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lunedì 7 novembre 2011

LADRI DI BICICLETTE (The Bicycle Thief) - Vittorio De Sica

     
LADRI DI BICICLETTE


Paese - Italia
Anno - 1948
Durata - 93 minuti
Colore - Bianco/Nero
Audio - Sonoro
Genere - Drammatico
Regia - Vittorio De Sica
Soggetto - Luigi Bartolini e Cesare Zavattini
Sceneggiatura - Cesare Zavattini, Vittorio De Sica, Suso Cecchi d'Amico,
Oreste Biancoli, Adolfo Franci, Gerardo Guerrieri e Gherardo Gherardi
Produttore - PDS Produzioni De Sica
Distribuzione (Italia) - ENIC
Fotografia - Carlo Montuori
Montaggio - Eraldo Da Roma
Musiche - Alessandro Cicognini
Scenografia - Antonio Traverso

Interpreti e personaggi

Lamberto Maggiorani: Antonio Ricci
Enzo Staiola: Bruno
Lianella Carell: Maria
Gino Saltamerenda: Baiocco
Vittorio Antonucci: Ladro
Giulio Chiari: Mendicante
Elena Altieri: Signora benefattrice
Carlo Jachino: un mendicante
Michele Sakara: Segretario
Emma Druetti
Fausto Guerzoni: Attore amatoriale
Memmo Carotenuto
Nando Bruno

Premi

Premi Oscar 1950: miglior film straniero
Golden Globe 1950: miglior film straniero
National Board of Review Awards 1949: miglior film, miglior regista
British Academy Award per il "miglior film"
Nel 1958 il film venne dichiarato come il terzo miglior film di tutti i tempi 
dopo "La corazzata Potemkin" e "La febbre dell'oro" da una giuria internazionale
 di critici in occasione dell' Esposizione universale di Bruxelles.


Dopo il furto della propria bicicletta, mezzo che gli permetteva di lavorare, un uomo vaga per la città con tutta la famiglia sperando di poterla ritrovare. Preso dalla disperazione non gli resta che rubarne una a sua volta ma viene bloccato dalla polizia...
    

     
Siamo nel 1948.
È la Roma del dopoguerra, sta per cominciare la "ricostruzione". Il conflitto ha lasciato segni profondi, ferite nel corpo sociale difficili da risanare.
La politica moderata dei cattolici prevarrà, appoggiata dagli americani, sulla spinta delle sinistre, che attraversano il loro momento di maggior crisi.
Siamo a Valmelaina, estrema periferia di Roma. Sono i nuovi fabbricati per la città da ricostruire.
Un disoccupato, Ricci Antonio, viene chiamato dall'Ufficio Collocamento e spedito in centro ad attaccare manifesti.
Ci vuole una bicicletta. L'uomo, circa quarantenne, la ritira dal Monte dei pegni, sacrificando le lenzuola del letto (qui entra in ballo Maria, la moglie) e comincia il suo "viaggio" straziante attraverso una dura vicenda vissuta in compagnia del figlioletto, che lo segue in città per lavorare anche lui come "ragazzino" presso una pompa di benzina.

La presenza di Antonio nella Roma del '48 è anche la presenza della macchina da presa ed è interessantissimo, per capire il passaggio, anche artistico, da “Sciuscià” a “Ladri di biciclette”, cogliere la rappresentazione non disgiunta dal rappresentato, tutto, nella sua organica e "trascurata" valenza residua.
Nelle inquadrature di “Ladri” si sviluppa una duplice, complementare tensione: la linea del racconto (il lavoro trovato, la bicicletta rubata, la ricerca vana, la disperazione) e le tracce "documentarie" che la messa in scena del racconto lascia nel quadro quasi - involontariamente - riferimenti filmici ed extrafilmici, cinematografici ed extracinematografici, per cogliere la dimensione drammatica e sociologica, estetica e morale di quel "viaggio" attraverso la miseria. Miseria che non è quella di “Sciuscià”, ma che già si inquadra in un sistema meno eccezionale, in una prospettiva non strettamente contingente.
  


   
Prima del furto, il contesto é costituito dalle piccole immediate speranze della famigliola Ricci, dai manifesti cinematografici che introducono nel cuore della città immagini di "torride acque", di "conquistatori" e di "gioia di vivere"..., dagli autobus stracolmi che portano ogni mattina verso il centro migliaia di poveracci a guadagnarsi la giornata..., dalle "santone" che distribuiscono a signore col cappellino e a popolane piangenti fumose parole divinatrici e superstiziose speranze. Sull'immagine di Rita Hayworth (Gilda) si apre e subito si chiude la prima esperienza di attacchino per Antonio. Mentre lui attacca il suo manifesto, facciamo in tempo a leggere il nome di Carlo Dapporto, del Mago Bustelli e, più in là, del “Ultimo orizzonte”.

