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mercoledì 26 ottobre 2011

LA CAGNOTTE (Il salvadanaio - The Piggy Bank ) - Eugène Labiche

     
LA CAGNOTTE


Commedia in prosa in cinque atti di Eugène Labiche. Rappresentata al Palais-Royal di Parigi il 22 febbraio 1864, venne pubblicata nel 1864, venne pubblicata nel 1864.


PERSONAGGI


Champbourcy, benestante
Colladan, ricco agricoltore
Cordenbois, farmacista
Silvano, figlio di Colladan
Felice Renaudier, giovane notaio
Baucantin, collezionista
Cocarelmediatore di cuori solitari
Béchut, commissario di polizia
Leonida, sorella Champbourcy
Bianca, figlia di Champbourcy
Beniamino, cameriere
Giuseppe, domestico di Cocarel
Tricoche, droghiere
La signora Chalamel, fruttivendola
Secondo cameriere
Terzo Cameriere 
Una guardia



TRAMA
.

ATTO I

A La Ferté-sous-Jouarre un'allegra compagnia di amici, ospitata dal benestante Champbòurcy, raccoglie le puntate delle giocate in un salvadanaio di terracotta (la cagnotte, appunto). Si conta il denaro, mentre il giovane Felice chiede la mano di Bianca, figlia di Champbourcy, venendone però ignorato. La cagnotte contiene una somma piuttosto alta e la compagnia decide di spenderla in una gita di una giornata a Parigi. Al gruppo si aggrega anche Leonida, sorella di Champbourcy, perché un suo annuncio di matrimonio ha finalmente ricevuto risposta, dopo quattro anni.


ATTO II

In un ristorante parigino la comitiva si fa notare per le sue maniere non proprio urbane; al momento di pagare, protesta vivacemente perché si ritiene truffata. La compagnia finisce addirittura al commissariato, perché addosso a Champbourcy viene ritrovato un orologio rubato.


ATTO III

Al commissariato, grazie alla deposizione di Beniamino, cameriere del ristorante, tutti i gitanti vengono arrestati come. borseggiatori; una volta in cella, tentano di evadere facendo un buco nel muro. Vengono scoperti dalle guardie, peggiorando la loro situazione, e spediti direttamente in carcere.


ATTO IV

Approfittando del fatto che è martedì grasso e che la città è in preda a una grande confusione, Champbourcy e gli altri fuggono dalla carrozza che li sta portando in carcere e si rifugiano a casa di Cocarel, il mediatore di cuori solitari, che sta per far conoscere Leonida al farmacista Cordenbois. L'incontro fallisce, e Leonida e Cordenbois chiedono a Cocarel la restituzione del denaro da loro versato; Cocarel rimedia presentando a Leonida un alto partito, il commissario Béchut, che, tuttavia, riconosciutala con il fratello, chiama le guardie per ricondurli in prigione.



ATTO V

Champbourcy e gli altri suoi compagni di ventura, insieme a Cordenbois, si risvegliano il mattino successivo in un cantiere, dove hanno trascorso la notte per sfuggire all'ennesimo arresto. Rimasti con pochi soldi, ne combinano di tutti i colori per cercare di uscire senza dare nell'occhio: vengono scambiati per delle maschere, dato l'abbigliamento stravagante, e sbertucciati da tutti. Escono dai guai solo grazie all'intervento del giovane Felice e non vedono l'ora di reimpossessarsi della cagnotte per tornare a La Ferté-sous-Jouarre.





RIASSUNTO


Siamo a la Ferté-sous-Jouarre, un paese di campagna dove ristagna la vita sonnolente della vecchia provincia francese.

I notabili del paese che, come vuole la tradizione, sono il "benestante", il "ricco fittavolo", il farmacista, il notaio, l'esattore, tutte le sere si riuniscono nel salotto di casa Champbourcy - il benestante - per giocare a carte. Le vincite vengono versate in un salvadanaio (appunto "cagnotte") per costituire un fondo comune. Si è stabilito che dopo un anno il salvadanaio verrà aperto e la somma verrà spesa di comune accordo.

