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mercoledì 14 dicembre 2011

CARLO GOLDONI - Vita e opere (The Life and Work)

 
         
Assai vecchio, il Goldoni scrisse in francese i suoi "Mémoires", nei quali narrò minuziosamente della sua vita e della sua arte. 

Egli nacque a Venezia il 1707, da una famiglia dove la generosità gioconda e spendereccia dell'avo incoraggiò nel fanciullo il buon umore e la passione al teatro. 
Il padre medico lo mandò a studiare umanità e filosofia a Rimini. 
Ma egli fuggì in compagnia di alcuni commedianti, che lo accompagnarono lungo il Po sino a Chioggia, dalla madre. 
Ma bisognava pure che si preparasse a vivere..., e si iscrisse alla facoltà di legge a Pavia, alunno del collegio Ghisleri. 
Una sua satira contro le signore della città lo fece cacciare dall'istituto. 
Allora ebbe impieghi di cancelleria nei tribunali, finché, mortogli il padre, pensò di laurearsi..., e si laureò a Padova, dopo una notte di giuoco: e si mise a far l'avvocato. 
Non gli mancavano né l'ingegno, né la facondia, né l'abilità del mestiere. 
Ma la sua passione era il teatro. 
Di compagnie comiche era frequentatore costante, e non disdegnò di rappresentare egli stesso..., a Milano, ove era al servizio del residente veneto presso il governo austriaco..., a Venezia..., e a Verona, dove diventò il poeta della compagnia Imer..., e a Genova, dove seguì la compagnia, e sposò Nicoletta Conio, con la quale visse poi sino alla morte e in piena concordia. 
Allora si dedicò ad attività più serie. 
Fu console della repubblica di Genova a Venezia..., fu avvocato a Pisa, e, quando vi fu acclamato arcade, trovò molti clienti. 
Ma a Livorno recitava la compagnia Medebach..., ed egli si mise al suo seguito, come poeta..., e, poiché la compagnia gli era docile, egli pensò mediante di essa, di imporre finalmente la sua riforma del teatro comico. 
Da quella compagnia, al teatro Sant'Angelo in Venezia, il Goldoni fece rappresentare, dal 1748 in poi, moltissime delle sue commedie: affascinando il pubblico, non meno colle novità, che colla fecondità, tanto che nell'anno comico 1750-51 compose ben sedici lavori. 
Poi, per circa dieci anni, lavorò per il teatro di San Luca..., e qui rappresentò le sue cose migliori, e qui dette piena esecuzione alla sua riforma. 

Ma trovò avversari che non gli lasciavano tregua. 
Un grafomane bresciano, Pietro Chiari - lirico pindareggiante, romanziere di grande e plebeo effetto, ad uso di Maddalena Scudéry, e drammaturgo turgido e lacrimoso -, teneva il campo..., e derideva e il Chiari e il Goldoni, e otteneva gran successo con le sue fiabe Carlo Gozzi, come ho già detto. 
Nei "Mémoires" il Goldoni, mite o indifferente, non parla neppure di quei suoi competitori..., ma il disgusto per quelle lotte dovette unirsi alla sua ingenita avidità di viaggiare, e alla speranza di trovare pei tardi anni un più decoroso trattamento, quando, nel 176I, accettò di recarsi a Parigi, come direttore della "Commedia italiana" in quella città. 
A Parigi compose, in francese o in italiano, ben 24 commedie, alcune a soggetto, come le volevano quei comici, altre scritte. 
Piacquero molto "Le bourru bienfaisant" (Il burbero benefico), che entusiasmò il Voltaire, e "Le fastueux avare" (L'avaro fastoso). 
Noto favorevolmente anche alla corte, fu nominato professore di italiano delle Delfine, ossia delle figlie del re, che era Luigi XV. 
Della bontà di quelle principesse il Goldoni parla con commovente tenerezza: e con entusiasmo di Parigi e delle sue meraviglie. 
Qui conobbe il Voltaire, si fece amico il Diderot, già accusato come plagiaro di qualche sua commedia, e ardì una visita al Rousseau, che, nemico del teatro, non gli fece le migliori accoglienze. 
E a Parigi invecchiò sereno e felice: finché, scoppiata la Rivoluzione, la Convenzione gli tolse la pensione assegnatagli dalla corte. 
Ben gli fu restituita nel febbraio del 1793, su proposta di un drammaturgo francese, Giuseppe Maria Chénier..., ma troppo tardi. 
Il più che ottuagenario poeta era morto, il giorno prima, il 6 febbraio 1793. 
  


