9474652420519448 01688101952603718437

domenica 11 settembre 2011

ELEONORA DUSE - La Divina (the divine)

   
La chiamavano "divina" per la sua arte incomparabile, e tale è rimasta nel ricordo di chi la vide recitare ma, soprattutto, nella leggenda che circonda il suo nome: una leggenda che un poco ha falsato il suo personaggio perché, idealizzando l'attrice, ha messo in ombra la creatura dolente e tormentata che era in lei, che non trovò pace se non nella morte.
Senza dubbio, Eleonora Duse fu una grande attrice: una delle più grandi che abbia avuto il teatro. Ma questo non basta a spiegare il fascino enorme che esercitò sulle platee di tutto il mondo. Fu, e lo dico senza retorica, una "grande anima", un genio della mimica e della parola.
Recitava senza trucco, in vesti dimesse e talvolta perfino sciatte, i capelli scomposti, le mani (le sue bellissime mani) in continuo movimento. Qualunque personaggio interpretasse, tragico o comico che fosse, la finzione scenica non riusciva a sopraffarla. Chi veniva fuori e s'imponeva di prepotenza era sempre lei, "la Duse": una donna che aveva la straordinaria capacità di trasformarsi nelle più disparate "eroine", pur rimanendo se stessa.


    
NACQUE IN ALBERGO
   
Eleonora Duse era figlia d'arte e aveva la recitazione nel sangue.
Suo padre, Vincenzo Alessandro Duse, discendeva da una antica famiglia di comici ed era un discreto attore, anche se la sua passione più autentica era la pittura. La madre, Angelica Cappelletto, donna di scarsa salute e di grande sensibilità, seguiva il marito nella vita randagia che gli imponeva il suo "mestiere" e faceva di tutto per tener vivo intorno a lui il calore della famiglia.
A Vigevano, dove la compagnia di cui faceva parte Vincenzo Duse si era stabilita per una serie di recite, il 3 ottobre 1858, Angelica Cappelletto mise al mondo una bambina che fu battezzata con i nomi di Eleonora Giulia Amalia.
Il lieto evento ebbe luogo in una stanza del modesto albergo "Cannon d'oro" e nessuno, in quel momento, avrebbe potuto immaginare il lungo, glorioso cammino che la neonata avrebbe compiuto nel campo dell'arte.
Alcuni biografi della Duse riferiscono un episodio veramente curioso che si sarebbe verificato davanti al Duomo di Vigevano, all'uscita del piccolo corteo che aveva accompagnato la bambina al battesimo.
Una pattuglia di soldati, guidata da un sergente, avrebbe scambiato la culla di cristallo in cui era adagiata la piccola (era una tradizione tipica del Lombardo-Veneto usare per la cerimonia del battesimo una culla di cristallo) per una teca contenente una reliquia e le avrebbe presentato le armi.
Meravigliato da quell'incomprensibile atto di omaggio, Vincenzo Duse avrebbe chiesto al fratello Enrico cosa stesse accadendo…
"Un simpatico equivoco - rispose Enrico - Hanno creduto che nella culla ci fosse una reliquia e le hanno reso gli onori militari. Questo fatto è di buon auspicio per tua figlia, significa che diventerà una donna importante!!!…."
Ma il destino di Eleonora non sembrava promettere nulla di eccezionale. La bambina seguiva il padre nei continui spostamenti della compagnia e, in un certo senso, cominciò a muovere i primi passi sui palcoscenici di provincia. Così imparò quasi contemporaneamente a parlare e a recitare.
Aveva appena quattro anni e mezzo quando il padre decise di presentarla al pubblico in una riduzione teatrale de I MISERABILI di Victor Hugo. Eleonora ebbe la parte di Cosetta e, dopo una serie di prove estenuanti per una bimbetta quale era, debuttò al "Nobile teatro" di Zara, la sera del 12 marzo 1863.
Strana coincidenza, proprio quel giorno nasceva a Pescara l'uomo che tanta influenza doveva avere sulla vita di Eleonora Duse; l'uomo che ella amò più di chiunque altro, con una passione addirittura "devastatrice".
Quell'uomo si chiamava GABRIELE D'ANNUNZIO.



