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venerdì 3 febbraio 2012

LENIN E IL CINEMA (Lenin and the cinema)

    
A prima vista può stupire che una cinematografia come quella sovietica, sempre tra le maggiori e forse la più importante di tutte nel campo della biografia storica, non abbia mai realizzato un film che abbracci per intero l'esistenza di Lenin. Ma, per la complessità dell'uomo, la mole di lavoro del politico, le avventurose fatiche del rivoluzionario, l'impresa si presentava invero rischiosa o quanto meno incauta anche per una produzione preparata alle opere gigantesche. Ne sarebbe uscita più che altro una testimonianza monumentale, ma limitata per forza di cose alla superficie; un compendio di storia, per un uomo che la storia l'aveva plasmata quotidianamente per mezzo secolo. Forse lo ha rilevato meglio di tutti l'attore Innokenti Smoktunovski che, dopo essere stato Amleto, Mozart e il principe Miskin, ha interpretato sullo schermo il personaggio di Lenin in Sullo stesso pianeta (1967) di Ilya Olshwanger: 

“Certo il nostro primo proposito” ha detto Smoktunovski “era di tracciare le origini e lo sviluppo del pensiero leniniano. Ma impegnandoci in ciò abbiamo compreso che l'immagine di Lenin, reale, morale, filosofica, era troppo sfaccettata per poter essere sostenuta da un solo attore, in un solo film... Ecco perché Sullo stesso pianeta è sì una biografia, ma esamina un unico giorno della vita di Lenin, con la convinzione di fare già opera di storia. Un solo giorno di Lenin era tanto ricco di avvenimenti drammatici, tanto intenso e creativo, da incentrare in sé l'equivalente di una esistenza umana”.

Un  paio di anni fa, l'anniversario della nascita ha riproposto fra le tante verifiche anche un inventario del cinema su Lenin. I film sono numerosi e suddividono l'amplissima materia in momenti e tempi differenti, ciascuno col suo brano da rappresentare, innumerevoli squarci d'una vita che bisogna ancora inseguire perché ce ne sia restituita l'essenza straordinaria e l'anticipatrice potenza di visione, al di fuori dell'occasione celebrativa. E' probabile che il cinema, anche in questa forma composita ed episodica, non abbia esaurito i suoi compiti. La antologizzazione comporta a sua volta dei chiari pericoli, primo fra tutti una possibile riduzione della lezione leniniana nei limiti di una contingenza metodologica che oggi, teoricamente, può apparire cristallizzata. Ma vediamo nei dati di fatto, ovvero sui singoli film, quale sia effettivamente il contributo che in questo campo il cinema ha offerto.
Prima, tuttavia, occorre esaminare un altro aspetto del rapporto, non meno importante. Perché se è vero che il cinema sovietico non ha cessato mai d'avvicinarsi a Lenin, è vero anche che Lenin si è avvicinato alle cose del cinema molto tempo prima della rivoluzione e del decreto di nazionalizzazione. La citazione più lontana risale al 1907 e si rifà a una conversazione fra Lenin e il filosofo Bogdanov, il quale sarebbe diventato poi uno degli ideologhi più accesi del Proletkult scontrandosi in diverse occasioni con lui.
  
"Nei giorni dell'Ottobre" - Serghei Vassiliev (19858)
Lenin è V. Cestnokov


   
“Finché il cinematografo”  disse Lenin in quella circostanza “sarà nelle mani di volgari speculatori, causerà più danno che utilità, non di rado traviando le masse con il disgustoso contenuto delle opere proiettate. Ma, naturalmente, quando le masse si saranno impossessate del cinema ed esso sarà nelle mani dei veri esponenti della cultura socialista, esso diventerà uno dei più importanti mezzi di istruzione delle masse”.