  
LA COMMEDIA GOLDONIANA

Carlo Goldoni era nato per il teatro

Giovane, quando ancora il senso della realtà non lo aveva conquistato, si provò nella tragedia lacrimosa ed eroica (come il "Belisario", il "Rinaldo ardito") e nel melodramma metastasiano, e meglio nell'opera buffa ("De gustibus non est disputandum"..., "Il signor Dottore"). 
Ma il suo proprio campo, e la sua gloria, fu la commedia. 
Già fino dal Seicento tenevano il campo le commedie dell'arte: così dette, perchè composte da artisti o commedianti di professione: dette anche a soggetto, perché gli attori seguivano nello svolgimento, più o meno, una traccia determinata..., una poi, nella esecuzione, improvvisavano, tanto più applauditi, quanto più davano prova di arguzia, quanto più uscivano in buffonerie inaspettate. 
La mimica aveva gran parte in questi spettacoli plebei, e alcuni "tipi", che incontravano favore, erano fissate in "maschere"..., personaggi che rappresentavano costantemente certe qualità, che più spiccavano, quanto più essi erano collocati in ambienti a loro contrari. 
Il pubblico le riconosceva a un trucco speciale. 
Le più celebri - almeno a Venezia - erano Pantalone (il vecchio mercante avaro e bonario)..., Brighella (l'imbroglione astuto)..., Arlecchino (il servitore semplice venuto dalla campagna). 

Ma di maschere, e della convenzionalità di esse, sapevano tutti i personaggi: gli innamorati galanti Florindo e Rosaura), le serve affettuose e furbe (Corallina, Smeraldina, Colombina) e così via. 
L'intreccio di quelle commedie dell'arte era complicato, per quanto comune, non mancavano grandi colpi di scena..., le risse, le spacconate, le goffaggini e le buffonerie di ogni specie..., la conclusione era di solito un matrimonio. 
Dal gran favore che godevano in tutta l'Europa é lecito conchiudere che le commedie dell'arte dovessero pure avere i loro pregi di spontaneità e di vivacità. 
Certo esse contavano dei grandi artisti: come il Sacchi, altamente lodato dallo stesso Goldoni. 

Il quale a quella commedia dell'arte o a soggetto volle sostituire quella che egli chiamò la commedia di carattere: cioè la rappresentazione di un mondo vero (almeno entro i limiti concessi dall'arte), secondo che avevano fatto i comici antichi, e il Molière. 
Era anche questo un aspetto di quel bisogno di razionalità, di ritorno alla semplicità, al buon senso, alla natura, che animava il Settecento..., ed era, da parte dell'autore, l'orgoglio di dare all'Italia la commedia, come altri tentava di darle la tragedia. 

Con la tenacia degli uomini pacifici, il Goldoni procedette lentamente nella sua riforma. 
Conveniva raffreddare la simpatia del pubblico per il vecchio genere: conveniva persuadere gli attori egomani a ripetere le parole del poeta, e a non parlare per conto proprio. 
Il Goldoni incominciò prima a scrivere solo le parti principali (come nel "Momolo Cortesan"). 
Quattro anni dopo poté scrivere tutta una commedia: "Le donne di garbo". 
Ma dagli influssi della commedia dell'arte, egli noli si liberò mai interamente. 
La conservazione delle maschere (anche in alcune delle commedie più belle), la mancanza dell'unità di luogo (osservata nella commedia classica e nel Molière), la divisione in tre anziché in cinque atti, la fine col solito matrimonio, la morale recitata dall'ultimo che parla, i lazzi dei servi sopravvissero nel Goldoni come caratteri della vecchia commedia..., tanto che il Cesarotti poté - non con tutta ingiustizia - scrivere che... "il Goldoni non ha che quattro o cinque commedie: le altre son farse per divertire il basso popolo". 
Ma è da notare che gli scrittori veramente originali costruiscono - come già l'Ariosto - sulle altrui fondamenta..., non distruggono, ma assai più assimilano e trasformano. 

