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lunedì 5 dicembre 2011

3 - CINEMA - Il cinema italiano tra le due guerre (Italian cinema between the wars)


Charlie Chaplin, in arte Charlot
(Londra, 16 aprile 1889 – Corsier-sur-Vevey, 25 dicembre 1977)
  
Incapace di rinnovarsi, di comprendere cosa la guerra avesse effettivamente mutato negli orientamenti e nel gusto delle masse; legato, abbastanza ottusamente, a quegli schemi che l'avevano portato, un decennio prima, ai verti ci della graduatoria mondiale, il cinema italiano declina irreparabilmente. Il pubblico dimostra di preferire sempre di più i modesti (comiche di Charlot a parte, beninteso) ma moderni filmetti americani ai tentativi di rilanciare il "colossale", inutilmente messi in atto dall'UCI (un trust formato attorno al 1922 da alcune case, con la speranza di risalire la corrente) attraverso una fallimentare riedizione del "Quo vadis?”.
E' inevitabile che le frontiere si aprano al flusso della produzione straniera.
  
Alessandro Blasetti (Roma, 3 luglio 1900 – Roma, 1º febbraio 1987)
  
La stessa evoluzione culturale, che nelle posizioni della "Ronda" e dei sostenitori della "prosa d'arte" aveva le sue più significative espressioni, non faceva che sancire, con il programmatico distacco dalla realtà, una sostanzia le sterilità della cultura nazionale. 
Il cinema, già dannunziano, non ebbe da questa cultura (né arrecò ad essai un apporto serio, come invece stava avvenendo in Unione Sovietica, e come sarebbe avvenuto poi in Francia. Per poter riparlare di cinema, in Italia, bisogna arrivare ai nomi di due registi che caratterizzarono, con le loro opere, il secondo periodo del cinema italiano, già in piena epoca "sonora": Alessandro Blasetti e Mario Camerini.

Mario Camerini (Roma, 6 febbraio 1895 – Gardone Riviera, 4 febbraio 1981)
  
Il primo ebbe il merito di rimuovere, raccogliendo giovani forze attorno alla rivista "Il mondo allo schermo" da lui fondata, le acque stagnanti della cinematografia nazionale, cercando di suscitare nuovo interesse per il film d'arte; il secondo impegnò il suo scrupoloso "professionismo" in opere nelle quali era evidente, quanto meno, il tentativo di sfuggire alla più piatta banalità. In particolare, si devono a Blasetti alcuni film tesi alla ricerca di uno stile e di una caratterizzazione italiana, abbastanza autonoma rispetto alla soffocante ipoteca dell'ideologia fascista. 
In questo senso "1860", realizzato nel 1934 e dedicato all'impresa garibaldina in Sicilia, è esemplare: privo di retorica, vivo, dalla narrazione stringata e incalzante, il film deve essere considerato non solo il capolavoro di Blasetti,  ma quanto di meglio abbia saputo offrire il cinema italiano durante il ventennio, o per lo meno fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, quando i film di De Sica e Visconti autorizzeranno finalmente a parlare di un cinema d'opposizione.

Ancora di Blasetti, vanno ricordati "Ettore Fieramosca", "La corona di ferro", "La cena delle beffe", tutti in costume, e sul piano della evocazione d'un mondo storico-fantastico, e "Quattro passi tra le nuvole", tranquilla ma sottile storia di piccoli-borghesi. 
A Camerini si devono invece film di onesta fattura, dignitosi, non privi di significato come "Gli uomini che mascalzoni", "Cappello a tre punte", "Darò un milione".
Per il resto, il cinema italiano è vuoto assoluto.

Carlo Lizzani (Roma, 3 aprile 1922)
  
Scrive molto giustamente Carlo Lizzani:

"Non un fotogramma . . . può essere rimpianto e ricordato dei cento e cento film prodotti dal '38 al '43. Essi potrebbero essere riassunti in un freddo elenco di luoghi comuni, in un ricettario squallido e monotono. 
Sembra impossibile pensare che negli anni in cui il mondo veniva attraversato da tante sciagure, potessero nascere e moltiplicarsi quei film assenti e vuoti, quei film così privi di ogni pur minimo aggancio con la realtà di una nazione, come erano i nostri film 'standard' e che la catastrofe si preparasse e si facesse imminente in un'aura di così olimpica in coscienza. Ombre prive di anima si agitavano sui nostri schermi parlando un linguaggio che oggi sarebbe addirittura incomprensibile.
Le ombre vestivano spesso il frac e l'abito da sera, si nutrivano di cibi preziosi, emettevano gorgheggi sonori se si trattava di film con cantanti celebri, o teneri bisbigli, se i protagonisti erano divi galanti e laccati. Gli autori o gli ispiratori delle trame erano spesso certi commediografi ungheresi di quart'ordine inspiegabilmente celebrati in quegli anni sui palcoscenici europei o certi commediografi borghesi italiani oggi tramontati e scomparsi . . . I registi affogavano velleità e 'intenzioni' nel lago morto di un mestiere senza estro".

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