All'inizio della commedia, il salvadanaio è stato aperto e i personaggi debbono trovare il modo di spendere i cinquecento franchi che esso contiene. Nasce un'animata discussione, durante la quale si rivelano le manie e i segreti desideri di ogni personaggio: ciascuno, con quel danaro, sogna di togliersi un capriccio. C'è il buongustaio che desidera un ottimo pranzo..., il gaudente che vuole fare una gita, con carrozza e cavalli, alla fiera del paese vicino..., il filantropo che propone di devolvere il danaro a favore della più virtuosa giovinetta del luogo.

Il padrone di casa, invece, ha un'altra idea: perché non compiere con quei soldi un viaggio a Parigi?

Gli altri rimangono perplessi: che interesse può avere un viaggio a Parigi?
"Ma è evidente! - risponde Champbourcy - Parigi è la capitale del mondo, il punto d'incontro delle arti, delle industrie e dei piaceri!..."

In realtà, a Champbourcy non interessano per niente le arti e le industrie: egli ha da tempo un ribelle mal di denti e si ripromette di approfittare della visita alla capitale per andare dal dentista. Allo stesso modo, la sorella Leonida e la figlia Bianca, che lo hanno spinto a scegliere il viaggio a Parigi "per andare dal dentista", hanno un programma segreto: Bianca desidera visitare finalmente i favolosi grandi magazzini della capitale..., Leonida zitella avvizzita, spera nell'incontro col possibile marito procuratole, in risposta a una sua inserzione, da una agenzia matrimoniale. Anche gli altri, naturalmente in nome delle arti e delle industrie, finiscono per acconsentire..., ma in realtà ciascuno ha un proprio scopo personale: il fittavolo Colladan vuole comperare una zappa, il farmacista Cordenbois, che è un grassone, desidera acquistare una cintura elastica per contenere l'esuberanza del ventre, e via dicendo.

La mattina dopo, alle cinque e venticinque, tutta la comitiva sale sul treno per Parigi, la mèta dei sogni segreti di tutti.

Giunti nella capitale, i provinciali per prima cosa vanno ad ordinare un ottimo pranzo al ristorante. E qui comincia la serie delle loro disavventure, la girandola di guai che, con un susseguirsi frenetico, li sballotterà come burattini, storditi eppure sempre apparentemente sicuri di sé, tronfi e in fondo pietrosi e comici.
Al ristorante esaminano la lista..., e poiché la cornice nasconde la seconda cifra dei prezzi, sono felicissimi di constatare che le vivande più prelibate costano veramente poco: una fetta di melone a un franco, è regalata! (in realtà, la fetta costa dieci franchi). Mentre attendono che il pranzo sia pronto, Leonida, dopo molte esitazioni, si confida con il fratello: a sera, ella si recherà presso l'agenzia matrimoniale del signor Cocarel in rue Joubert 55, dove incontrerà l'uomo dei suoi sogni.

Champbourcy dà la sua benevola approvazione, e anzi decide che tutti, la sera, accompagneranno Leonida all'appuntamento.
Finalmente, il pranzo è pronto..., la comitiva mangia e beve allegramente. Ma quando arriva il conto, la sorpresa è terribile: tutti credono che i prezzi siano stati nascosti apposta per "spennare dei provinciali" e si rifiutano di pagare. Ne nasce un parapiglia, un coro di urli e di proteste.

Alla battaglia verbale non partecipa Cordenbois, il farmacista grasso e sentimentale che ha un suo problema di cuore: durante una delle serate trascorse al paese aveva letto un'inserzione matrimoniale...