Era il 1907, ripeto, molte cinematografie dovevano ancora nascere, ad un cinema sociale nessuno aveva ancora pensato, il futuro del cinema era messo in dubbio persino da coloro che lo facevano; le poche parole di Lenin appaiono in questo contesto ultrarivoluzionarie. Tanto più nel panorama desolante del cinema russo dell'epoca, in cui si riflettevano, accentuati, i vizi del film straniero; così che riferendosi già agli anni della guerra mondiale Nikolai Lebedev può scrivere: 

“Non erano gli artisti ma i padroni delle aziende a determinare i temi, il genere e il senso ideologico della produzione cinematografica. Se in altre arti potevano ancora esistere illusioni idealistiche sulla libertà della creazione (smascherate con straordinaria efficacia da V.I. Lenin nel suo articolo L'organizzazione di partito e la letteratura di partito), nel cinema i rapporti tra il padrone e il regista, gli attori e gli operatori che erano al suo servizio non permettevano alcuna illusione. Gli artisti fabbricavano merce per il padrone, questa merce doveva procurare un profitto. Quanto più un film si faceva in fretta e a buon mercato, tanto maggiore era il profitto. Di qui la caccia alla quantità e il basso livello artistico del grosso della produzione. Di qui la pletora di filmacci che inondava il paese...”.

Lenin dette prova del suo interesse per il cinema a pochi mesi dalla vittoria d'Ottobre. Nonostante la massa dei problemi sul tappeto, la prima organizzazione cinematografica sovietica, sotto forma d'una sezione autonoma delle commissioni statali del commissariato del popolo per la istruzione, viene fondata nel gennaio 1918, al terzo mese della rivoluzione. La creazione del comitato cinematografico di Mosca è del marzo. Nel maggio il comitato passa alle dipendenze del commissariato del popolo per l'istruzione, con funzioni produttive, di gestione e di amministrazione, e assume così fisionomia di ente centralizzato. Nello stesso mese gli operatori delle cineattualità riprendono per la prima volta Vladimir Ulianov a Chodynskoje Pole, presso Mosca, in occasione della dimostrazione del Primo Maggio. E' il primo documento cinematografico tuttora esistente su Lenin. Fu presentato la sera stessa del Primo Maggio in sei cinematografi della città, e in varie piazze, sotto il titolo Festa proletaria a Mosca.
In seguito, fra il '18 e il '24, molti furono i documentaristi che ripresero Lenin; tra questi il grande Eduard Tissé, futuro collaboratore di Eisenstein, Dovzenko e Aleksandrov. Il numero delle sequenze su Lenin proiettabili, e riesumate con grande scrupolo in occasione del cinquantenario, sono calcolate in numero di ventuno, tra le quali si citano: la passeggiata di Lenin sulla piazza del Cremlino, durante la convalescenza dopo l'attentato del 30 agosto 1918; il suo intervento all'inaugurazione del monumento a Marx e Engels; il discorso dall'alto di un camion sulla Piazza Rossa (1919); il discorso durante una dimostrazione per la guerra con la Polonia (1920); Lenin che seduto presso gli impianti elettrici si prepara a parlare al terzo congresso del Comintern (1921); il discorso al Comintern; Lenin che esamina il nuovo modello di aratro elettrico presso l'istituto di agricoltura (1921); Lenin in casa con un gattino in braccio.
  
Lenin in un cinegiornale del 1918



Il cinema sovietico intanto era nato ufficialmente il 27 agosto 1919, con il decreto che statalizzava il commercio e l'industria fotocinematografica demandandoli al commissario del popolo per l'istruzione. Il provvedimento portava la firma di Lenin ed era in sostanza un atto di “mobilitazione” culturale. Per l'aggravarsi della guerra civile, il Soviet supremo riteneva necessario controllare direttamente ogni tipo di industria.., il cinema andava rivolto soprattutto a fini di istruzione, propaganda politica e tecnica, incentivazione produttiva.
I film cominciano a circolare nei famosi treni di propaganda. Fanno parte del materiale divulgativo preso le varie zone agricole e minerarie. Entrano nelle aule dei congressi. Espongono alle folle i principi del movimento operaio e della formazione dello Stato rivoluzionario. In quest'ultima branca determinate è l'opera del commissario del popolo all'istruzione, Anatoli Lunaciarski, che fin dal 1918 aveva mostrato d'avere le idee chiare col suo articolo “I compiti della cinematografia statale della RSFSR”. Sarà a Lunaciarski, nel 1922, che Lenin rivolgerà la notissima frase: 

“Voi avete fama di protettore della arte; perciò dovete sempre ricordarvi che di tutte le arti, la più importante per noi è il cinema”.

