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martedì 3 gennaio 2012

3 - IL CINEMA ITALIANO DEL DOPOGUERRA - Realismo e formalismo (Realism and Formalism)

Non sarebbe arbitrario considerare i film di Federico Fellini alla stregua di quelle opere letterarie che dopo la crisi del neorealismo, ripiegarono su una narrazione intimista, di memoria, o di mera ricerca formale. 
Fellini che aveva collaborato intensamente con i grandi del cinema realistico, si presenta "in proprio" con "Lo sceicco bianco" un film sul mondo dei facitori di fotoromanzi, e con "I vitelloni" dedicato alla vita dei giovani di provincia, chiaramente a sfondo autobiografico.

Ambiente e situazioni sembrano costituire un aggancio abbastanza preciso con la realtà, ma a ben vedere, prevalente è nel regista l'esigenza di esprimere un mondo poetico interiore, fatto di simboli, di notazioni psicologiche.
Ne "La strada" e ancora ne "Il bidone" Fellini rende esplicita questa sua posizione e ne evidenzia pregi e limiti.



Lo scontro tra realismo e formalismo è assai meno risolutore nel cinema che non nella letteratura.
La verità è che il neorealismo cinematografico è stato fenomeno ben più robusto e incisivo del suo corrispettivo letterario e quindi più difficilmente emarginabile.
Per cui l'aspetto più congruo della crisi resta quello produttivo, che si aggrava sul finire degli anni '50.
Lo stesso Fellini, onusto di successi internazionali, è costretto all'inattività per qualche anno; per produrre le "Notti bianche" Visconti deve ricorrere alla costituzione di una cooperativa..., Antonioni ha difficoltà a realizzare "Il grido".
Intanto dall'estero vengono opere di ottima fattura, che sottolineano, per contrasto, l'impasse in cui si trova il cinema italiano.
Salgono comunque alla ribalta giovani registi e documentaristi, come De Seta, Nelli, Olmi e altri, mentre segnano qualche punto Mario Monicelli con "I soliti ignoti" e Francesco Rosi con "La sfida".

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