"GIULIETTA" A QUATTORDICI ANNI
  
Dal debutto a Zara al giorno in cui Eleonora Duse colse la sua prima, significativa affermazione trascorsero dieci anni. Ciò accadde a Verona, nell'immortale dramma GIULIETTA E ROMEO di William Shakespeare. Eleonora aveva quattordici anni. Era un'adolescente pallida, magra, dal volto scavato, la bocca larga, gli occhi infossati sotto le sopracciglia, gli zigomi sporgenti.
Non era propriamente bella, ma non si poteva guardarla senza subire il fascino della sua personalità che già si annunciava prepotente e, starei per dire, "fatale".
Il pubblico veronese si accorse di avere davanti un'attrice dio eccezione; si rese conto che Giulietta era profondamente diversa dalle cento altre che allora si era soliti vedere in teatro.
Ma, mentre il dramma di Shakespeare si svolgeva sulla scena, un ben più grave dramma accadeva tra le quinte; un dramma di cui solo poche persone erano al corrente.
Proprio nel pieno dello spettacolo era giunta sul palcoscenico la notizia che la buona Angelica Cappellotto si era spenta all'ospedale, stroncata dal male inesorabile che minava la sua salute ormai da parecchi anni.

Vincenzo Duse non aveva il coraggio di sospendere la rappresentazione, perché il guadagno della serata era indispensabile agli attori della compagnia. Aveva cercato solo di impedire che la triste notizia fosse riportata a Eleonora.
Precauzione inutile. La ragazza aveva saputo tutto da un colloquio che aveva assistito involontariamente, non vista. Tuttavia riuscì a farsi forza, a trattenere le lacrime, a resistere fino in fondo. Ma quando il sipario calò sul dramma dei due infelici amanti, scappò via singhiozzando dal teatro, percorse a piedi le vie di Verona, raggiunse l'ospedale per gettarsi sul corpo esanime della mamma.



UN GRANDE AMORE SPRECATO
  
Quella notte, Eleonora ebbe il presentimento che la vita non le avrebbe mai dato nulla per nulla, che ogni sua conquista doveva essere pagata con una rinuncia, con un dolore cocente.
Prima di conoscere il piacere esaltante di un successo non occasionale, la Duse dovette infatti passare ancora per altre durissime prove. Il suo modo di recitare senza ricorrere a trucchi del mestiere, la sua voce "di testa" che ora vibrava alta nell'aria, ora quasi si spegneva in un sussurro appena percettibile, le crearono intorno molte incomprensioni. Qualcuno arrivò a consigliarle di cambiare professione.
Ella però resistette a tutto e a tutti: alle lusinghe come alle minacce, alla fame, ai disagi di una vita vagabonda, al male che precocemente e in modo inesorabile le stava rodendo i polmoni.

Ed ecco, giusto a vent'anni, arrivare a Napoli, smaniosa di bruciare le tappe della carriera. Il suo volto pallido, la sua figuretta sbiadita che s'illuminava improvvisamente a un lampo degli occhi, colpirono favorevolmente "donna" Matilde Serao, dittatrice indiscussa del giornalismo partenopeo.
Questa la prese sotto la sua protezione e un giorno la presentò al direttore del "Corriere del Mattino", Mariano Cafiero, brillante articolista e dongiovanni senza scrupoli. Per Eleonora Duse questo incontro significò la scoperta dell'amore. S'illuse di iniziare con quell'uomo una nuova vita, alla quale avrebbe sacrificato perfino l'arte, ma non raccolse infine che un pugno di cenere. Mariano Cafiero l'abbandonò dopo alcuni mesi, senza nemmeno accorgersi che lei, la sua Nennella, come l'aveva chiamata nei momenti di tenerezza, aspettava un figlio.
Eleonora era troppo fiera per abbassarsi a chiedere qualcosa, per gridare la verità all'uomo che l'aveva illusa. Lasciò Napoli e continuò a recitare finché le fu possibile. Poi si ritirò a Marina di Pisa, dove mise al mondo un figlio che le morì dopo pochi giorni.
Sola, disperata, guardata con diffidenza dagli sconosciuti che la circondavano, Eleonora portò al cimitero la sua creatura, il frutto di quel grande amore sprecato, e credette che ormai la vita non avesse più nulla da darle.



"RISCHIEREI DI GUASTARE LA TUA CARRIERA"
   
Eleonora ed Enrichetta
Ma l'abbandono da parete di Cafiero non fu certamente decisivo nella vita dell'attrice.
Si trattava soltanto di un'amara e dolorosa esperienza.
Eleonora la superò con l'aiuto di un compagno d'arte, il buono e modesto Tebaldo Checchi, che le fu accanto, in quei momenti terribili, con una tenerezza e una dedizione commoventi.
Tebaldo si era innamorato di lei da molto tempo ed Eleonora lo sapeva. Ora, mentre faticosamente ritornava a vivere, le parve che quel giovanotto gentile e silenzioso potesse essere qualcosa di più che un amico affettuoso e servizievole. Con lui, accanto a lui, si sentiva al riparo dalle insidie del mondo. E accettò di sposarlo.
Il matrimonio fu celebrato nel 1881 e l'anno dopo Eleonora divenne madre di una bambina, Enrichetta. Ma il legame tra la Duse e Tebaldo Checchi cominciava a dimostrarsi piuttosto fragile. Eleonora, infatti, aveva per il marito più stima che amore e Tebaldo si era accorto presto che la sua posizione di marito della grande attrice si prestava a pettegolezzi di ogni sorta.