Arte, dice Lenin. Cioè qualcosa di più e di diverso da quanto sinora è stato compiuto con la macchina da presa. Significativamente il 1922 vede la nascita del Kinoglaz di Dziga Vertov e il debutto nella regia cinematografica di Eisenstein e Pudovkin.

Ancora Lunaciarski, nel suo scritto “Il cinema in Occidente e da noi”, espone le direttive di Lenin per la produzione cinematografica di quegli anni, che avrebbe dovuto mirare a tre risultati principali: 

“Il primo è una cronaca molto informata, esposta in modo opportuno, cioè giornalistica nello spirito di quella linea che, diciamo, seguono i nostri migliori giornali sovietici; il cinema... deve inoltre diventare l'equivalente di conferenze popolari sulle varie questioni della scienza e della tecnica; ma più importante ancora... la propaganda delle nostre idee sotto forma di film divertenti, ricchi di scene di vita e permeati delle concezioni nostre, che sottoponessero all'attenzione del paese cose buone, progressive, rallegranti, e che sferzassero quello che è condannabile sia da noi che nei paesi stranieri”.

Moltissimi film nascono da queste indicazioni, ma la loro maturazione non avviene senza contraddizioni e inquietudini segrete. Fino dal 1920 si producono irrigidimenti fra i postulati del Proletkult e i vari fronti delle arti. Le correnti avanzate del momento, futuristi, eccentristi ecc., premono per una nuova ”scienza proletaria” che ripudi in blocco il passato. Le nuove forze burocratiche a tendenza centralizzatrice approvano, in teoria, ma sono ben lungi dal saper incanalare nella giusta direzione questi estetici entusiasmi. E' certo, riguardando le cose con occhi d'oggi, che i concetti innovatori di Vertov e Eisenstein contengono in sé le esortazioni leniniane sopra riportate, ma la forma in cui le elaborano intimoriscono molti funzionari delle organizzazioni cinematografiche di allora. A sua volta Lenin teme nei deviazionismi culturali l'inizio di un'apostasia politica. Spesso in quegli anni di battaglia si mostrerà più tollerante dei censori ufficiali, ma il suo animo resterà vigile e molto diviso. In particolare lo preoccupano certe intransigenze autonomistiche del Proletkult, le sue ambizioni per una neo-scienza che ripartisse da zero con pericolose conseguenze per il proletariato, lo Stato e il partito ad un tempo. 

“Il marxismo” scrive in polemica col Proletkult, anziché rinnegare le conquiste più valide dell'epoca borghese ha, al contrario, assimilato e rielaborato tutto ciò che di più prezioso vi è nello sviluppo più che bimillenario del pensiero umano e dell'umana cultura: soltanto l'ulteriore lavoro su queste basi può essere riconosciuto quale sviluppo d'una cultura effettivamente proletaria”.

In questo clima contrastato che diverrà più pesante dopo la scomparsa di Lenin (sebbene Lunaciarski ne continui coerentemente l'opera) si fa strada passo dopo passo la grande scuola cinematografica sovietica. Non avrà vita facile.

