole del codice d'onore, la vicenda si concluderà con un mortale duello a coltellate.

Il racconto è esemplare della narrativa verista, sia per la tematica legata al "fatto di sangue", sia per l'essenzialità dell'esecuzione, quasi del tutto risolta nei dialoghi tra i personaggi, con l'aggiunta di poche notazioni di raccordo.
Noi così assistiamo allo svolgimento dell'azione come testimoni diretto, senza essere influenzati da giudizi o da digressioni dell'autore.
La collocazione della novella in un ambito regionale, oltre che dal tema, è data da precise scelte linguistiche messe in atto dallo scrittore: i nomi (Turiddu, Cola), gli appellativi (gnà Lola, titolo siciliano per le popolane equivalente a "donna", proveniente dallo spagnolo doña), i veri e propri inserimenti di frasi dialettali, le espressioni proverbiali i "le chiacchiere non ne affastellano sarmenti"), i costrutti sintattici popolari riportano realisticamente, pur in maniera mai troppo marcata, all'ambiente popolare siciliano.

Questi elementi sono assunti direttamente dai personaggi che dialogano tra loro, oppure vengono utilizzati dallo scrittore in una forma particolare di tecnica espositiva.
Si sentirà a questo proposito, subito all'inizio del racconto dall'alta voce capace di cogliere e valorizzare tutte le sfumature e i caratteri dei tanti "personaggi", si sentirà la maniera con cui viene descritta l'ira di Turiddu quando apprende la notizia del fidanzamento di Lola con Alfio...

"Dapprima Turiddu come lo seppe, santo diavolone!, voleva trargli fuori le budella dalla pancia, voleva trargli, a quel di Licodia!".

È lo scrittore che sta descrivendo, ma il discorso scivola insensibilmente verso una forma diversa di 'descrizione', tanto che pare stia parlando lo stesso Turiddu: a ciò portano la ripetizione del verbo volere e l'imprecazione "santo diavolone!"
La storia, attraverso questa via, segue i canoni dell'oggettività e pare svilupparsi da sé, passo dopo passo, parola dopo parola, volgendo in maniera fatale verso l'epilogo tragico.




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martedì 5 luglio 2016

BRUTO SECONDO - Vittorio Alfieri

La morte di Cesare (Vincenzo Camuccini)

BRUTO SECONDO

Tragedia in versi in cinque atti di Vittorio Alfieri
Stesa in prosa nel 1786, venne versificata nel 1787 
Pubblicata a Parigi nel 1789
È dedicata al "Popolo italiano futuro" ed è stata ispirata dalla lettura da parte di Alfieri delle Vite Parallele di Plutarco.

AMBIENTAZIONE

A Roma, nel Tempio della Concordia, poi la Curia di Pompeo

PERSONAGGI

Cesare
Antonio
Cicerone
Bruto
Cassio
Cimbro
Popolo
Senatori
Congiurati
Littori


ATTO I

Dopo la fine della guerra tra Cesare e Pompeo, il Senato è riunito al tempio della Concordia per decidere se dichiarare guerra ai Parti. Cesare vuole avere il comando della spedizione con un voto unanime del Senato, diviso però tra Antonio e Cicerone, favorevoli a Cesare, e Cassio e Bruto, ostili a Cesare. Vistosi attaccato, Cesare aggiorna la riunione all'indomani in un luogo meno protetto, la Curia di Pompeo, per decidere una volta per tutte dei Parti e, se i senatori lo vorranno, della sua sorte.


ATTO II

I congiurati contro Cesare decidono le modalità per liberarsene senza urtare la sensibilità del popolo: Cassio,vuole ucciderlo con le sue mani, mentre Bruto accetta di incontrare Cesare per persuaderlo a farsi da parte, liberandosi dalla nefasta influenza dell'ambizioso Antonio. Bruto è legato a Cesare perché è stato da lui graziato dopo la battaglia di Farsalo; tuttavia, se l'abboccamento dovesse fallire, Bruto è pronto a sostenere Cassio.


ATTO III

Al tempio della Concordia, mentre Cesare attende l'arrivo di Bruto, Antonio lo incita a perseguire i suoi nemici. Tra costoro Cesare stima soltanto Bruto, che spera di avere al suo fianco nella spedizione contro i Parti. Cesare sa che non vivrà a lungo e, prima di morire, vuole trionfare in Oriente, affidando a Bruto il compito di pacificare Roma dopo la sua scomparsa. Per persuadere Bruto del legame che li unisce, gli mostra una lettera di Servilia, madre di Bruto, scritta a Cesare poco prima della battaglia di Farsalo, in cui la donna Io pregava di salvare Bruto, frutto di una loro relazione giovanile. I due non si intendono: Bruto vorrebbe che Cesare ripristinasse la libertà repubblicana; Cesare, vista l'ostinazione del giovane a non capire I'irreversibile decadenza istituzionale di Roma, desiste dal cercare un accordo.


