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mercoledì 2 novembre 2011

IL RISORGIMENTO NEL CINEMA ITALIANO (The Renaissance in the Italian cinema)

    
Il primo film italiano ispirato al Risorgimento fu un film di nemmeno duecentocinquanta metri di pellicola, girato nel 1905. Si chiamava “La presa di Roma” ovvero “La breccia di Porta Pia”.
Cominciammo insomma dalla fine, dal compimento dell'unità italiana con l'ingresso dei bersaglieri nella capitale il 20 settembre 1870, data conosciuta fin dalle scuole elementari. Il cinema italiano dell'epoca non aveva molte pretese: “La presa di Roma” era addirittura la prima “pellicola a soggetto”, una novità assoluta. La realizzò, operatore e regista, Filoteo Alberini, nello “stabilimento” della “Manifattura Cinematografica” Alberini e Santoni fuori Porta San Giovanni, e soprattutto all'aria aperta nei dintorni della via Appia.
L'azione storica era in sette quadri e fu eseguita col concorso del Ministero della Guerra che fornì uniformi, armi, artiglierie.
Carlo Rosaspina, un attore che era stato in compagnia con la Duse, si prestò a incarnare il generale Cadachiti D'Oria.
Ugualmente ampollose te comparse: durante l'assalto finale dei bersaglieri chi si dava una gran pacca in testa o si portava una mano al cuore era un morto o almeno un ferito. In pochi minuti il Risorgimento era compiuto.
L'anno dopo, il 1906, la società di Alberini e Santoni si chiamò Cines, un nome destinato a diventare famoso. Subito la Cines pensò a un gran “dramma storico”: “Garibaldi”. Ma forse fu solo un progetto.
Una “Anita Garibaldi” della stessa ditta uscì invece intorno al 1910, ad opera di Mario Caserini, specializzato in ricostruzioni del passato.
La Cines tornò alla carica col film sull'eroe dei due mondi qualche anno più tardi: la musica avrebbe dovuto scriverla Pietro Mascagni e il soggetto lo dettò Enrico Ferri, che fu però a accusato di servirsi della figura di Garibaldi per i suoi appetiti pubblicitari, per cui il film andò a monte.

Un Garibaldi a cavallo si sarebbe comunque intravvisto nei primi anni di guerra, nel film “Val d'olivi”..., e, a guerra finita, “alto, quadrato, impetuoso”, raffigurato da Ciro Galvani, in Cavalcata ardente con Soava Gallone, regia di Carmine Gallone.
  


   
Tuttavia l'epopea dei Mille era già apparsa in quattro bobine e ottocentosette metri fin dal 1912, grazie all'Ambrosio di Torino, in una pellicola scritta da un Vittorio Emanuele Bravetta, diretta dal Caserini e fotografata dal celebre operatore Giovanni Vitrotti.
Ma non è tutto. Il Sadoul. nella sua monumentale “Storia generale del cinema”, ci dice che perfino una casa produttrice di Velletri, la Helios Film, realizzò nello stesso anno “La fucilazione d'Ugo Bassi e del garibaldino Giovanni Livraghi”.

Quella che ebbe più successo, anche all'estero, fu la trilogia sul Risorgimento del regista Luigi Maggi, un ex attore dialettale piemontese.
Il primo film fu “Nozze d'oro” (1911), rievocazione della battaglia di Palestro del 1859 in quattrocentoventi metri, salutato in Francia (informa Sadoul) come un capolavoro, e il cui trionfo internazionale indusse senza dubbio gli americani Ince e Griffith a moltiplicare le produzioni sulle loro guerre di secessione.
Il secondo film, “La lampada della nonna” (1913), superò anche il successo del primo..., il terzo, realizzato nello stesso anno, si chiamava “La campana della morte” ed era dedicato a Rosalino Pilo.

Particolare interessante: “Nozze d'oro”, premiato all'Esposizione internazionale di Torino, ebbe a subire l'attacco della censura dell'epoca, che giunse a vietarne la proiezione pubblica “per ragioni politiche”! Il medesimo provvedimento fu preso contro la prima edizione del Tamburino sardo, dai libro di De Amicis.
Chi avrebbe previsto, allora, che il cinema doveva fare tanti progressi, ma che, più di quarant'anni dopo, una eguale intolleranza sarebbe stata dimostrata contro la battaglia di Custoza in un film chiamato “Senso”!
Chi avrebbe indovinato che De Amicis doveva continuare a far paura a certi governi, e che l'ultima edizione del raccontino del “Cuore”, in “Altri tempi” di Blasetti, sarebbe stata proibita nella Germania di Adenauer!