La prima rievocazione filmica della figura di Lenin è curata proprio da un cineasta che disprezza l'arte (“è un termine controrivoluzionario”), respinge la tradizione e crede nell'estremismo della macchina da presa, che distrugge ogni barriera documentando “la vita così com'è”: Dziga Vertov. 
I suoi cinegiornali si chiamano Cine-verità: e il più efficace numero della serie è quello dedicato appunto a Lenin per il primo anniversario della morte, gennaio 1925. Vertov, la cui frenetica passione per il mezzo cinematografico non conosce sfumature, definisce la propria opera “lirico-cinematografica”, dove il primo dei due aggettivi contraddice da solo vari punti del suo programma, ma tiene fede a se stesso. 
Il Cine-verità su Lenin è veritiero, soprattutto per il suo empito d'emozione e di devozione collettiva. Si compone di tre parti: L'opera di Lenin, I funerali, Lenin è vivo. Il titolo di quest'ultimo costituisce una parola d'ordine che il centenario ha ripreso direttamente. Lenin vivo s'intitola in questi giorni il documentario di Mikhail Romm che raccoglie tutte le immagini cinematografiche ancora esistenti di Vladimir Ilic. Lenin vivo la versione italiana di questo repertorio edita a cura dell'Unitelefilm. 
Lenin vivo è la testata di una delle tre manifestazioni cicliche retrospettive organizzate tra gennaio e febbraio di quest'anno in cinquanta sale cinematografiche moscovite, e comprendenti una rassegna di pellicole, a soggetto o documentaristiche.
Già nel '25, dopa Vertov, un altro regista, Yakov Protazanov, indicava la continuità della missione leniniana nel film “Il suo appello”, dove - rileva Glauco Viazzi -   “Lenin appariva per la prima volta come personaggio”, ossia rappresentaTo da un attore. 
Nel 1927 Eisenstein fa lo stesso in alcune inquadrature famose di Ottobre (l'arrivo di Lenin a Pietrogrado), ma pubblico e critica non gradiscono l'artificio. Maiakovskij usa contro l'attore occasionale Nikandrov, e indirettamente contro il regista del film, parole assai dure: 

“E' disgustoso vedere un uomo assumere atteggiamenti simili a quelli di Lenin e fare dei gesti analoghi quando dietro quell'apparenza si sente un vuoto assoluto, una totale assenza di vita”. 

In effetti il risentimento coinvolge tutta l'opera e rimprovera ad Eisenstein un eccesso di disorientante intellettualismo: il tempo ha reso giustizia a Ottobre, che senza essere un capolavoro reca però tutti i segni del cinema anticipatore e della cultura elaboratrice di storia. Anche se il regista riconoscerà i propri 'errori', resta il fatto che i suoi critici gli chiedevano meno di quanto il suo film non offrisse. Reclamavano cronaca quando Eisenstein narrava già nel respiro della storia.
Ma, forse, per quanto riguarda la immagine di Lenin, il pubblico sovietico riluttava giustamente contro il timore di una divizzazione esteriore, iconografica. Lenin vivo in tutte le manifestazioni creative del paese, appariva 'morto' solo quando un attore si truccava sullo schermo - o sulla scena - per, essere lui. Per dieci anni, dopo Ottobre, il personaggio non compare più nel cinema sovietico, se non ripreso da vecchi spezzoni di documentari o - dopo il sonoro - con la registrazione della sua vera voce. 
E' ancora il grande nemico della finzione filmica, Vertov, a riannodare in tal senso il discorso presentando “Tre canti su Lenin” (1934), un ampio cinegiornale in cui l'uomo Lenin è vivo nella sua realizzazione al di là del ciclo terrestre, come il marinaio Vakulinciuk del “Potemkin”, l'operaio Timos di “Arsenale” o il vegliardo sul mucchio delle mele in “La terra”. Questo potere di trasmissibilità vitale, attraverso tre canzoni popolari, è nel film di Vertov esaltante e assoluto. Equivale in certo senso ai poemi leninisti di Maiakovskij dei quali possiede la forza provocatoria e la torrentizia eccitazione.
  
