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lunedì 10 ottobre 2011

CHARLIE CHAPLIN - CHARLOT

    
L’ETERNO VAGABONDO

Nessun artista del secolo scorso, nessun regista o attore di cinema vanta, è noto, la popolarità di Charlie Chaplin. Nessuno come lui ha suscitato attorno alla propria figura e alla propria opera, in ogni nazione, l’interesse di tanti critici, saggisti, divulgatori, illustratori, , biografi.
Poeti come Maiakovski, Sandburg, Aragon, Saba, Govoni, Rafael Alberti hanno scritto versi su di lui, a lui si sono ispirati pittori come Fernand Léger, Gropper, Lhote, Masereel, Marc Chagall…, dalle mie ricerche ho trovato che almeno cinquanta libri importanti gli sono stati interamente dedicati…,
e c’è perfino uno scrittore polacco che, dopo aver visto IL CIRCO, si mise a scrivere un romanzo. E chi può contare gli articoli di giornale, le polemiche, i saggi di rivista, le analisi estetiche, psicologiche, sociologiche, le fotografie, le schede critiche, gli indici filmografici apparsi in tutto il mondo?

Sistemare organicamente e con intelligenza questo immenso materiale era un’impresa grave, difficile, quasi disperata, ma necessaria…, se Charlot è vicino al cuore di milioni di spettatori, si è ben meritato il diritto di venir valutato e studiato sul piano della cultura organizzata. E il fatto che egli sia popolare e comprensibile a tutti è un incentivo maggiore allo studio della sua personalità e della sua poesia, anche su un piano molto elevato.

E’ motivo di soddisfazione per me che mi è capitato tra le mani questo libro, che ha contribuito ad allargare il mio modesto limite della conoscenza di Charlot e, quindi, alla biografia chapliniana, che un’impresa di tanta utilità sia stata condotta a termine proprio da un saggista, filologo, storico, collaboratore di molte pagine del cinema, stimato in tutto il mondo…, Glauco Viazzi.
Dopo due anni di tenace lavoro, dedicato a raccogliere, scegliere, tradurre una quantità enorme di materiale, nelle nostre biblioteche e con l’aiuto di corrispondenti esteri, egli ha presentato, nella “Biblioteca dello Spettacolo” dell’editore Laterza, con il titolo CHAPLIN E LA CRITICA., un ricchissimo volume antologico di saggi, bibliografia…, contributo ad una prima, doverosa sistemazione della letteratura internazionale sul grande regista e attore.
  


   
Viazzi stesso, nelle sue sessanta pagine d’introduzione, riassume le tendenze fondamentali di questa letteratura , in Francia, in Italia, negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Russia, ecc.
L’interpretazione di Charlot fu, nel primo periodo di scoperta (attorno al 1921), letteraria, comparativa, apologetica.Venne poi la ricerca e l’analisi delle caratteristiche del linguaggio cinematografico di Chaplin. Quindi le due tendenze si fusero e integrarono fino a produrre i filoni dominanti: da un lato l’interpretazione mitologistica, dall’altro quella storicistica. La scelta dei saggi del volume è fatta in modo da documentare questa progressione di fasi critiche.

Così troviamo i primi riconoscimenti entusiastici dell’arte chapliniana nelle pagine scritte nel 1921 da due francesi: un regista (Louis Delluc) e uno storico dell’arte (Elie Faure). Nel 1927, in occasione di un processo intentatogli dalla seconda moglie, i surrealisti (Aragon in testa, e Bréton, E’luard, Prevert, Sadoul e gli altri) difesero Chaplin in un loro manifesto, GIU’ LE MANI DALL’AMORE!, integralmente riportato.
In Italia, in periodo fascista, Alberto Consiglio e Giacomo Debenedetti, collaboratori dei primi numeri della rivista CINEMA nel 1936, rappresentarono certa corrente incline ai paragoni intellettuali: Charlot, per loro, è un personaggio-incubo, l’espressione tipica e definitiva dell’angoscia di quel dopoguerra, riflessa anche nelle altre arti e soprattutto nella letteraria.