"Signorina di severa bellezza ma di maestà non priva di grazia, disponendo rendita cinquemila franchi investita in azioni ferroviarie... desidera unirsi a un uomo onesto, vedovo o scapolo...".
Egli non sa che quell'inserzione è stata pubblicata per conto della nubile Leonilda..., e poiché anch'egli è un cuore solitario desideroso di affetto, quell'appello gli è rimasto impresso nella mente e decide di recarsi al fatidico indirizzo di rue Joubert 55. Riesce a svignarsela non visto proprio mentre nel ristorante giunge un poliziotto che scambia i provinciali per imbroglioni e li fa condurre tutti al Commissariato di Polizia. Champbourcy e soci poco dopo si ritrovano in cella..., compiono un maldestro tentativo di evasione ma naturalmente falliscono, e Béchut, l'aiutante del commissario, dà ordine che vengano trasferiti al deposito delle carceri.

Nel frattempo, Cordenbois è giunto all'agenzia matrimoniale, dove ha un primo colloquio con Cocarel.
Mentre, assai emozionato, sta in un salotto attendendo di veder spuntare l'anima gemella, vede giungere invece Champbourcy e soci al seguito di Leonida. Il benestante racconta a Cordenbois come sono riusciti a fuggire dal furgone della polizia che li stava trasportando al deposito. Sopraggiunge Cocarel, indaffaratissimo, il quale prepara il grande incontro fra la sconosciuta e Cordenbois..., il farmacista è introdotto in un salotto, dove poco dopo appare... Leonida. L'equivoco si chiarisce, ma naturalmente si prepara un altro colpo di scena..., Cocarel, per calmare l'irata Leonida, decide di farle conoscere un altro distinto signore in cerca di affetto.

Leonilda si placa subito, e poco dopo appare il distinto signore, il quale non è altri che Béchut, l'aiuto commissario. Egli é sicuro di aver già visto Leonilda, ma non ricorda dove... eppure... La memoria gli torna di colpo non appena nel salotto entra Champbourcy . I due danno un balzo, sia pure per motivi diversi e tutta la comitiva dei provinciali si dà a una fuga precipitosa, inseguita dall'aiuto commissario.

Nell'atto successivo, la scena si apre su una palizzata di una casa in costruzione..., dopo un momento un'asse della palizzata viene sollevata e si vede sbucare la testa di Champbourcy. Dietro di lui emergono gli altri, disfatti e impolverati: per sfuggire alle ricerche della polizia hanno trascorso la notte nel cantiere, dormendo nelle carriole. I poveracci si consultano: non resta da fare altro che ritornare al paese. Ma, e il danaro? Si fa un'indagine collettiva e saltano fuori in tutto dieci soldi, che non bastano nemmeno per un biglietto. Champbourcy allora decide di scrivere a Baucatin, l'esattore del paese, perché invii del danaro. Entra in un caffè per scrivere la lettera, ma lo costringono a consumare qualcosa e i pochi spiccioli non sono sufficienti: lite con il cameriere..., Champbourcy riceve un urto e cadendo sfonda la vetrina di un droghiere. Ora il debito sale a tre franchi e cinquanta. Poco dopo, un altro dei contendenti va ad abbattersi sopra un grande paniere di uova esposte davanti a un negozio vicino. Altri venticinque franchi di debito. La confusione è al colmo: il droghiere e la venditrice di uova urlano, i monelli si fanno attorno schiamazzando, i gitanti storditi, inebetiti, non riescono più nemmeno a ragionare.

Ma la salvezza giunge: mentre il droghiere sta per andare a chiamare Béchut, appare Felice, il giovane notaio che il giorno prima ha perso il treno e, giunto a Parigi col treno successivo, ha cercato fino allora la comitiva. Felice ha denaro e può pagare i creditori. Tutti si apprestano a tornare al tranquillo paesello, e la commedia si chiude con il coro...

"Pensieri e affanni
si spera siano finiti...
Possiam senza rimpianti
Dare un addio a Parigi".
   
    
UNA SCENA


BENIAMINO - Litigano come cani arrabbiati... E' gente che non mi ispira nessuna fiducia. (Si avvia verso il fondo).
Champbourcy entra furibondo, seguito da Colladan, Bianca e Leonida.