Lenin sulla Piazza Rossa in un cinegiornale del 1920


   
Più avanti la figura di Lenin interviene nel cinema come apparizione risolvente, ma marginale. Non lo si vede ancora in “Il deputato del Baltico” (1937) di Zarkhi e Heifitz, ma la sua voce parla al telefono al professor Polegiaiev, il protagonista (Nikolai Cerkassov). E se in “L'uomo col fucile” (1938) di Serghei Jutkevic, che tratta il tema dell'adesione dei contadini alla rivoluzione (ispirandosi a una delle tre commedie di Pogodin che porteranno Lenin in scena), in “Il quartiere di Viborg” (1939) di Kosintzev e Trauberg, parte finale della “Trilogia di Massimo”, come pure in “La grande aurora” (1938) di Mikhail Ciaureli sulle gesta rivoluzionarie nel Caucaso, il personaggio resta in funzione puramente 'consolatrice', il ventennale dell'Ottobre è buon momento per una prima ricostruzione di stampo biografico. Ne è incaricato il regista Mikhail Romm, che, insieme a Jutkevic, è uno dei più attenti cultori del cinema su Lenin. 
L'opera si articola in due parti: “Lenin nell'Ottobre” (1937) e “Lenin nel 1918” (1939), entrambe improntate ai canoni del realismo socialista, robuste nel disegno, fortemente contrastate, talora epicamente riuscite. 
Nel primo film la vita di Lenin è studiata dall'inizio della rivoluzione alla nascita del nuovo governo dei Soviet. Nel secondo si guarda al periodo immediatamente successivo, e specialmente ai rapporti con gli intellettuali e alla sua azione contro l'intervento delle nazioni occidentali. Molti personaggi storici s'inseriscono nella narrazione, da Gorki a Trotzki, da Jakov Sverdlov a Nadjezda Krupskaja e naturalmente a Stalin (impersonato, come in molti film posteriori, dall'attore Mikhail Ghelovani). Si vuole da più parti che Stalin in persona: durante la lavorazione, imponesse delle forzature e dei ritocchi, al punto da far scrivere a Gerges Sadoul che “la stessa figura di Lenin è utilizzata ad esaltazione di Stalin”. Ho visto ambedue i film e non condivido il giudizio. Si può rimproverare a Romm qualche cedimento allo schematismo, cui portava però con facilità l'affollatissima materia, e nel caso del primo film la frettolosità di realizzazione: Lenin nell'Ottobre venne girato in soli tre mesi, perchè potesse inserirsi nelle manifestazioni del ventennale. E' da notare pure che, nel 1956, in epoca krusceviana, il film venne rieditato in forma, “riveduta e corretta”: ma questa revisione e correzione si limitava, discutibilmente, a tagliare determinate sequenze, o più propriamente un determinato personaggio.
E' vero invece che la figura, di Lenin interviene sempre meno nel cinema fino al periodo del XX Congresso. La scorgiamo in “Jakov Sverdlov” (1940) di Jutkevic, biografia del primo presidente del comitato esecutivo centrale della rivoluzione, e in “Il suo nome è Suche-Bator” (1942) di Zarkhi e Heifitz, omaggio al pioniere della Repubblica Popolare Mongola. In tutt'e due i casi Lenin è impersonato da Maksim Straukh, come già in “L'uomo col fucile”. Ormai Strauklu sostituisce il quasi leggendario Boris Sciukin, Lenin nei due film di Romm, deceduto solo pochi mesi dopo l'ultimazione di “Lenin nel 1918”. Straukh, ancora settantenne, porta avanti la sua incarnazione più famosa con una capacità d'immedesimazione e d'identificazione più che fisionomica. Restano memorabili certe sue balenanti apparizioni, certi atteggiamenti meditatamente restituiti, il senso del “deus ex machina” accortamente attenuato dall'umanità profonda e comprensiva che appartiene al rievocatore come già fu del rievocato.

