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martedì 16 agosto 2011

NATIVE LAND – TERRA NATIA - Paul Strand

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America, anno 1934 (mese tale, giorno tal’altro).
In una fattoria del Michigan, un mezzadro è intento al lavoro. A casa la moglie è in faccende. Arriva una squadra di terroristi, sorprende l’uomo colpevole di appartenere ad un’organizzazione sindacale; la moglie teme per il marito, esce, disperata, e ne trova il cadavere.
“Di questo fatto non parlarono i giornali del tempo, neppure la radio fiatò. Perciò la raccontiamo noi”.
E dopo le parole dette da Paul Robeson, il cantante negro, lo spettatore assiste al fatto, ricostruito con impressionante realismo in tutta la violenza drammatica.

Chi ha osato fare questo è un regista americano, sono artisti americani.

America, anno 1936 (mese tale, giorno tal’altro).
Un sindacalista negro è braccato, cerca scampo nella foresta. Gli agrari, sbucati dalla Chiesa di Cristo col fucile spianato, non danno respiro al fuggiasco, lo colpiscono a morte. L’uomo cade a terra, un altro uomo – un pastore bianco – è pronto a soccorrerlo. Gli agrari sparano anche su lui. Ed ora i morti, abbracciati insieme, sono due. Così dev’essere punita la solidarietà tra bianchi e negri.
“Anche di questo fatto i giornali e la radio non dissero parola. Ed anche per questo fatto, spetta a noi rendere giustizia, raccontare la verità”.




Il negro cade, e su di lui, poco dopo, cade il bianco.
Gli assassini sparano senza risparmio contro due esseri umani che hanno osato infrangere la legge fascista del Sud. Nemmeno il famoso finale di Alleluia era così forte come spietato.

Queste sono le sequenze iniziali di uno dei film più coraggiosi e più grandi che siano stati fatti negli Stati Uniti, un film poco o per niente conosciuto in Italia. Si chiama NATIVE LAND, in italiano TERRA NATIA; fu completato nel 1941 dalla società indipendente Frontier Films dopo quattro anni di lavoro, interrotto spesso da difficoltà d’ogni sorta, specie finanziarie. Ma gli autori non vollero transigere né sul contenuto, la cui verità può essere testimoniata dagli atti della Commissione La Follette del Senato, che portò alla luce le violazioni delle libertà civili e dei diritti del lavoro, né sulla forma, che doveva essere degna dell’argomento e dell’amore del popolo americano per la “terra natia”.




Dalla campagna passiamo alla città. Qui lo sviluppo industriale, le fabbriche che gettano sul mercato montagne di prodotti creati dallo sforzo collettivo degli uomini, hanno indotti i lavoratori stessi a pensare collettivamente. Sono sorte così le Unioni dei lavoratori, i cui membri, che si battono per migliori condizioni di vita, per una paga corrispondente alla fatica, sono i pionieri di un’epoca nuova.

In un qualunque angolo grigio di una immensa metropoli, in
un quartiere periferico popolato da quella gente che non si vede mai nei film di Hollywood, una ragazzina sta pulendo una vetrata. Finito il suo lavoro, sale allegramente una scala, bussa a una porta: nessuno risponde. La piccola chiama aiuto, la porta viene sfondata. Sul pavimento della squallida stanza è disteso un uomo, assassinato. Dalla finestra aperta viene un gelo di morte.
Anche sulla fine di questo sindacalista, gli uffici d’informazione non avevano detto una parola.
Dovunque i lavoratori si uniscono per difendere i loro diritti, arriva la mano degli assassini, dei terroristi, delle spie. Il negozietto di un droghiere che ha commercio con gli operai dell’Unione viene devastato. Nel sindacato stesso si sono infiltrati due informatori. Il primo, scoperto, non viene picchiato, ma solo espulso con disprezzo dalla sede dell’Unione. In queste sedi i lavoratori trascorrono le loro ore di riposo, in un ambiente povero, ma sereno, accogliente. L’altra spia sta passando una crisi di coscienza; ma alla fine una manciata di dollari e le grinte degli agenti del padrone sciolgono ogni scrupolo, e il disgraziato consegna l’elenco degli iscritti, i quali, passati subito sulla “lista nera”, vengono licenziati.




Di fronte a questi fatti, gli operai protestano: e la polizia interviene, carica i dimostranti, uccide. In una serie di drammatiche fotografie, scattate spesso in mezzo alla mischia, vediamo i morti e i feriti delle dimostrazioni a San Francisco, in Pennsylvania, in Florida.
E poi ci trasferiamo in una radura, di notte, in un paesino del Sud: due democratici che hanno protestato contro queste brutalità, prelevati dalla banda del Ku-klux-klan, sono martirizzati fino alla morte.


L’episodio, accaduto nel 1935, dà luogo alla sequenza più impressionante del film. Le due vittime vengono immerse nella pece, cosparse di piume, bruciate vive. Gli incappucciati del Klan assistono impassibili. Due occhi, dietro la maschera guardano con particolare sadismo la tortura: sono occhi femminili.

La rappresentazione di un fatto così terribile richiedeva dagli autori una eccezionale padronanza e misura stilistica; bisognava insieme esaltare la fierezza delle vittime e bollare la barbarie dei cavalieri fascisti. Questa sintesi è ottenuta con una sobrietà e una potenza che ricordano l’eccidio di Pskov e i sinistri cavalieri crociati dell’ALEXANDER NEVSKI di Eisenstein.
Ma il periodo in cui avvennero i fatti ricostruiti da TERRA NATIA secondo la cruda verità, è anche il periodo dell’amministrazione progressista di Franklin Delano Roosevelt.