Il Voltaire assai bene definì il Goldoni, chiamandolo pittore e figlio della natura. 
La commedia goldoniana è un brano di vita portato sulla scena: ora, di tumultuosa vita popolaresca: più spesso, di piccola vita borghese. 
Il Goldoni è innamorato di quel mondo, che conosce in tutti i suoi aspetti, o meglio nella innumerevole varietà dei suoi pochi aspetti. 
Le donne specialmente, o siano ragazze innamorate, o siano mogli che conoscono il vivere del mondo, o madri sagge, o servette che capiscono e sanno, sono ritratte con una tutta veneziana vivacità, nel loro misto di grazia e di ingenua malizia. 
Quelle commedie sono nate attorno all'autore, anche più che dentro di lui. 
Sono la realtà sorpresa in atto. 
Per cui i dialoghi non hanno nulla mai di falso (se non qualche invasione di elementi morali), è bisogna venire sino al Manzoni, per trovarne di similmente spontanei. 
L'amore per quel suo mondo trattiene il Goldoni al di qua della satira, chle è tanta parte della produzione di comici egregi, come del suo ammirato Molière. 
La sua nota costante è la giocondità e la ilarità..., la sua grande virtù la immediatezza e la verità. 
Perciò - forse nelle migliori commedie - adoperò il dialetto veneziano, o in alcuni personaggi, o in tutti: il Goldoni sentiva che il suo mondo non poteva trovare espressione diretta che in quel linguaggio. 
E preferì alla fine la prosa al verso, per quanto facesse largo e non sempre felice uso del verso della commedia francese, il settenario doppio. 

"Poco del principe, nulla di Dio" era il motto della conservatrice repubblica veneta: e il Goldoni non satireggiò mai i principi, né le corti, e non mise mai sulla scena nessun religioso, né canzonò mai la superstizione, che pure ritrasse umoristicamente in qualche pagina dei suoi "Mémoires". 
Non perciò le commedie goldoniane non risentono dei tempi nuovi. 
Il patriziato degenere o infrollito o pitocco apparisce spesso sulla scena. 
E di fronte ad esso, guardato con vivace simpatia, il popolo, o, come il Carducci direbbe, "la sanità plebea". 
In una commedia, "La Guerra", inspirata al poeta dalle guerre di Lombardia per la successione d'Austria - tra le quali si trovò -, deplora, come l'umanitarismo dei tempi voleva, il mestiere delle armi. 
In un'altra commedia, "Le donne curiose", fa la canzonatura delle società segrete, che producevano, allora, dei gabbamondi, come il famoso Cagliostro e il Casanova. 

Oltre un centinaio sono le commedie propriamente dette del Goldoni. 
Pure in quelle mediocri, e tirate giù in fretta, le scene vivacissime non mancano mai. 
Tra le più belle ricordo "La bottega del Caffè"..., "L'avventuriero onorato" (dove l'autore allude a se medesimo)..., "Le smanie per la villeggiatura"..., "La villeggiatura"..., e "Il ritorno dalla villeggiatura" (nelle quali è specialmente vivo il ritratto della signora che vuole - nella povertà - continuare le costumanze della società ricca)..., "La finta ammalata", allegra canzonatura dei medici, che risente insieme dello "Amour médecin" e del "Le malade imaginaire" del Molière..., "Il campielo" e "Le barufe chiozzotte", animate pitture della vita popolare veneziana..., "Sior Todero brontolon", il vecchio fastidioso e buono: al cui motivo ritornò nel "Bourrou bienfaisant"..., "Il ventaglio", mirabile per la complessità dell'intrigo..., "La locandiera, che è l'eterna storia della bellezza che vince ogni orgoglio, e pur nella sua ingenuità - e forse per essa - tiene ancora le scene..., "I rusteghi", il capolavoro goldoniano, che ritrae quattro vecchi dell'antica austerità, i quali vogliono sposare i loro figliuoli senza che neppur gli sposi si conoscano..., ma le donne sono più forti dei loro truculenti mariti, e riescono a far trionfare i diritti del cuore e del buon senso.



1 commento:

Marianna S. ha detto...

mi piace Goldoni...molto :)