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domenica 14 agosto 2011

TERESA CONFALONIERI - Guido Brignone

Federico e Teresa  Confalonieri


    




TERESA CONFALONIERI

INTERPRETI - Marta Abba, Giovanni Barrella, Nerio Bernardi, Luigi Carini, Luigi Cimara, Tina Lattanzi, Achille Majeroni, Filippo Scelzo, Carlo Tamberlani

REGIA - Guido Brignone

SCENEGGIATURA - Tommaso Smith

GENERE - Drammatico

Prodotto nel 1934 in Italia


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TRAMA

Nella sua ultima lettera alla moglie, Federico Confalonieri le chiese tre "grazie": che essa per testamento gli lasciasse una ciocca dei suoi capelli..., che disponesse di essere sepolta a Mendrisio, ove già riposava la madre di lui..., che gli facesse conoscere un qualunque suo desiderio, in modo che egli potesse avere la consolazione di adempiere a un suo incarico.

Ma nessuna delle tre "grazie" gli fu concessa. La lettera di Federico giunse a Milano circa un mese dopo la morte di Teresa.
Sempre questo fu il destino di Federico nei confronti della moglie: giungere in ritardo.
Anche l'amore per lei divampò nel suo cuore troppo tardi, quando, chiuso in una cella dello Spielberg, cominciò a capirla e ad apprezzarla.
Teresa, invece, l'aveva sempre amato. E fu una moglie dolce e sottomessa.
Nata il 17 settembre 1787 da Gaspare Casati, ex paggio presso la corte imperiale di Vienna, e da Maria Orrigoni, Teresa, ancora bambina, rimase orfana della madre.
Allevata nel convento di Sant'Agostino, ne uscì a sedici anni.
A diciannove anni, il cuore di Teresa era ancora libero e attendeva l'amore, il grande amore.
E questo giunse quando conobbe un bel giovane, alto, dal viso pensoso, sicuro di sé, quasi sprezzante: il conte Federico Confalonieri.
Mente vivace e aperta, Federico godeva tra gli amici di un singolare primato: nessuna donna aveva mai resistito alle sue attenzioni.
E neppure Teresa seppe resistergli.
A concludere le trattative del matrimonio pensò la nonna paterna di Federico, la contessa Anna Confalonieri Bigli, la quale adorava il nipote, poiché trovava in lui le stesse qualità: sicurezza di sé, esuberanza di carattere.
Il matrimonio si celebrò il 14 ottobre del 1806.
Teresa aveva diciannove anni, Federico ventuno.


UN COMPITO DIFFICILE

La casa dei Confalonieri a Milano, nella contrada dei Tre Monasteri o del Monte di Pietà, accolse la giovane sposa.
Non furono accoglienze calde e affettuose quelle che ricevette la giovane Teresa e non tutti si mostravano benevoli con lei.
Capo della famiglia era il conte Vitaliano Confalonieri, il padre di Federico, il quale accettò Teresa come un'imposizione della madre.
Né grande simpatia per la giovane nuora ebbe la seconda moglie di lui, la marchesa Maria Litta Modiglioni.

La situazione familiare non era certo rosea, ma Teresa, dolce e sottomessa di temperamento, disposta a tutto pur di non dispiacere al suo Federico, seppe portare in quella casa che le era ostile un'ondata di serenità.
Ciò nonostante non riuscì ad accattivarsi le simpatie del conte Vitaliano e di sua moglie.
Federico, dal canto suo, amava la vita di società e spendeva patrimoni per cavalli e carrozze.
Teresa lo assecondava quanto meglio poteva.
Seguendo le usanze del tempo invitava amici e conoscenti nei due palchi del teatro alla Scala di proprietà della nonna di Federico; prendeva parte al quotidiano "corso" in una carrozza sui bastioni di Porta Romana; si fermava all'ombra dei platani per ricevere il saluto degli amici e dei conoscenti.
Cercava insomma di essere una perfetta dama della nobiltà.
In casa, però, riceveva solo umiliazioni. Unica gioia, il grande amore per Federico.
Anche se questi si mostrava sempre più insofferente del legame matrimoniale.