“Questi erano gli anni – ha scritto Paul Strand, presentando il suo film al festival cecoslovacco del 1949, dove venne visto per la prima volta in Europa e premiato – gli anni in cui milioni di uomini e di donne, faticosamente sollevandosi dalle durezze e dalla miseria della depressione, cercavano di ottenere un migliore livello di vita attraverso la formazione dei sindacati.
Questi lavoratori non organizzati nelle grandi industrie della produzione di massa, come l’industria dell’acciaio, della gomma, dei tessili e dell’automobile, incontrarono violenta opposizione ai loro sforzi di organizzare i sindacati.
NATIVE LAND è una riproduzione drammatica di avvenimenti reali della lotta contro gli ostacoli che essi incontrarono, una storia di come milioni di americani, aiutati dal governo, difesero le loro libertà fondamentali con grande coraggio”.




Perciò il film, con la stessa onestà e passione con le quali documenta e denuncia i fenomeni vergognosi di quel periodo storico, riesce a celebrare la terra americana e la sua gente. Ad ogni episodio sanguinoso seguono, per contrasto, liriche descrizioni della natura, e la voce di Robeson s’innalza a rievocare le più belle canzoni popolari; ogni violazione della libertà provoca il ricordo della tradizione democratica di Washington, Jefferson e Lincoln.
La Statua della Libertà (questo è uno dei concetti base del film) non deve essere una trovata reclamistica, ma ilo simbolo di una verità.

Di fronte ai gravissimi episodi denunciati, si leva la protesta popolare. La capitale è bombardata di lettere, di telegrammi, di petizioni che chiedono giustizia. E il governo di Roosevelt risponde: la commissione d’inchiesta scopre retroscena paurosi, tutto l’armamentario della lotta antioperaia, il meccanismo e la tecnica del crimine antisindacale, l’organizzazione spionistica, le somme enormi gettate nella propaganda e nell’equipaggiamento della polizia privata dei capitalisti. I documenti prodotti fanno luce sull’eccidio del ’37, allorché la polizia volle la morte di dieci operai, provocando lo scontro con un corteo di dimostranti.
E’ sulla tomba di uno di questi compagni uccisi, che il film si chiude. La moglie affranta, il bimbo tenuto in braccio dalla nonna, il gruppetto degli amici assistono alla cerimonia. Un operaio rende al morto l’ultimo saluto. Sono parole semplici, un giuramento che impegna non soltanto i pochi presenti, ma tutto il popolo americano a continuare la lotta per il trionfo dei veri ideali democratici.

Ritroviamo Paul Strand in una nuova collana dell’Editore Einaudi, con un insolito e bellissimo libro di fotografe che illustrano un paese italiano. Il libro si intitola appunto UN PAESE, e gli autori sono Paul Strand e Cesare Zavattini. Paul Strand è presentato come uno dei più grandi fotografi americani, e basta aprire il volume per rendersene conto. Ma non è tutto. Chi ha avuto la fortuna di vedere TERRA NATIA, sa che è anche uno dei più grandi cineasti.
Il suo lavoro come operatore nel film sui pescatori messicani REDES (“I rivoltosi di Alvarado”), commissionato dal Dipartimento messicano delle Belle Arti nel 1934 e diretto da Zinnemann, passò subito alla storia del cinema. L’anno dopo Strand era a Mosca e fu scelto da Eisenstein come collaboratore di un film poi non realizzato. Rientrato negli Stati Uniti, fotografò il documentario di Pare Lorentz L’ARATRO CHE SOLCÒ LE PIANURE, finanziato dal governo. Ed ecco, nel periodo 1937-42, Paul Strand presidente e animatore della Frontier Films, la cooperativa non commerciale sorta con lo scopo di produrre documentari educativi e sociali, e che realizzò tra l’altro film sulla resistenza della Spagna repubblicana alla marcia del fascismo e sulla lotta del popolo cinese contro l’aggressione giapponese.

“In questo rapido sviluppo della produzione del film documentario in America – dice Strand – si osserva una caratteristica comune e così forte, che è possibile parlare di questo gruppo e di altri film (per esempio quelli di Joris Ivens) come del nucleo di una tradizione. Anzitutto e soprattutto, c’è una caratteristica sociale consciamente insita in questi film… Nello stesso tempo, come necessario corollario per far sì che questi film raggiungessero realmente il loro scopo, vi era in esso una ricerca estremamente interessante nell’estetica della fotografia, del montaggio, del commento e della relazione tra la parola e l’immagine, degli effetti sonori e della musica”.


Gli autori di TERRA NATIA si chiamano:

Paul Strand (regia, fotografia e supervisione)
Leo Hurwitz (regia e montaggio)
Paul Robeson (commento parlato e cantato)
Marc Blitztein (musica)

I brani ricostruiti sono stati interpretati da attori non professionisti insieme con alcuni dei migliori attori professionisti d’America. Tra essi il più noto da noi, perché impiegato anche a Hollywood, è Howard da Silva (qualcuno forse ricorderà la sua splendida figura di barista in GIORNI PERDUTI con Ray Miland. Howard da Silva è stato pure lui sulla “lista nera” per essersi rifiutato di rispondere all’inchiesta del Comitato per le attività antiamericane. Parlò invece, molto nobilmente, dei diritti del libero cittadino americano; e si sentiva nelle sue parole la fierezza di aver partecipato alla creazione di un film come TERRA NATIA.

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