Un terzo volto di Lenin è Mikhail Kondratiev, che campeggia fra l'altro nel film “Nubi ostili” (1955) diretto da Mikhail Kalatozov, il regista di “Quando volano le cicogne” e “La tenda rossa”. 
Un quarto è Nikolai Plotnikov in “Prologo di Efim Dzigan” (1956), che si riferisce ai fatti rivoluzionari del 1905. 
Troppo lungo sarebbe elencare tutti gli attori chiamati a incarnare Vladimir Ilic sullo schermo. A titolo di semplice informazione (indiretta, poiché i corrispondenti film non hanno mai raggiunto i cinematografi italiani) ricorderò ancora Boris Smirnov (“In nome della rivoluzione”, “Personalmente conosciuto”, “Gloria del Baltico”)..., Valeri Golovnenko (“La prima Bastiglia”)..., Dimitri Massanov (“I cinque di Ferghana”)..., Mikhail Kuznetzov (“La salva dell'Aurora”). 
Tutti questi film si soffermano sul traguardo rivoluzionario del 1918 o sulla tappa del 1905. Ma nel 1956 si registra un momento biografico diverso: il giovane regista Nevzorov porta sullo schermo “La famiglia Ulianov”, dal dramma teatrale di Popov, che si attiene alla prima giovinezza di Vladimir Ilic nella natia Simbirsk, negli anni della scuola e nella cerchia familiare (Lenin adolescente è l'attore Vladimir Korovin). 
Poco dopo la morte del padre, una altra sciagura si abbatte sugli Ulianov. Il fratello maggiore, Aleksandr, rivoluzionario populista, viene arrestato a Pietroburgo sotto accusa di complotto per uccidere lo zar, anche la sorella Anna è in carcere. Quando Aleksandr viene impiccato, non ha ancora ventun anni. Gravemente angosciato, Vladimir trova il coraggio di confortare la madre e soprattutto di opporsi al movimento terroristico di cui Aleksandr faceva parte, e che ora vuole reagire con la rappresaglia individuale.

Nel 1957 è ancora Jutkevic a realizzare “Racconti su Lenin”, film in due episodi (Lenin è Maksin Straukh). 
Il primo episodio ricorda gli avvenimenti dell'estate 1917, allorché il governo provvisorio, preoccupato della sempre maggiore espansione del movimento rivoluzionario, decise di imprigionare il capo, appena rientrato in patria dalla Svizzera. Lenin riuscì a sfuggire alle ricerche grazie all'aiuto del popolo e di amici fedeli, come l'umile soldato Mukhin. 
Il secondo episodio abbraccia gli ultimi due anni di vita di Lenin e in special modo gli otto mesi trascorsi a Gorki fra il maggio '23 e il gennaio '24, data della sua scomparsa. 
Sempre del 1957 è “Racconti di mia madre” di Juli Raizman, che riprende la voga del Lenin provvidenziale e tutelare (attore Boris Smirnov) a margine di pellicola; Io vediamo interrompere una seduta del Soviet per mandare dei chiodi alla centrale elettrica di Zagora in via di costruzione. Mitizzazione e smitizzazione si alternano da un film all'altro, testimoniando implicitamente le contraddizioni del 'disgelo' kruscioviano.

Anche il 1958 è fertile di squarci cinematografici su Lenin. Il più importante forse in linea storica, il più intonato allo spirito oltre che alla lettera del quarantennio sovietico che si festeggia, resta “Per ordine di Lenin” (regia Latif Faizier, Lenin è Mikhail Kondratizv), girato nello Uzbekistan a ricordo di una grande iniziativa di pace, per allora sensazionale, 'rivoluzionaria' in ogni senso, negli anni del comunismo di guerra: l'apertura, nel 1920 della prima università di Stato nei territori dell'Asia centrale. 
Altri film, “Incontro col compagno Lenin” di Boris Volkovic..., “Il primo giorno di Friedrich Ermler” (Lenin è Gleb Yucenkov)..., “Nei giorni dell'Ottobre” di Serghei Vassiliev (Lenin è V. Cestnokov). 
In quest'ultimo risulta palese lo sforzo di emanciparsi da entrambi i modelli finora proposti generalmente, tanto il Lenin dei “buoni sentimenti” quanto il Lenin tutto scolpito, enunciato, fuor di dialettica. 