CHAMPBOURCY (rivolgendosi verso la quinta) - Mandate a chiamare chi volete! Io non pagherò!

COLLADAN - Piuttosto vi faremo causa! Ve lo dico io!

2° CAMERIERE (uscendo da sinistra ) - Una guardia... Va bene, padrone! (Esce dal fondo)

CHAMPBOURCY - Una guardia... Potete chiamare anche il diavolo! lo me ne infischio!

BIANCA (spaventata) - Oh, papà!

LEONIDA - Hanno calato solo sul limone... cinquanta centesimi.

COLLADAN - Ci prendono in giro!

BENIAMINO (avanzando, a Champbourcy) - Signore il vostro amico mi ha detto...

CHAMPBOURCY - Tu non mi seccare! (Cambiando tono) Sentite, per tagliar corto, li volete cento franchi?

BENIAMINO - Non dipende da me. (Si riavvia verso il fondo)

CHAMPBOURCY - Benissimo! Come preferisci! (Sottovoce, agli altri) Facciamo finta di andar via... Finirà per cedere...
Tutti prendono i loro cappelli, le sacche da viaggio e i pacchetti. Champbourcy prende il suo parapioggia e Colladan la sua zappa.

2° CAMERIERE (entrando dal fondo, seguito da una guardia) - Sono questi... Non vogliono pagare...

CHAMPBOURCY - Un momento: non vogliamo essere scorticati.

LEONIDA - Il melone a dieci franchi la fetta...

COLLADAN - Da un melone ne escono dodici... e questo porta il melone a centoventi franchi.

GUARDIA - Vediamo la lista. Beniamino gliela porge.

CHAMPBOURCY - Ma è una lista truccata... Nasconde gli zeri! Pensate che hanno il coraggio di... (Gesticolando, agita il parapioggia: ne esce fuori un orologio, che cade a terra) Guarda. Che cos'è?

TUTTI - Un orologio!

GUARDIA (raccogliendolo) - A chi appartiene questo orologio?

CHAMPBOURCY - Non è mio.

TUTTI - Mio nemmeno.

GUARDIA (esaminando, tra sé) - La catena è spezzata... Questo orologio è stato rubato... (ad alta voce) Come mai questo orologio si trova nel vostro ombrello?

CHAMPBOURCY - Non lo so...

BENIAMINO (sottovoce, alla guardia) - Perquisiteli... Hanno ben altro nelle tasche. (Ritorna verso il fondo).

GUARDIA - Eh? (A parte) Questo orologio.., e il rifiuto di pagare... (ad alta voce) Via, seguitemi: darete spiegazioni in ufficio.

COLLADAN - Che ufficio?

GUARDIA - L'ufficio di polizia.

TUTTI (con spavento) - L'ufficio di polizia!

GUARDIA (al cameriere) - Venite anche voi col vostro conto: sarete pagato là.

BIANCA (scambiandosi il posto con Colladan, spaventata) - Oh, papà! Che cosa ci faranno?

CHAMPBOURCY - Non avere alcun timore, figlia mia..., un uomo integerrimo non ha paura di affrontare la giustizia del suo paese... In marcia!

TUTTI - In marcia.


COMMENTO ALLA SCENA

Questa è la scena che descrive la terribile e inaspettata sorpresa del conto e che segna l'inizio delle peripezie e delle disavventure dei provinciali nella grande Parigi.
Anche in queste poche battute è possibile osservare io stile di Labiche: secco, scarno, corre via senza divagazioni, talvolta fin troppo velocemente, come se i personaggi fossero persone che parlano senza riflettere. Si può facilmente notare però che il continuo incalzare delle battute è essenziale all'azione e aggiunge nelle stesso tempo una precisazione al carattere dei vari personaggi. Labiche non ha battute particolarmente comiche, ma comiche sono le situazioni da lui create con inesauribile inventiva.

