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lunedì 13 febbraio 2012

ŠVEJK NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE (Schweik in the Second World War) – Bertolt Brecht

Brecht - Memorial di Fritz Cremer di fronte al  Berliner Ensemble
     
“Švejk nella seconda guerra mondiale” è un'opera di uno dei maggiori autori di teatro degli ultimi decenni: il tedesco Bertolt Brecht. Nato ad Augusta nel 1898, da famiglia di agiata borghesia, dopo aver seguito gli studi di medicina, per altro interrotti dalla prima guerra mondiale, cominciò a comporre liriche di tono popolaresco che egli stesso cantava accompagnandosi con la chitarra. Poi, senza abbandonare mai la poesia, di cui ha lasciato splendidi esempi, si dedicò sempre maggiormente al teatro, creandone un tipo originale, ricco di impegno e di significato.
Visse in esilio gli anni del nazismo di cui fu fiero avversario e dopo la guerra si stabilì a Berlino Est, dove fondò nel 1949 il Berliner Ensemble, una delle più prestigiose istituzioni teatrali del mondo. E a Berlino morì nel 1956.
Brecht intende il teatro come rappresentazione efficace della realtà, egli mostra cioè come è fatta la realtà sociale in cui viviamo, quali sono le leggi che la governano, quali sono i suoi personaggi (dalla gente umile del popolo ai grandi uomini della storia).
Per Brecht il teatro ha una funzione molto importante: attraverso esso, porre le persone di fronte a problemi e stimolarle a trarre conclusioni. Per rendere ancora più comprensibile il suo teatro, egli introduce nella rappresentazione: canzoni, cartelli, didascalie, proiezioni che contengono riflessioni e commenti sulla vicenda raccontata.
“Švejk nella seconda guerra mondiale”, una fra le opere più raramente rappresentate, ma non per questo fra le meno conosciute e felici di Brecht, contiene alcuni temi fondamentali della sua riflessione sul problemi sociali. Essi sono, per esempio, la predilezione e la simpatia per il popolo minuto e per i diseredati..., il disprezzo per un tipo di potere, quello nazista, cieco nella sua boria e nella sua inumana violenza..., l'idea che la storia è soprattutto cementata dal sudore e dal sangue della gente comune e non soltanto dai discorsi e dalle decisioni di coloro i quali si affollano tra le pagine dei libri di storia; il disprezzo per la guerra, stupida quanto inutile..., la speranza di un futuro diverso e migliore.
Il tutto in un contesto in cui sorrisi ironici e dialoghi sarcastici si inseriscono in una tragedia che sconvolse l'Europa una quarantina di anni fa.
   
Statua di Josef Švejk in Przemyśl, Polonia


      
In breve la vicenda.
Švejk, un popolano che sbarca il lunario con piccoli traffici, come quello di rubare i cani perm poi rivenderli, ce l'ha con gli invasori e non ha paura di dirne male anche in pubblico. Per questo è arrestato, ma, grazie alla propria loquace furbizia, alla dichiarazione di deficienza ed alla promessa di rubare per il capo della polizia un cane che a questi piace molto, è rilasciato. Tornato libero, accordatosi con un amico, esegue il colpo, ma poi, dopo alterne vicende, ammazza il magnifico volpino catturato per sfamarsi.
Recatosi all'osteria, per far cucinare la carne, è di nuovo arrestato. Questa volta le cose gli vanno male. L'esercito tedesco comincia a segnare il passo sul fronte russo. Stalingrado non cade: occorrono uomini e mezzi. Anche Svejk è mandato al fronte. Qui, mentre vaga, disperso, nel pieno della bufera di neve, incontra Hitler in persona. Al dittatore, il piccolo soldato semiassiderato, canta la canzone della Moldava, predicendogli la fine imminente.

Il personaggio di Švejk è stato spesso accostato ad un'altra simpatica figura buffonesca ed irriverente, quella di Bertoldo. Marianna, te lo ricordi? È il contadino furbo, dalla parlantina arguta, capace di lasciare indenne la reggia dei potenti, anche dopo averli seccamente sferzati nella loro boria e dopo averli ridicolizzati con la sua saggezza!

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