PRIME FRATTURE

Caduta la Repubblica Italiana e creato da Napoleone Bonaparte il Regno d'Italia, venne a Milano come viceré il figliastro del grande corso, Eugenio Beauharnais, figlio di Giuseppina Beauharnais.
La nobiltà milanese, quasi tutta austriacante, non fece buon viso ai nuovi sovrani.
E anche i Confalonieri non videro di buon occhio i nuovi governanti francesi. Tuttavia, quando Teresa venne nominata dama di palazzo della nuova regina, Augusta Amalia di Baviera, non poterono esimersi dall'onorifico incarico.
La giovane sposa prese così a frequentare la corte, dove la sua bellezza fece presto spicco. Tanto spicco che il giovane Eugenio tentò di prendersi qualche licenza.
E sebbene l'irreprensibile dama avesse saputo scoraggiare l'intraprendente viceré, il "tentativo" di Eugenio, passando di bocca in bocca, si trasformò ben presto in una vera e propria tresca.
La fierezza di Teresa seppe far tacere le malevole chiacchiere.
Qualcuno, tuttavia, volle vedere in questo episodio la causa dell'odio di Federico per Napoleone, odio che poi si estese a tutti i regimi assolutisti.

In occasione del nuovo matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d'Austria, nel 1809, la corte si recò a Parigi e Teresa fu invitata a seguirla.
Federico, attratto dalla sfarzosità dell'avvenimento, accompagnò la moglie, ma a Parigi si trovò a disagio.
I titoli nobiliari erano decaduti con l'avvento della repubblica ed egli mal si adattava al semplice ruolo di marito di una dama di palazzo.
Lasciò Parigi e intraprese da solo il viaggio verso il Belgio e l'Olanda: fu questo il primo di una lunga serie di lunghi viaggi che Federico fece senza sua moglie.
In verità Federico Confalonieri non era fatto per il matrimonio.
Teresa invece sì.
Era la donna dell'unico amore, lei..., e tale rimaneva, anche se le scappate extra-coniugali del marito diventavano sempre più numerose.
Teresa soffrì immensamente per l'atteggiamento di Federico, pianse, si disperò, scongiurò.
Nulla.
Sentiva di aver perduto la partita.
Solo quando Federico si ammalò di una grave malattia, ella poté riaverlo accanto a sé. Trepida, ansiosa, Teresa si illuse allora di sentirlo di nuovo vicino. Ma appena guarito, Federico ritornò quello di prima.
Ad aggravare la situazione aveva contribuito la politica alla quale Federico si interessava sempre più assiduamente.
Il fatuo "contino" si era trasformato in un pericoloso agitatore e odiava gli oppressori austriaci che, nel 1815, avevano sostituito in Lombardia i Francesi.


"TI SARÒ VICINA..."

