BERLIN ALEXANDERPLATZ
Film televisivo in tredici puntate e un epilogo
Regia - Rainer Werner Fassbinder
Prodotto da Peter Märthesheimer, Günter Rohrbach, Gunther Witte
Soggetto - Dal romanzo omonimo di Alfred Döblin
Narrato da Rainer Werner Fassbinder
Musiche di Peer Raben
Fotografia - Xaver Schwarzenberger
Montaggio di Juliane Lorenz
Distribuito da TeleCulture
Data - 12 ottobre 1980 (Germania Ovest)
10 agosto 1983 (US)
Durata 894 minuti (Germania Ovest)
931 minuti (US)
Paese - Germania Ovest
Lingua - Tedesco
Interpreti e personaggi
Günter Lamprecht - Franz Biberkopf
Barbara Sukowa - Emilie "Mieze" Karsunke
Gottfried John - Reinhold Hoffmann
Hanna Schygulla - Eva
Elisabeth Trissenaar - Lina
Karin Baal - Minna
Franz Buchrieser - Meck
Hark Bohm - Otto Luders
Roger Fritz - Herbert
Brigitte Mira - Frau Bast
Barbara Valentin - Ida
Ivan Desny - PUMS
Annemarie Düringer - Cilly
Volker Spengler - Bruno
Günther Kaufmann - Theo
Vitus Zeplichal - Rudi
Claus Holm - Wirt
Hans Michael Rehberg - Kommissar
Lilo Pempeit - Frau PUMS
Elma Karlowa - Frau Greiner
Helen Vita - Franze
Kurt Weinzierl - Oratore
Y Sa Lo - Ilse
Udo Kier - Giovane al bar
Rainer Werner Fassbinder - Narratore
«La mia stessa vita,
sicuramente non nella sua totalità ma in un certo, gran numero di
cose, forse più decisive di quanto oggi possa ritenerle, si sarebbe
svolta in un altro modo-sorridete, se vi va-senza Berlin
Alexanderplatz nella testa, nella carne, nell'intiero corpo e
nell'anima».
Così Rainer Werner
Fassbinder nell'introduzione alla sceneggiatura del gigantesco
feuilleton televisivo (13 puntate e un epilogo per un totale di 15
ore e mezzo). Il testo è estremamente interessante e suggestivo
nella descrizione del romanzo (1929) di Alfred Döblin,
esponente della cosiddetta “Nuova Oggettività”, da cui il serial
è tratto.
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| Hanna Schygulla - Eva |
TRAMA - L'ex-scaricatore
Franz Biberkopfesce dalla prigione dove ha scontato quattro anni per
aver ammazzato a botte la sua vecchia amica Ida che, a Berlino,
faceva la vita per lui negli anni Venti a causa delle loro difficoltà
economiche. (Più tardi)... riesce ad avviare una relazione con la
polacca Lina, in modo tale che lei potrebbe prenderla per amore. Lina
costringe Franz a giurare che, d'ora in poi, resterà onesto, così
vero che... va beh.
La situazione economica è
disastrosa, ogni tentativo di creare un fondamento stabile fallisce,
i fermacravatte, la letteratura erotica, il holkische Beobachter
(giornale di destra) che gli causa difficoltà coi suoi vecchi amici
comunisti, con i quali aveva fatto una volta causa comune perché gli
voleva bene. (Dopo esser stato tradito da uno zio di Lina) ...Franz,
che crede imperturbabilmente che gli uomini siano buoni, è talmente
ferito che si ritira dal mondo, non fa altro che ubriacarsi per
settimane. Ma ritorna infine verso la vita e verso gli uomini. Fa
allora la conoscenza di un tipo, si chiama Reinhold, in effetti è un
piccolo gangster ma in qualche modo piuttosto affascinante. Così
affascinante che Franz conclude con lui uno strano affare: riprende
le donne di questo Reinhold, perché costui se ne stanca troppo
presto...
Per caso Franz partecipa a
un'impresa che sembra un regolare trasporto di frutta ma che scopre
all'improvviso essere una rapina. Fa il palo, vuole scappare, non ci
riesce... Reinhold getta Franz fuori dall'auto... Ma Franz Biberkopf
non è morto, perde soltanto il braccio destro. La sua vecchia amica
Eva, e il suo protettore, lo risistemano... Eva gli porta una ragazza
che si chiama Mieze... e per un po' i due sono felici. Si amano. Ma
Reinhold si immischia anche in questa relazione, incontra spesso
Mieze fino a che, da ultimo, la uccide. Franz è arrestato per il
delitto, entra in manicomio dove diviene, durante un "processo
inverso di catarsi", un membro della società ordinario e
utilizzabile. Diventerà certamente nazionalsocialista, tanto l'ha
distrutto l'incontro con Reinhold.