La ricerca della bicicletta ci porta prima al commissariato, dove la "Celere" (reparto speciale della Polizia, appena nato) ha ben altro da fare..., partono le camionette per il "comizio".
Quanti altri Ricci ci sono là? Il secondo contatto è con i compagni della "cellula". Antonio si rivolge a loro in cerca di solidarietà ed abbiamo modo di cogliere un pezzo di discorso: “Se il lavoro non c'è, la gente non se colloca. Del resto, noi come cellula abbiamo fatto presente la cosa in direzione e alla Camera del Lavoro. Il sussidio umilia il lavoratore e lascia il tempo che trova..., qui ce vo' un grosso programma di opere pubbliche”.

Seguendo Ricci, ci troviamo a Piazza Vittorio e poi a Porta Portese, mercati dei poveri e templi dell'arte di arrangiarsi, dove la disonestà e la furbizia si fanno leggi morali.
Sulle tracce di un povero vecchio entriamo in una parrocchia, dove una signora col cappellino bianco e la veletta, con accento snob, parla ai poveri come si parla ai bambini e un "avvocato" fa il barbiere prima della Messa, durante la quale vengono distribuiti i “buoni” per la pasta e patate. Tra una frase e l'altra della preghiera collettiva (fortemente sottolineato il contrappunto), il vecchio indica a Ricci la zona dove deve cercare il ragazzo che l'ha derubato.
  


   
Con Antonio c'è Bruno, il figlioletto che lo accompagna nella ricerca e che tiene viva la componente privata e sentimentale della vicenda, col suo rapporto "da uomo a uomo" nei confronti del padre. Lo schiaffo dato in un momento di tensione, la momentanea disperazione di Ricci che crede il figlio caduto nel Tevere, la sosta in trattoria per mangiare una mozzarella in carrozza (con la macchietta della famiglia piccolo-borghese, che mangia in punta di forchetta), la visita alla "santona" mentre la radio dà le notizie sportive (è domenica ed abbiamo visto la gente avviarsi allo stadio) frantumano la "ricerca" per i sentieri degli affetti e allargano il respiro del “pedinamento” fino a disperderlo in una serie di piccole messe in scena, meno "casuali", più costruite, più "significative" e funzionali al piano narrativo, al progetto-sceneggiatura.

Poi riprende la dimensione necessaria dello sguardo.
All'inseguimento del ladruncolo, finalmente riavvistato, la macchina da presa entra in una casa di prostituzione e quindi, seguendo il labirinto della vecchia Roma, in una povera stanza dove la madre del ragazzo è intenta a un fornello e dove ci sono i letti per quattro persone. Un ambiente di poveri disgraziati, costretti a recitare, insieme, la parte della brava gente e della gente di malavita. Ancora una volta il dramma non trova soluzione. Funziona da momentaneo scioglimento l'arrivo della "guardia", un carabiniere; è chiaramente un contadino in divisa e introduce, sia pure fuggevolmente, un ulteriore punto di riferimento sociologico a questa vicenda urbana post-bellica.

Uscito dal labirinto della "malavita", Ricci s'avvia con il figlio lungo il muro della disperazione. Tutta la strada è buia, tranne un filo di luce che illumina il personaggio. La città diventa un paesaggio straniero e nemico. Strade deserte e assolate. Lo stadio che ribolle per motivi che in questo momento sembrano assurdi, incomprensibili. Un mare di biciclette è l'equivalente del mare di persone che tra poco uscirà dalla partita, riassorbendo il dramma di Ricci nella scura e anonima inquadratura finale.
Antonio e Bruno camminano con la folla, di spalle. Non soli, nemmeno in compagnia.


COMMENTO

“Ladri di biciclette” entra nel circuito italiano nella stagione 1948-'49. Il ciclo distributivo precedente ha visto cadere vertiginosamente le azioni del cinema neorealista. Tra i primi dieci posti negli incassi, ci sono registi come Malasomma (Il diavolo bianco), Gallone (La signora delle camelie), Camerini (La figlia del capitano), Alessandrini (L'ebreo errante), Righelli (Il corriere del re). La stagione di “Ladri di biciclette” non è sostanzialmente diversa. Secondo i dati raccolti da Callisto Cosulich per “Cinema Nuovo”, gli incassi delle prime visioni vedono ai primi posti “Fabiola” di Blasetti e “La sepolta viva” di Brignone. Poi, dopo “In nome della legge” di Germi, prima di trovare “Ladri di biciclette”, dobbiamo scorrere altri sette titoli: “I pompieri di Viggiù”..., “Fifa e arena” di Mattoli..., “Il trovatore” (Gallone)..., “L'eroe della strada” (Borghesio)..., “Totò al Giro d'Italia” (Mattoli)..., “Anni difficili” (Zampa)..., e “Il mulino del Po” (Lattuada).
Negli anni successivi, comincerà l'affermazione degli attori in quanto tali (Totò, la Mangano, fino alla Lollobrigida e alla Loren).