Il nome di Federico Confalonieri figurò presto negli schedari della polizia austriaca come quello di un "capo da tenere d'occhio".
Ogni sua mossa era ormai controllata e segnalata alle autorità.
Alcuni suoi amici patrioti erano in carcere, altri si erano posti in salvo rifugiandosi all'estero.
Ma Federico non voleva fuggire: riteneva ciò un atto di vigliaccheria. Neppure i cauti avvertimenti, che gli giungevano da ogni parte, riuscivano a convincerlo: il conte Confalonieri era, come sempre, sicuro di sé e sprezzante del pericolo.
Teresa, sgomenta, ne seguiva le mosse, spiava il suo volto, cercava di attingere forza dalla sicurezza di lui.
Ma quando rimaneva sola, piangeva, si torturava, si domandava angosciata che cosa aspettasse a porsi in salvo...
"Di che cosa mi possono accusare?! - diceva Federico - Si può fare il processo alle intenzioni?"
Non teneva conto del fatto che a questo mondo esistono i traditori, i pavidi, gli inquisitori astuti.
Teresa, invece, intuiva queste cose e viveva ore di disperazione.
Infatti, alcune ammissioni di un amico arrestato, lo persero definitivamente. E l'arresto di Federico Confalonieri fu deciso.
Il 13 dicembre 1821, circondata la casa, alcuni poliziotti austriaci si presentarono alla contessa.
Federico, avvertito dal domestico del loro arrivo, tentò di fuggire dai tetti, ma una porta murata lo bloccò.
Erano le cinque e mezza quando, avvolto in un tabarro, i polsi legati, il "contino" salì sulla carrozza che lo avrebbe allontanato dalla sua casa per più di quattordici anni.
Teresa fissò il marito negli occhi, e cercò con quello sguardo di dirgli...
"Ti sarò vicina, fino alla morte".
Da quell'istante divenne un'altra donna: forte, decisa, calcolatrice.
Ella aveva uno scopo preciso ormai: doveva difendere il suo grande amore, il suo unico amore, il suo Federico.


LA DURA LOTTA

Alla notizia dell'arresto di Federico Confalonieri, la Milano "bene" rimase sbigottita, tanti che molti cercarono di sfuggire al controllo austriaco rifugiandosi nelle ville di campagna.
Chi più chi meno, tutti avevano sparlato dei dominatori austriaci e ora si sentivano in pericolo. E il conte Confalonieri non poteva aver detto che qualche frase imprudente, qualche "motto di spirito" mal riportato.
Un uomo così squisito, così galante, così sorridente che cos'altro avrebbe potuto fare?
Per prudenza la casa di contrada Tre Monasteri venne evitata e Teresa rimase sola con la sua disperazione. Ma adesso si sentiva forte, poiché sapeva che Federico aveva bisogno di lei, del suo amore.
Non volle più muoversi da Milano: desiderava, almeno, respirare l'aria che respirava lui. E passò un anno senza che potesse vederlo.
"Se mi avessero detto : per un anno non lo vedrai, - confessava - sarei impazzita. La speranza, invece, mi ha sorretto giorno per giorno".
Il 9 ottobre 1823, la sentenza venne pronunciata, ma Teresa non ne fu informata subito. Trattandosi di pena capitale, si attendeva l'approvazione dell'imperatore per renderla pubblica.

Intanto la vita in carcere aveva minato la salute del conte Confalonieri. E Teresa, preoccupata di questo come dell'esito del processo, inviò una supplica al senato lombardo-veneto perché facesse presente all'imperatore, che stava per pronunciare il suo giudizio, le precarie condizioni di Federico.
Ma la lungaggine delle trafile burocratiche e l'incertezza dell'esito della supplica la decisero al grande passo: sarebbe partita per Vienna, si sarebbe gettata ai piedi dell'imperatore, lo avrebbe scongiurato. Mai Teresa, dal giorno dell'arresto di Federico, aveva avuto momenti di debolezza, mai aveva compiuto gesti drammatici in pubblico.
Di fronte all'imperatore, però, non avrebbe avuto ritegno: avrebbe pianto, implorato..., avrebbe manifestato tutta la sua angoscia di donna a fragile e sola, che ama e vuole difendere a ogni costo il suo amore.