Il cineasta francese Jacques-Bernard Brunius, nel suo saggio dedicato a un film-chiave nella carriera di Chaplin, MONSIEUR VERDOUX ancora e sempre agli ordini dell’amore, continua, magari un po’ in ritardo, la corrente anarchico-surrealista. Altri due scrittori francesi, André Bazin e Pierre Leprohon, esprimono la loro opinione di cattolici genericamente di sinistra: il primo a tendenza mitologistica (e scriverò più avanti il significato di questo termine), il secondo, che è autore di una delle più diligenti biografie chapliniane, a tendenza estetizzante. Il solo americano riportato in antologia è Harry A. Grace, un giovane studioso di psicologia e sociologia, che si inserisce nella corrente positivista e pragmatista fiorente nel suo paese.
Ma il filone più concreto e più chiaro della critica chapliniana è senza dubbio quello storicista e marxista. Il saggio più lungo e impegnativo pubblicato nel volume è quello intitolatO “Talento e concezione del mondo”, che riguarda tutto il cammino dell’opera creativa di Chaplin ed è dovuto ad un critico russo che si rifà a un rigoroso marxismo e, tra l’altro, è in vivace polemica col volume dei quattro russi apparso in Italia (Bleiman, Eisenstein, Kosinzev e Jutkevic: “La figura e l’arte di Charlie Chaplin, edizione Einaudi).
Un caloroso intervento del regista Pudovkin alla “Casa del Cinema” a Mosca, nel 1944, dà un profilo umanistico di Charlot. Umberto Barbaro, nel suo articolo “Perché Chaplin è dei nostri”, divide Chaplin da Charlot in questo modo: “Ottimismo e solidarietà umana esistono nella coscienza di Chaplin ma non esistono nel mondo di Charlot. Nel mondo del meccanismo capitalistico non c’è posto per questi sentimenti e se essi vi compaiono sono destinati irrevocabilmente all’insuccesso e al fallimento. Nella società divisa in classi non c’è luogo né per la giustizia né per la felicità. Il realismo di Chaplin è, e resta, dalle prime brevi comiche a LUCI DELLA RIBALTA, realismo critico. Esso vale per l’assolutezza della sua condanna di tutto un mondo, per l’evidenza, mai smentita, con cui ne rappresenta l’intollerabilità, per la spinta fortissima che ne viene allo spettatore a fare qualche cosa. Anche se a Chaplin sembrasse che non c’è nulla da fare”.
Mario Alicata, dal canto suo, in un prezioso numero unico su Chaplin apparso a Roma nel 1944, sottolinea l’efficacia popolare dell’arte di Charlot.

A questo punto vorrei far conoscere anche il giudizio d’insieme dell’autore del volume, ciò che ha guidato Viazzi nella scelta dei testi e i suggerimenti che egli può dare alla critica futura. Il suo parere storico, sulla letteratura chapliniana nel suo complesso, è piuttosto severo. Anzitutto egli è contrario alla concezione di Charlot come personaggio mitico. E per dimostrarlo, lo contrappone al mondo di Hollywood: “Il tipico film hollywoodiano di serie – egli dice – propone, e impone, allo spettatore indifeso, cioè incolto e non critico, passivo dinnanzi alla suggestione del film e impossibilitato a compiere una scelta, una certa successione di idee e sentimenti che rispecchiano l’ideologia, la morale, le convinzioni e opinioni dei gruppi egemoni, e che, penetrando nella massa, si tramutano con relativa facilità in modii di pensare e di sentire sostanzialmente estranei alla massa stessa, e che costituiscono una vera e propria alienazione. Questi pregiudizi e luoghi comuni acritici, leggende, superstizioni, fanatismi, possono, seppur con cautela, e con una certa approssimazione, far parlare di mito. Ma l’opera di Chaplin non rientra in alcun modo in questa forma di moderna mitologia. Difatti non induce lo spettatore al “sogno ad occhi aperti”, ma, al contrario, alla ricezione sensibile, umana, cosciente, di sentimenti ed idee: lo porta a riflettere, non ad accettare o subire passivamente; lo induce a meditare sulla vita, sul significato reale degli avvenimenti e dei fatti, sulle loro cause, e sulle loro conseguenze. Insomma costituisce una forma specifica di conoscenza della realtà della vita, cioè di arte”.