Il successo sempre crescente di Eleonora faceva apparire ancor più modeste, agli occhi del pubblico, le sue qualità. La gente malignava sulla sua condizione di "principe consorte", costretto ad assistere nell'ombra ai trionfi della moglie; qualcuno arrivò a insinuare che egli avesse puntato sul matrimonio per riscattare il fallimento di una carriera per la quale non era dotato.
Dal canto suo, Eleonora pareva non accorgersi della situazione di disagio in cui spesso veniva a trovarsi il marito e quindi non cercava neppure di aiutarlo. Viveva per la propria arte, per il pubblico, ed era convinta che a lei non potessero applicarsi le "leggi" che valevano per la gente comune.
Così lentamente si andava scavando un abisso tra i due e la separazione diventava inevitabile.
Nel 1885 la compagnia di cui la Duse faceva parte compì un giro artistico nell'America del Sud. Al termine di esso Tebaldo Checchi non s'imbarcò sulla nave del ritorno, preferì rimanere lontano dalla patria, lasciando la moglie completamente libera di disporre del proprio destino…
"Tu appartieni alla tua arte. - le disse con un nodo alla gola - Io ti sarei solo di impedimento, rischierei di guastare la tua carriera che deve essere invece serena e luminosa".
Ma a spingere l'uomo verso una decisione irrevocabile non era soltanto il desiderio di non intralciare il cammino artistico della moglie. Il buon Checchi si era accorto che Eleonora non era insensibile al fascino di Flavio Andò, il primo attore della compagnia, e non se la sentiva di recitare la parte del marito troppo compiacente.



UN ANNO DI SOGNO
   
Eleonora Duse tornò dunque in Italia sola, pronta a cimentarsi col repertorio più difficile, davanti ai pubblici più esigenti e a sostenere il confronto, che a poco a poco diventava inevitabile, con Sarah Bernardt, riconosciuta universalmente come la più grande attrice del teatro europeo.

Intanto, spentasi in breve tempo la simpatia per Flavio Andò, Eleonora s'infiammò d' amore per un altro uomo: un signore gentile e colto, alquanto più anziano di lei, dall'ingegno versatile e dal cuore inguaribilmente romantico.
Si chiamava Arrigo Boito e raccoglieva meritati successi come musicista e come poeta.
Un anno soltanto durò la relazione sentimentale tra Boito e la Duse. Ma fu un "anno di sogno", che nessuno dei due protagonisti dimenticò mai più, e al quale guardarono sempre con struggente nostalgia, anche quando l'amore fu spento.
Poco dopo entrò nella vita di Eleonora Duse l'uomo che più di tutti doveva farla gioire e soffrire: GABRIELE D'ANNUNZIO.



LA COPPIA DEL SECOLO
  
Eleonora e Gabriele dovevano incontrarsi per forza. Troppe cose li spingevano l'una verso l'altro; Eleonora era simbolo della femminilità più ardente, D'Annunzio rappresentava per i contemporanei il "superuomo", che costruisce la propria vita giorno per giorno secondo un modello da consegnare ai posteri. Insieme, formarono veramente la "coppia del secolo". unica e incomparabile.
Nel "duello" che s'ingaggiò tra i due, che pur amandosi avevano due personalità fortissime in continuo contrasto, la donna era fatalmente destinata a soccombere. Ella amò Gabriele più di quanto Gabriele amasse lei, mise la propria arte al servizio di lui, donò sempre senza mai chiedere, e tuttavia non poté evitare di essere tradita prima, e infine abbandonata.
Ma Eleonora Duse non rimpianse mai i sacrifici fatti per GABRIELE D'ANNUNZIO. Era convinta che egli potesse elevarla spiritualmente; amava in lui non solo l'uomo, ma anche e soprattutto il poeta e, recitando i suoi versi, sentiva di rendere omaggio innanzitutto all'arte. Per questo, anche nell'ora dei più amari contrasti, ella continuò a rischiare il proprio prestigio e il proprio danaro per imporre a un pubblico riluttante le tragedie di Gabriele D'Annunzio.
Era tale l'amore che la univa al poeta che la fine del loro legame segnò anche l'abbandono delle scene da parte della grande attrice.
Infatti, dopo un breve periodo durante il quale cercò nella sua arte l'oblio alla propria delusione sentimentale, Eleonora Duse, nel 1909, al culmine di una prestigiosa carriera, improvvisamente abbandonò il teatro: si giustificò dicendo che era stanca, che ormai non aveva più niente da dare, e si ritirò in una villetta che aveva acquistato ad Asolo, ai piedi del Monte Grappa.
La donna che aveva gridato la propria disperazione prestando la propria voce a centinaia di personaggi, dalla "Signora dalle camelie" a "Francesca da Rimini", non desiderava intorno a sé che il silenzio, la quiete della contemplazione.