UN PICCOLO NEO NELLA PROCEDURA

Prima a riceverla fu l'imperatrice, Carolina Augusta.
Commossa dalle parole appassionate e dall'atteggiamento della giovane donna, fu comprensiva e affettuosa. E promise, promise.
Anche l'imperatore l'accolse cordiale e affettuoso, ma non promise nulla: avrebbe studiato gli atti del processo, avrebbe cercato, avrebbe visto...
Si trattava di una pietosa bugia.
Secondo gli atti del processo, Federico era ritenuto autore e promotore di tutte le cospirazioni italiane. E la sentenza non avrebbe potuto essere diversa: morte per impiccagione.
Il 24 dicembre, vigilia di Natale, l'imperatore convocò a palazzo imperiale il padre di Federico, il fratello Carlo e il cognato Gabrio Casati. E comunicò loro che la sentenza sarebbe stata eseguita a giorni. Anzi li esortò a partire se desideravano giungere a Milano in tempo...
Al tremendo annuncio Teresa non crollò: Federico era ancora in vita e fino all'ultimo si poteva e si doveva sperare. Ebbe ancora un ultimo colloquio di due ore con l'imperatrice, quindi partì per ritornare in Italia.
La mattina del 30 dicembre era già a Milano dove tentò l'ultima carta: una petizione all'imperatore, implorante la grazia, firmata da tutti i membri della nobiltà milanese.
La petizione, dopo quattro giorni, era già sul tavolo dell'imperatore. Ma tutto ciò non valse a nulla.
Francesco I era irremovibile nelle sue decisioni.
L'imperatrice, però, che desiderava veramente aiutare Teresa, tentò un'ultima via per piegare la volontà del marito.
Erano state osservate le norme di legge nel condurre il processo? Già, l'imperatore non aveva notato questa irregolarità, un neo, se vogliamo, ma sempre un'irregolarità. E fece subito sospendere la sentenza.
La sera del 13 gennaio, il marchese Febo d'Adda si presentò in casa Confalonieri e chiese di Teresa.
Ammesso alla sua presenza, le comunicò che Sua Maestà l'imperatore d'Austria si era degnato di commutare la condanna di morte per impiccagione in carcere duro a vita.
Teresa questa volta crollò e rimase priva di sensi per più di un'ora.


"CI ABBRACCEREMO ANCORA!..."

All'alba del 5 febbraio 1824, l'"ergastolano" Federico Confalonieri, con i ferri ai piedi, partì alla volta dello Spielberg.
Da quel momento Teresa si prefisse un unico scopo: ridonare al marito la libertà, dopo aver ottenuto per lui la grazia della vita.
Questa donna, ormai ammalata nel fisico, ma forte nello spirito, si diede ad organizzare fughe, a intrecciare corrispondenze segrete.
Pagò emissari compiacenti, spese un ingente patrimonio.
Federico, nei brevi, frettolosi biglietti che indirizzava alla moglie ripeteva sempre una parola...
"Perdono"...
Perdono per non averla capita prima, per non averla amata come meritava. Ma Teresa rispondeva che era lei che doveva essere perdonata: lei che non era riuscita a ridargli la libertà. E raddoppiava i suoi sforzi, consumava le sue scarse energie.
Fino all'ultimo avrebbe lottato tenacemente.
Ancora delusioni, ancora inganni, ancora richieste di grazia: era tutto un turbinio, un turbinio che distruggeva a poco a poco quel povero essere.
Il 26 settembre 1830, Teresa agonizzava.
Le mulinavano nel cervello le ultime parole di Federico...
"Teresa mia, ci abbracceremo ancora!"
Non poteva più rispondere, ma gli ultimi battiti del cuore fecero eco all'angosciosa implorazione...
"Ancora, ancora...".
Ed esalò l'ultimo respiro serena. Sapeva che ormai Federico era suo, suo per sempre.
Aveva vinto.
Cinque anni dopo la sua morte, il conte Confalonieri fu graziato dal nuovo imperatore, Ferdinando I.
Invecchiato, ammalato, ridotto a una larva, il baldanzoso "contino" di un tempo trovò il mondo vuoto senza Teresa.
Solo dopo molti anni sposò Sofia O'Ferral, una donna tenera, discreta, la quale fin dal primo momento comprese che non sarebbe mai riuscita a colmare il vuoto lasciato da Teresa.
E quando Federico, il 10 dicembre del 1846, morì, ella dispose che venisse sepolto accanto alla prima moglie.
Là era il suo posto, vicino alla donna che aveva vissuto ed era morta per lui.

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