“... All'attore Cestnokv è toccato rimuovere gli accenti ormai consueti nella interpretazione del personaggio di Lenin”... scrive l'Iskusstvo Kino subito dopo la prima del film “e quindi di fornirne una nuova. Se in passato abbiamo visto dei film in cui in Lenin si manifestava soprattutto la sua qualità di uomo dalle doti squisitamente umane, nella nuova pellicola si è fatto il tentativo di mostrare soprattutto il capo della Rivoluzione. V. Cestnokov porta in primo piano i tratti più importanti del carattere di Lenin, che furono tipici della guida del proletariato mondiale e cioè la sorprendente chiaroveggenza, il grande talento di organizzatore delle masse lavoratrici, l'illimitato amore per il popolo e la fiducia nella sua forza. Avendo scartata la riproduzione fotografica del personaggio, l'attore ci persuade con affinità interiore, con la capacità di vivificare e colmare internamente il discorso”. 

Ma forse il regista, uno dei due Vassiliev del proverbiale Ciapaiev, non era l'uomo ideale per questo tipo d'esperimento, che anche la critica citata non può fare a meno di chiamare 'tentativo'.

Il primo lavoro di effettiva sistemazione storico-biografica è probabilmente quello attuato da Jutkevic nel 1960: un documentario, intitolato “Il più umano”, su tutti i film sovietici dedicati fino allora a Lenin. 
Più avanti Jutkevic porterà un'altra tessera al vasto mosaico dirigendo “Lenin in Polonia” (1965), sempre con Maksim Straukh. Sulla “famiglia degli Ulianov” ritorna nel '66 il regista Marc Donskoi col dittico “Cuore di madre” e “Devozione di madre” (Lenin è Rodion Nakhapetov), che ha inizio negli anni di Kazan e finisce alla vigilia della rivoluzione. 
Nel '67 Ilya Olschwanger gira il già nominato “Sullo stesso pianeta”, che descrive una giornata di lavoro di Lenin all'Istituto Smolny, quartiere generale del Soviet di Pietrogrado. Nel frattempo l'approfondimento dell'analisi del pensiero leniniano ha avuto un ulteriore impulso in una grossa trilogia di montaggio, tutta basata su materiali d'epoca, interviste, lettere e ricordi visivi, a cura di Fjodor Tyapkin e Gherman Fradkin. Qui finalmente siamo vicini a una autentica operazione di ricerca, scientificamente rigorosa e pressoché completa. 
Vediamo nella prima parte, “Manoscritti di Lenin”, come sono nati i testi che hanno avuto tanta importanza nello sviluppo del movimento rivoluzionario e nella vita politica del paese. 
La seconda, “La bandiera del partito”, traccia l'evoluzione del primo programma del Partito comunista russo, elaborato dal giornale Iskra ed approvato durante il secondo congresso del Partito operaio socialdemocratico russo del 1903. 
La terza fase s'intitola Lenin: ultime pagine e si rivolge agli anni 1923-24, mostrando come Lenin scrisse i suoi ultimi articoli che costituiscono il suo testamento politico.
Quello che segue è già nell'ambito delle iniziative per il cinquantenario dello Stato sovietico e per il centenario leniniano. Si fa ritorno agli anni della rivoluzione, ma con una volontà d'indagine cui la spinta documentaristica ha indotto anche alcuni autori di film a soggetto. Ad esempio, in “Il 6 luglio” di Mikhaií Sciatrov (1968; Lenin è l'attore Yuri Kajurov) è toccato il problema dell'estremismo di sinistra al momento della presa di potere. 
Un treno nel domani” (1968) di Borschakovski e Sutyrin tratta del trasferimento del governo e del Comitato centrale del partito da Pietrogrado a Mosca, nel marzo 1918. 
Il primo visitatore” (1968) di Granin e Kvinikhidze, rievoca il primo giorno di governo dei Soviet.
E' tuttavia il documentario vero e proprio che prevale. 
Pagine italiane” (1969) di Pokrovski illustra l'incontro fra Lenin e Gorki a Capri (sullo stesso tema e ambiente si sta girando attualmente negli studi di Kiev il film “La famiglia Kochubinski”, con l'attore ucraino Troshanovski nella parte di Lenin e Andrej Kocetov in quella di Gorki). 
Leonid Machnatsch affronta, su materiale di repertorio, il tema della costituzione della Terza Internazionale (1919-43) in “Bandiera sopra il mondo” (1969). 
E' stata terminata da poco l'opera più ponderosa: un ciclo di ben 14 documentari, prodotti congiuntamente da cineasti di Mosca e Leningrado, sotto la supervisione di Gherman Fradkin, che ripercorre in ordine cronologico tutta l'attività di Lenin. 
Si parte da “Vladimir Ulianov”, il primo, sulla formazione del carattere del giovane studente di Simbirsk e sul modo in cui si orientò verso la causa della classe operaia. 
Seguono “Lenin a Pietroburgo” che corrisponde agli anni tra il 1893 e il '97, e vede Lenin dirigente marxista e organizzatore del partito..., “La bandiera del partito” (1897-1904) sulla lotta contro i revisionisti durante il secondo congresso..., “Prima della tempesta” (1911-13), sul soggiorno di Lenin a Parigi, con la fondazione della scuola di partito di Longjumeau e la nascita della Pravda..., “Primavera a Pietrogrado” (1917) sulla sosta svizzera dopo lo scoppio della guerra, fino all'avventuroso ritorno in Russia. 
Lo ultimo capitolo dell'ingente documentario è chiamato “Lenin e l'epoca” e ribadisce il significato dell'eredità politica leniniana fino a oggi, nei confronti del movimento proletario internazionale e dinanzi ai destini del mondo a venire.