La torrenzialità del
romanzo è parallela al flusso di impulsi ricevuti da una
trasmissione televisiva. Ma, a differenza di un qualsiasi serial (che
tende a disperdere il suo senso in mille rivoli secondari o a
reiterare costantemente lo stesso schema di fruizione) l'intento di
Fassbinder era di condurre il suo pubblico a una concentrazione
simile a quella dell'abitante della metropoli “laddove vivere
significa prestare costantemente attenzione ai toni, alle immagini,
ai movimenti. E così mutano i mezzi della tecnica narrativa adottata
come può mutare l'interesse di un abitante attento di una grande
città senza che questi, come i1 racconto stesso, perdano il loro
punto focale”.
E purtroppo impossibile
dilungarsi (almeno in maniera proporzionale alla durata del film) su
questo devastante capolavoro. Mi limiterò di conseguenza ad indicare
alcuni motivi principali di interesse:
- il rapporto col romanzo:
bisognerebbe leggere l'autoconfessione di cui sono riportati due
brani per rendersi conto del maniacale rapporto istituito da
Fassbinder con l'opera di Döblin.
Obiettivamente, bisogna riconoscere che il romanzo anticipa un tema e
un atteggiamento fondamentale della poetica fassbinderiana. Il tema:
il rapporto tra due uomini mediato dall'affetto/possesso di una
donna, quello che Fassbinder definisce “l'amore puro” tra Franze
Reinhold, la primitiva forza irrazionale, inspiegabile che porta
l'individuo a essere vittima della società.
L'atteggiamento: Walter
Benjamin, a proposito del romanzo, diceva di Döblin:
“È sorprendente quanto
stia dietro ai suoi personaggi prima di rischiare di chiedere loro
ragione di quello che stanno facendo. Si avvicina alle cose
cautamente, lentamente, come si conviene al poeta epico. Ciò che
accade, anche la cosa più improvvisa, appare come preparato da
lontano”. (in Avanguardia e rivoluzione, Torino, Einaudi, 1973). Lo
stesso rispetto è sempre stato caratteristico di Fassbinder. Ora,
trascrivendo questa Germania degli anni Venti via Hollywood, elabora
una fulminante rappresentazione della cultura occidentale "popolare"
degli ultimi 60 anni. Ricongiunge il linguaggio della colonizzazione
americana all'idioma europeo dell'anteguerra.
- il personaggio di Franz
Biberkopf il sottotitolo dell'epilogo è “Il mio sogno del sogno di
Franz Biberkopf”. E, come spesso il regista ha ripetuto, “Franz
Biberkopf sono io”. In Biberkopf Fassbinder trasfigura se stesso
come uomo e come autore; la distanza mantenuta nelle prime 13 puntate
si annulla nel delirante epilogo, in cui l'allucinazione del
personaggio si sovrappone all'ossessione del regista, in
un'esplosione di simboli psicanalitici e di riferimenti storici da
cui autore e spettatore escono letteralmente esausti. Alla Sacra
Famiglia si sovrappone il motivo di Edipo e a questo il rapporto mai
risolto di Fassbinder (e Döblin)
con il padre. Lo scrittore ha fornito Biberkopf di una mitologia di
cui il regista si è miracolosamente appropriato dandole nuova vita.
- il significato della
Storia: dopo “Il matrimonio di Maria Braun”, “Berlin
Alexanderplatz” è il secondo, monumentale capitolo della
ricognizione del passato che Fassbinder compie. Dopo avere messo a
nudo, nella sua prima trentina di film, le radici della natura umana
e le sue manifestazioni sociali nella civiltà contemporanea, il
regista è andato a cercarne l'evoluzione storica nella Germania
degli anni Venti-Trenta e del secondo dopoguerra. Ma non si tratta
certo di un approccio scientifico: la sua è una sorta di discesa
agli inferi, un viaggio mitico nel ventre della storia per scoprire
il cordone ombelicale che lega il presente al passato.




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