Il nome di Alessandro Blasetti mi induce senz'altro a passare di colpo, nel nostro panorama, al 1933, tanto più che, almeno mi sembra, non c'è proprio altro di notevole da ricordare nel periodo muto.
Il 1933 è l'anno in cui Blasetti realizzò il film 1860, cioè la prima opera veramente importante sul Risorgimento italiano e sull'epopea garibaldina.

“1860” uscì in pieno periodo fascista, e aveva anche un finale d'occasione che il regista naturalmente tolse dalla copia proiettata qualche anno fa. Come si può spiegare, comunque, a parte il finale, una tale esplosione di sincerità e di realismo in pieno periodo fascista?
E' una domanda più che legittima, e che nasce spontanea in chi abbia visto o rivisto il film negli anni seguenti, con tutti gli insegnamenti dell'attuale neorealismo. Alla domanda mi pare abbia risposto in modo soddisfacente Carlo Lizzani, il regista di “Achtung, banditi!” e di “Cronache di poveri amanti”, nel suo libro “Il cinema italiano”:- “Non é detto che la retorica nazionalista di cui si serviva il fascismo per coprire lo squallore dell'effettiva realtà nazionale... non potesse divenire un'arma a doppio taglio... Non si glorificavano nelle scuole le figure di Garibaldi e di Mazzini, salvo poi o deformare tutta la recente storia d'Italia al fine di incensare la Monarchia e il Papato? Ma il Risorgimento è una corda che risuona ancora nei cuore della piccola borghesia, con note a volte sentite perchè vissute, perchè vive nelle memorie familiari. Nel caso di “1860”, il Risorgimento era il terreno sul quale, forse inopinatamente, la retorica faceva un gran scivolane, e la passione nazionale dell'unità veniva fuori nella sua natura più vera, come lotta di popolo anelante alla libertà e all'unità della propria terra... Non ci si può meravigliare che un artista che così tipicamente esprimeva i sentimenti e le passioni della piccola borghesia italiana ritrovasse, sul terreno del Risorgimento, sinceri fremiti rivoluzionari”.
    

     
Nessuna meraviglia, anche, che sul numero speciale natalizio della “Illustrazione italiana” dedicato al nostro cinema, Emilio Cecchi abbia parlato così bene di “Senso” di Visconti, quando si pensi che Cecchi, dirigendo la Cines di quegli anni, fu colui che incoraggiò e guidò lo spericolato Blasetti alla realizzazione di “1860”, facendogli trovare intorno un'atmosfera tecnica e intellettuale di prim'ordine. Partire dalle noterelle veritiere e antiretoriche dell'Abba per ricreare le gesta dei Mille, voleva già dire impostare il film nella maniera giusta. Voleva già dire, ad esempio, rievocare la figura di Garibaldi non oleograficamente, come su cartolina illustrata, ma attraverso il significato storico e umano della sua opera, attraverso il fascino leggendario e popolare della sua personalità e delle sue imprese.
Alla stampa del tempo non sfuggi il punto di vista del film, originale e potente. Filippo Sacchi, che era allora il critico cinematografico del Corriere della Sera, scrisse nella sua recensione: “Lo stesso Garibaldi, in questa epopea garibaldina, compare appena di lontano e di scorcio, nel dorato riverbero di Quarto, o nel fumo della fucileria di Calatafimi, quasi già circonfuso nella nebbia della leggenda. Eppure come ce lo vediamo davanti vivo, improvvisamente vicino e gigante, attraverso quel grido del picciotto dopo la battaglia: “Garibaldi ha dittu ch'amu fattu l'Italia”. Nessuna rappresentazione diretta di Garibaldi sarebbe riuscita a darcene la presenza come quel grido che corre sul campo di battaglia, sui vivi e sui morti”.

E quei morti e quei vivi sono picciotti e garibaldini, mazziniani e papisti, sono proletari e sono borghesi, e tutti accomunati esprimono il tema profondo del film, che è il tema dell'unità popolare, il tema d'una lotta generale e nazionale di liberazione: quella sacrosanta lotta che, cominciata col primo Risorgimento, è proseguita nel secondo - la Resistenza - e, come tutti sanno, non è finita ancora.
  

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