ATTO IV

Bruto rivela ai congiurati Cimbro e Cassio di essere figlio di Cesare, ma di voler lavare col sangue questa vergogna. Il suo animo è diviso tra la lealtà alla patria e quella a Cesare; Cimbro comprende il suo dramma umano, mentre Cassio lo sprona a restare fedele all'ideale repubblicano e anticesariano, fermamente espresso al servile Antonio.


ATTO V

Nella Curia di Pompeo si presentano solo i congiurati più accaniti; Bruto rivela davanti a tutti di essere figlio di Cesare e, provocatoriamente, annuncia che Cesare è disposto ad affidare al figlio le sue cariche, restituendo così la libertà a Roma. Cesare smorza l'entusiasmo del popolo annunciando di aver deciso di intraprendere la campagna contro i Parti con Bruto come luogotenente e affidando il governo di Roma ad Antonio. Alle accuse di tirannia da parte di Bruto, Cesare risponde di voler perseguire solo I'utile di Roma e di considerare nemico chiunque gli sia ostile. Bruto snuda il pugnale, segnale convenuto tra i congiurati, e assale Cesare, che muore col volto coperto, abbracciato alla statua di Pompeo. Davanti al popolo accorso per vendicare Cesare, Bruto si assume la responsabilità dell'omicidio, rivelando di aver ucciso il proprio padre per impedirgli di diventare re. Il popolo crede alla fede repubblicana di Bruto e lo segue al Campidoglio per ripristinare la libertà offesa durante la dittatura cesariana.

Vedi la tragedia in versi completa


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sabato 2 luglio 2016

L'ANITRA SELVATICA (The Wild Duck - Vildanden) - Henrik Ibsen


                                                           
 L'ANITRA SELVATICA 
 Titolo originale Vildanden
Dramma in prosa in cinque atti di Henrik Ibsen
Composto tra l'aprile e il settembre 1884
Venne pubblicato a Copenaghen nel novembre 1884 
Rappresentato al Norske Theater di Bergen il 9 gennaio 1885

PERSONAGGI

Werle, commerciante all'ingrosso, proprietario di miniere ecc.
Greger Werle, suo figlio.
Ekdal
Hjalmar Ekdal, suo figlio, fotografo.
Gina Ekdal, moglie di Hjalmar.
Hedvig, loro figlia, 14 anni.
La signora Sörby, governante in casa Werle.
Relling, medico
Molvik, già studente di teologia
Graaberg, contabile.
Pettersen, domestico di Werle.
Jensen, servitore a giornata.
Un signore grasso e pallido.
Un signore calvo.
Un signore miope.
Sei altri signori.
Alcuni servitori a giornata.

L'anitra selvatica rappresenta forse la più complessa e originale tra le opere di Henrik  Ibsen. Tra i temi di questo dramma in cinque atti spiccano i falsi miraggi senza i quali l'uomo comune è incapace di resistere alla pressione dell'ambiente e dei condizionamenti sociali.


ATTO I

Nel corso di un incontro conviviale l'industriale Werle cerca di pacificarsi con il figlio Gregers, nel momento in cui si accinge a sposare un'antica governante che dovrà facilitargli la vita, minacciato com'è da prossima cecità. Per amore del figlio ha invitato al ricevimento anche il di lui amico d'infanzia HjaImar. Ma Gregers, che vive in opposizione antagonistica al padre, rifiuta ogni pacificazione.


ATTO II

Hjalmar è tornato nella sua modesta soffitta, dove abita con la moglie Gina, la figlia Hedvig, minacciata anche lei di cecità, il vecchio padre, fallito e ubriacone, e un'anitra selvatica che, salvata dopo essere stata ferita, ingrassa pigramente nel solaio.
Sopraggiunge Gregers, che ha rotto definitivamente con il padre, e chiede di affittare una stanza a casa dell'amico.


ATTO III

Gregers, in odio a suo padre, intende aprire gli occhi all'amico Hjalmar. Costui ignora di aver sposato in Gina un'ex amante di Werle, che presumibilmente è anche il padre carnale di Hedvig, affetta non a caso da cecità ereditaria. Gli sembra che in Hjalmar ci sia molto dell'anitra selvatica che impigrisce in uno spazio ben altrimenti angusto dei grandi mari liberi.


ATTO IV

Hjalmar, dopo la rivelazione fattagli dall'amico, tratta Hedvig come un'estranea, la rinnega come figlia e dichiara di volersi separare da Gina, sebbene sia troppo pigro per saper rinunciare alla comodità di un'esistenza in cui praticamente non fa nulla, mantenuto dal lavoro fotografico che svolge invece la moglie.


ATTO V

Hedvig, istigata da Gregers, entra nel solaio con la pistola del nonno per uccidere l'anitra, per una sorta di sacrificio che dovrebbe purificare la vita morale della famiglia: ma origlia presumibilmente ciò che Hjalmar dice di sgradevole nei suoi confronti e si spara. Gregers si rende conto di essersi illuso sul conto dell'amico, che non ha tempra morale, tanto che per lui, nel giro di pochi mesi, Hedvig non sarà altro "che un bel tema su cui declamare": e se ne parte disperato, probabilmente deciso a suicidarsi, dal momento che "la vita non è degna di esser vissuta".


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