Impopolarità del neorealismo? Secondo Vittorio Spinazzola, i registi del nuovo cinema “non erano più con le forze sociali vecchie ma non erano ancora con quelle nuove (...) e alla base della loro ideologia si trovava ancora un individualismo di schietta marca romantica, (...) finivano per cadere in preda a un pessimismo, il celebre pessimismo dei neorealisti, che denunciava la scarsa chiarezza di idee del regista, in quanto non era seriamente elaborato, ma era di natura soprattutto emotiva” (Spinazzola, “Neorealismo e narrativa popolare”, in “Cinema Nuovo”).
Secondo lo Spinazzola, le coordinate culturali del neorealismo cinematografico sono date dal cinema populista francese d'anteguerra, dal cinema russo e dal senso narrativo dei film americani. Della cultura nazionale non c'è che il verismo, un fenomeno non certo privo di contraddizioni. Quanto ai dati stilistici, il neorealismo mette insieme “un certo gusto per il melodrammatico, per l'avventuroso, per il romantico, per l'orrido, un rifarsi a un determinato umanitarismo, a una determinata democrazia sentimentale”.
La rapida caduta del cinema neorealista si spiega dunque con la sua debolezza e confusione interna.
  


   
A distanza di tanti anni, il riesame dell'ideologia di un autore come De Sica ha portato alle medesime conclusioni. Proprio di “pessimismo emotivo” ha parlato il Cannistraro, nel suo articolo sul numero monografico di “Bianco e Nero” già citato. De Sica si trova all'incrocio tra una prospettiva di dramma sociale e le aspirazioni individuali di un autore essenzialmente umanitario. Se i suoi film sono “un incontro tra il deserto culturale del fascismo e la rinascita della resistenza, forse si può dire che egli ebbe il ruolo di giullare, che con le sue risate e le sue lacrime colmò il divario tra mito sociale e realtà umana”.
Tuttavia, al di là dell'insuccesso di pubblico e dei limiti ideologici che la sinistra vi trovò, “Ladri di biciclette” strappò proprio a Guido Aristarco il giudizio di “eccellente”, con il quale furono inaugurate le “quattro stellette” nella rubrica “film di questi giorni” di “Cinema” Nuova Serie (30 gennaio 1949).
In quella stessa rubrica, De Santis nel 1942 aveva visto, scrivendo del “Garibaldino al convento” e di “Teresa Venerdì”, i segni concreti di una premessa e di un'aspirazione.

Ladri di biciclette è uno dei film in cui De Sica credette fermamente fin dall'ideazione. Il libro di Luigi Bartolini lo segnalò al regista Zavattini, ma il film, alla fine, sarà tutta un'altra cosa. De Sica faticò molto a trovare i soldi. Nessun produttore voleva saperne, finché trovò la comprensione di tre amici, Ercole Graziadei, Sergio Bernardi e il conte Cicogna. A De Sica il film sembrò congeniale, perché gli dava la possibilità di realizzare la poetica che credeva essere più sua: “rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso nella piccola cronaca”, come egli stesso si esprimeva. Tutti gli altri grandi discorsi su “Ladri” c'entrano fino a un certo punto.
De Sica credette semplicemente di aver fatto un film adatto al mezzo cinematografico: “La letteratura ha scoperto da tempo questa dimensione moderna che puntualizza le minime cose, gli stati d'animo considerati troppo comuni. Il cinema ha nella macchina da presa il mezzo più adatto per captarla. La sua sensibilità è di questa natura, e io stesso intendo così il tanto dibattuto realismo”.
Fu per questo, sostanzialmente, che fu rifiutato il finanziamento americano del film: con Cary Grant (che sarebbe stato imposto) invece di Lamberto Maggiorani, tutto sarebbe risultato diverso.

A Roma, quando il film fu dato in "prima", la gente uscendo dal Metropolitan protestava e voleva i soldi indietro. A Parigi, invece, si organizzò addirittura una proiezione alla Salle Pleyel, con tremila personaggi della cultura e dell'arte. René Clair al termine della proiezione abbracciò De Sica. Il successo mondiale che ne seguì permise di pagare i debiti fatti con “Sciuscià”. Il critico francese più prestigioso, André Bazin, vide in Ladri “il centro ideale intorno al quale gravitano, sulla loro orbita particolare, le opere degli altri grandi registi” del neorealismo.
Del film piacque al Bazin un certo lavoro minuzioso, meditato, elaborato e tuttavia teso a dare l'impressione del caso, a dare alla necessità drammatica il carattere di una semplice contingenza, anzi a fare della contingenza la materia del dramma.
  

  
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2 commenti:

nino p. ha detto...

un mito ^^_______^^

Marianna S. ha detto...

....stupendo Loris...