Dal tempo del Cine-occhio alle porte del duemila, la trafila dei film sovietici sull'uomo che ha fondato, tra l'altro, anche la cinematografia socialista, è dunque un grosso e instancabile omaggio che se riflette qua e là scompensi interni di forma e di valutazione, non lascia mai venir meno la propria fiducia nel personaggio cui si ispira: e meglio la onora, anzi, quando la inquadra in una situazione di reintegrazione continua del marxismo rispetto a tutti i problemi del presente. 
Altre pellicole su Lenin hanno avuto il loro con il contributo di altre cinematografie; come “Lenin in Svezia” di Vladislav Mikocha e “Al passo della rivoluzione” di Boris Nebylizki, sulle relazioni tra il primo governo leniniano e la repubblica dei Soviet ungheresi del 1919.
  
Lenin gioca a scacchi con Bogdanov a Capri



   
LA SCRITTA INVINCIBILE

Al tempo della guerra mondiale
in una cella del carcere italiano di San Carlo
 pieno di soldati arrestati, di ubriachi e di ladri,
un soldato socialista incise sul muro col lapis copiativo:
viva Lenin!
Su, in alto, nella cella semibuia, appena visibile, ma
scritto in maiuscole enormi.
Quando i secondini videro, mandarono un imbianchino con un secchio di calce
e quello, con un lungo pennello, imbiancò la scritta minacciosa.
Ma siccome, con la sua calce, aveva seguito soltanto i caratteri
ora c'è scritto nella cella, in bianco:
viva Lenin !
Soltanto un secondo imbianchino coprì il tutto con più largo pennello 
sì che per lunghe ore non si vide più nulla. Ma al mattino, 
quando la calce fu asciutta, ricomparve la scritta:
viva Lenin !
Allora i secondini mandarono contro la scritta un muratore armato di coltello.
E quello raschiò una lettera dopo l'altra, per un'ora buona.
E quand'ebbe finito, c'era nella cella, ormai senza colore
ma incisa a fondo nel muro, la scritta invincibile:
viva Lenin !
E ora levate il muro! disse il soldato.

Bertolt Brecht

1 commento:

Marianna S. ha detto...

tu sei bravissimo sicuramente, ma Lenin......diciamo che non incarna i miei ideali....dio bonino....