L'ULTIMO VIAGGIO
  


     
Ma il desiderio di Eleonora non era destinato a durare a lungo: la tranquillità, l'isolamento del suo rifugio di Asolo vennero turbati dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
La località che aveva scelto per dimenticare e farsi dimenticare fu al centro del grande sconvolgimento che si era abbattuto sull'Europa; Eleonora Duse si risvegliò allora dal suo "sogno" e uscì dalla solitudine in cui si era reclusa. Ma non tornò a recitare: della guerra ella vide subito il lato più angoscioso: la grande sofferenza umana, il dolore. Cercò, nel suo piccolo, di recare conforto a chi ne aveva bisogno; fu tra i soldati, i feriti, gli abbandonati.
Non si risparmiò neppure quando la sua salute malferma le avrebbe imposto un periodo di riposo. Le sue mani, la sua voce meravigliosa, compivano miracoli che alla scienza sarebbero riusciti impossibili, ed ella sentiva di non poter negare una carezza a chi ne aveva bisogno, una parola a chi l'avrebbe custodita nel cuore per sempre.

Nel 1918, tuttavia, Eleonora Duse accettò di partecipare all'unico film della sua vita, una pellicola mediocre che si intitolava "Cenere".
Si decise a questo passo per la curiosità di sperimentare la nuova arte, il cinema, che veniva conquistando il mondo, e anche perché aveva bisogno di danaro. Comunque, ne uscì delusa.
Poi vennero i giorni amari di Caporetto, l'avanzata degli Austriaci. Il Monte Grappa si trasformò nell'ultimo baluardo della patria in pericolo.
Eleonora Duse di dedicò ai "suoi" feriti con un ardore ancora più grande. Finché su di lei, come sull'Italia, non spuntò una nuova aurora di speranza: la pace.
   
Con la guerra, i risparmi di Eleonora si erano volatilizzati: ora ella era quasi povera. Eppure, quando il governo italiano le offrì una pensione, non l'accettò. Aveva sempre lavorato, poteva tornare sulle scene: certo il pubblico non l'aveva dimenticata.
Ed Eleonora tornò a recitare.
Stanca, malata, con la voce che sempre più spesso si spegneva in un sussurro, affascinò di nuovo le platee, tornò ad essere la più grande attrice del secolo, l'interprete mirabile capace di farsi intendere a Mosca come a New York, a Londra come a Parigi e a Vienna, pur esprimendosi soltanto in italiano.
Ma dietro a questo "ritorno" non c'erano soltanto motivi economici. Era la voce misteriosa del sangue, il sangue dei comici di cui era figlia, che la chiamava, era tutta la sua vita di artista che oscuramente si ribellava all'ozio e tendeva a un'altra conclusione, più consona al suo vero destino.

Eleonora Duse partì nel 1923 per una lunga tournée negli Stati Uniti d'America, che cominciò trionfalmente a New York. Poi la compagnia proseguì per Boston, Chicago, Filadelfia, Los Angeles, San Francisco, Indianapolis, Detroit, Cleveland, Pittsburg.

Pittsburg: una città industriale, grigia, fredda, fumosa, una città che Eleonora, sempre assetata di luce e di sole, non avrebbe voluto vedere mai. Vi arrivò in un giorno di pioggia, solo per sentire ancora più acuta la nostalgia dell'Italia. Ma contava di non rimanerci che il tempo indispensabile per soddisfare gli impegni della tournée. Invece era scritto che proprio lì dovesse chiudersi la sua "avventura" terrena.
Al termine dell'ultima recita prevista dal programma, Eleonora fu costretta a mettersi a letto. La febbre la bruciava, la consumava. Invano i medici cercarono di fermare il male che si portava dentro da tanti anni. Ormai non c'era altro da fare che rassegnarsi all'inevitabile.

Eleonora Duse morì il 21 aprile 1924, un lunedì di Pasqua. I giornali di tutto il mondo scrissero che quel giorno tutta l'arte era in lutto.
Qualcuno ricordò che la grande attrice si era spenta in una fredda camera d'albergo, così come in una camera d'albergo era venuta alla luce nel lontano 1858.
La salma di Eleonora fu trasportata in Italia e, dopo solenni funerali celebrati a spese dello Stato, venne sepolta nel cimitero di Sant'Anna, ad Asolo, di fronte al Monte Grappa.










VEDI ANCHE . . .



____________________________________________________________________

1 commento:

Anonimo ha detto...

bellissimo questo tuo post
sei unico Loris...
S.