Per Viazzi una concezione mitologistica su Chaplin giunge, in ultima analisi, a distruggere la possibilità di una critica seria. Ed ecco, attraverso gli anni, un ripetersi di elogi non motivati, di encomii puri e semplici che non giovano certo alla comprensione effettiva del fenomeno Charlot. Per comprendere meglio Charlot, perché la sua lezione sia utile e reale, bisogna – suggerisce Viazzi – non soltanto sgombrare il campo dai cerebralismi mitologici di certi suoi critici, ma svolgere finalmente tutta una serie di indagini: studiare a fondo. per esempio, i legami di Chaplin con la cultura inglese e la cultura americana, soprattutto la cultura cinematografica americana, con Griffith e con Douglas Fairbanks, con Stroheim e con Buster Keaton. E riordinare i materiali per questo studio, partendo dai film e dagli scritti dello stesso Chaplin: ciò che Viazzi appunto ha fatto con il complesso lavoro di catalogazione e di raccolta che il suo libro contiene.

Con la pubblicazione di questa antologia una casa editrice “storica” come LATERZA, che stampò a suo tempo le opere di Georg Wilhelm Friedrich Hegel e di Benedetto Croce, ha saputo accogliere Charlie Chaplin tra le grandi figure della civiltà del secolo scorso. Ma non dimentichiamo che è esistita un’altra tendenza nel nostro paese. A suo tempo l’onorevole Luigi Scalfaro (ora senatore a vita eletto nelle fila del centrosinistra politica italiana), ritenendo Charlie Chaplin un personaggio pericoloso, predominava una censura la quale non arretrava neppure di fronte a un classico come Charlot.

Nell’antologia di comiche uscita contemporaneamente al libro di Viazzi, e intitolata “L’emigrante vagabondo”, il film famoso in quel tempo, “Emigrante”, risultava volgarmente manomesso: era stato tagliato il brano più importante, quello dello sbarco nel paese della libertà.

Per ritrovarlo intero, dobbiamo ricorrere al manifesto dei surrealisti francesi, a pagina 98 di questo stesso volume:
“Noi ricorderemo lo spettacolo tragico dei passeggeri di terza classe etichettati come bestiame sul ponte della nave che porta Charlot in America, la brutalità dei rappresentanti dell’autorità, l’esame cinico degli emigranti, le sporche mani che frugano le donne, all’ingresso del paese della proibizione, sotto lo sguardo classico della Libertà che illumina il mondo. Quel che questa libertà proietta dalla sua lanterna magica attraverso tutti i film di Charlot, è l’ombra minacciosa degli sbirri, persecutori di poveri, degli sbirri che sbucano ad ogni angolo di strada, e che prima di ogni altra cosa sospettano il vestito miserabile del vagabondo…”

Recensendo CHAPLIN E LA CRITICA di Glauco Viazzi, un quotidiano del tempo aveva scritto… “Imperdonabile l’inclusione del saggio barricadiero ed enfatico firmato da Aragon”. Si avrebbe dovuto perdonare invece anche la censura clericale che andava sforbiciando l’antologia di vecchie comiche di Charlot? Evidentemente sono due modi diversi di intendere la cultura: c’è chi fa un’antologia per offrire documenti su cui ragionare, e chi vorrebbe sopprimere i documenti per non far ragionare più nessuno.
  
Charlie Chaplin - Dipinto di SA Olsen
  

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