Le commedie di Labiche sono chiamate "meccanismi comici" e la definizione è perfetta: equivoci, fughe, inseguimenti, "gaffes", colpi di scena si susseguono con un ritmo vertiginoso, persino assurdo, talvolta, ma sempre perfettamente calcolato, funzionante con la precisione di un cronometro.
Per ottenere questo scopo, Labiche lavorava con uno scrupolo enorme alle sue farse, stendendo prima di tutto un "piano" - oggi si direbbe una "scaletta" - dell'intera trama, per essere sicuro che tutto risultasse perfettamente legato, concatenato. Si serviva anche di un dialogo "funzionale", come ho già segnalato, dove ogni battuta ha la sua precisa funzione di portare avanti l'azione. Non vi sono pause nelle commedie di Labiche, perché i silenzi esigerebbero, da parte dei personaggi e quindi dell'autore, una riflessione sul proprio comportamento; e per Labiche la riflessione è inutile perché non crede che il suo piccolo mondo borghese possa cambiare.
E come un fotografo che coglie questa gente nei suoi atteggiamenti più presuntuosi, più stupidi e poi dice..."Ecco come siete, e adesso aggiustatevi"... Infatti, egli non spende una parola per commentare i caratteri dei suoi personaggi: li fa soltanto agire, attentissimo a non lasciarsi sfuggire niente di quella comicità che nasce proprio dal loro comportamento serio, tronfio, goffo. Eugène Labiche non ha ambizioni moralistiche, non intende fare denunce sociali, non vuole condannare, né accusare: egli si limita ad osservare e descrivere la società borghese del suo tempo: ma è ovvio che questa società si condanna da sé.
Non tutte le opere trattate da Labiche hanno superato il successo del momento, ma "Il cappello di paglia di Firenze", "Il salvadanaio", "Il viaggio del signor Perrichon", e altre commedie sono considerate dei piccoli capolavori di teatro comico e fra le migliori opere teatrali del XIX secolo.


L'AUTORE E LA SUA VITA
   
Eugène Labiche
   
Nelle estati degli anni fra il 1870 e il 1880, un signore grosso, vestito di nero, col colletto a punte rivoltate, dall'aspetto bonario ma autorevole, si aggirava per la campagna della Sologne su un calesse tirato da un asinello: era Eugène Labiche, il famoso autore di commedie comiche che facevano ridere a crepapelle tutta Parigi. Nella capitale tutti parlavano di lui e le signore che tenevano salotti intellettuali se lo contendevano, perché quel suo modo divertente e un po' cinico di dipingere i vizi della borghesia francese piaceva molto. Ma Labiche era prima di tutto un buon borghese: non gli piaceva la mondanità, limitava i contatti a quel tanto che era necessario al suo mestiere, e se ne stava tranquillo a vivere in campagna.
Il grande successo delle sue commedie non lo scomponeva per niente perché non dava molta importanza al suo teatro..., anzi arrivò al punto che un editore dovette insistere a lungo per ottenere il suo consenso alla pubblicazione di tutte le sue commedie. Labiche le considerava scherzi e non opere degne di passare ai posteri Avrebbe preferito molto diventare famoso per le bonifiche alle sue terre, o per qualche nuova coltura, di cui era orgogliosissimo.
Nel 1880 fu nominato accademico di Francia, cosa che rappresentò per lui una discreta seccatura, in quanto lo costringeva ogni tanto a lasciare il suo paesello per recarsi nella capitale. Ma si assoggettò a tutto di buon grado perché era un uomo bonario, semplice, che amava andare d'accordo con tutti. Gli unici che ebbero il potere di farlo andare in bestia furono i Tedeschi che nel 1870 esigevano da lui, allora sindaco di un piccolo paese della Sologne, la perquisizione dei prodotti..., Labiche, con risolutezza e decisione, non cedette nemmeno un grano d'avena.
Morì nel 1888 a Parigi, lasciando un patrimonio di teatro comico che, variamente imitato e travestito, non ha finito di dar frutti.

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