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sabato 3 marzo 2012

2 - ATTORI DELL'OTTOCENTO (Eleonora Duse, Giacinta Pezzana, Ermete Novelli, Giovanni Emanuel, Gustavo Modena, Ermete Zacconi, Tommaso Salvini)

Eleonora Duse
   
ANTOLOGIA DEL GRANDE ATTORE
Seconda parte 

Memorie e saggi dei grandi attori italiani 




Una sera della stagione teatrale 1878-'79, al Fiorentini di Napoli, recitandosi dalla compagnia di Cesare Rossi il dramma di Zola Teresa Raquin, ottennero il loro trionfo due attrici: l'una trentottenne, nel pieno della sua carriera artistica, l'altra agli inizi.
Per l'una gli applausi del pubblico erano l'omaggio alla sua affermata bravura, per l'altra il riconoscimento delle sue eccezionali qualità, che la portavano d'un colpo, ufficialmente, all'età di ventun anni, al rango di prima attrice giovane d'Italia. Le due donne erano GIACINTA GUALTIERI PEZZANA ed ELEONORA DUSE. 
Il loro incontro sul palcoscenico napoletano aveva quasi un significato storico: erano due generazioni che si incontravano, quella del primo Ottocento italiano, quella risorgimentale, e la generazione del secondo Ottocento, quella che si trovò a lavorare nella Terza Italia. 
  
Giacinta Gualtieri Pezzana
   
La Pezzana era nata nel 1841: fin da giovanissima era stata un'accesa repubblicana, tanto che si era acquistato un nomignolo curioso. Dai pubblici in delirio per lei agli schedari della polizia essa era chiamata “la petroliera”, cioè l'incendiaria.
Con questo carattere altero e con una dirittura morale straordinaria, la “petroliera” non ebbe una carriera facile; visse a lungo, ma sempre un po' isolata. I suoi compagni d'arte, le sue compagne della generazione successiva furono più facili alle lusinghe degli onori, delle ricchezze, dei riconoscimenti che la borghesia tributava loro, in una situazione economica e organizzativa del teatro ben diversa; ed era anche giusto che fosse così, in un paese come il nostro divenuto Stato unitario e in fase di sviluppo e di inserimento nella civiltà e nella cultura europee.
Ma per quanto riguarda il teatro, abbiamo visto che cosa scriveva nel 1875 nella sua memoria sulle condizioni dell'arte drammatico italiana Luigi Bollotti-Bon: se ci furono gli onori e le ricchezze, ci furono anche le tasse, le difficoltà finanziarie che impedirono la formazione di una sana industria teatrale.
  
Ermete Novelli
    
Quasi tutti i grandi attori della seconda generazione, in realtà, guadagnarono molto con le loro tournées all'estero (che si andarono facendo sempre più numerose e prolungate) : nessuno, si può dire, morì, lasciando cospicue eredità, e chi tentò di “metter su” compagnie e teatri stabili, rischiò il fallimento, come ERMETE NOVELLI (1851-1919) che, dopo una carriera intensissima, fatta di colossali successi (specialmente con “Il mercante di Venezia” di Shakespeare, con il “Cardinal Lumbertini” di Testoni, con “Il burbero benefico” di Goidoni, con il “Kean” di Dumas) tentò di creare un teatro stabile a Roma, chiamandolo “La casa di Golrloni”.
Quasi tutti, poi, furono costretti (a parte l'irresistibile richiàmo dell'arte e mestiere) a recitare fino all'ultin come GIOVANNI  EMANUEL (1848-1902), che diresse fino all'agosto del 1902 la sua sua compagnia creata nel 1883.
  
Giovanni Emanuel
   

« Non conosco che una legge: il mio personaggio»

Il primo a dare l'esempio era stato, ai suoi tempi, Gustavo Modena che affrontava il testo da recitare con tutta serietà, studiandolo a fondo, recandosi in camerino molto  prima dell'inizio dello spettacolo per “entrare nella parte”. 
“Non conosco - diceva Modena - che una legge. Il mio personaggio. Quando è contegnoso, quando è altiero, e devo esserlo anch'io quando è umile ed io untile; quando vaneggia, ed io matto; se l'ira lo vince, ed io servo dell'ira, della passione, meno che uomo; se l'uomo doma la passio ed io più che uomo; se finge, fingo, e così via...”. 

Il suo ideale di una recitazione che rispettasse la verità fu l'ideale dei grandi attori dell'Ottocento: nelle pagine di Adelaide Ristori, di Ernesto Rossi, di Tommaso Salvini, su su fino agli ultimi dell'Ottocento, questa esigenza di essere veri e umani fu alla base dell'arte, e ispirò le grandi interpretazioni dei più celebri personaggi della drammaturgia italiana e straniera. Naturalmente esso si venne concretando in diverso modo a seconda della formazione artistica e culturale dei singoli, dell'epoca e dei gusti del pubblico: ma sempre ci fu un empito di passione e un proponimento di umanità.

Ogni grande attore, aveva le sue opere preferite (allora si diceva: i “cavalli di battaglia”), i suoi personaggi che finivano, per il pubblico, con l'identificarsi con lui. E quando qualcuno si cimentava con personaggi che appartenevano di diritto ad altri, nascevano polemiche e discussioni accanite. Quando, per esempio, Tommaso Salvini osò fare l'Amleto, ci fu chi scrisse su un giornale napoletano, parole di fuoco sul suo conto, e sentenziò che... “il biondo principe di Danimarca non sembra più personificabile da altri, dopo che si è avuto agio di essere ammaliati, rapiti, affascinati dalla potenza artistica che spiega, in tutta la sua grandezza, Ernesto Rossi. Si pensa con lui, con lui si palpita, con lui si delira, con lui si dubita...”.

Giovanni Emanuel per assimilare la parte, la ricopiava tre, quattro, cinque volte, e plasmava con un lungo lavoro il personaggio. 
“Non ebbi che un maestro - diceva - l'autore. Non ebbi che uno scopo: la verità”. 
E rivolgendosi ai giovani: “... studiate bene le parole, le passioni, il carattere del personaggio, vestitelo secondo il costume del suo tempo, poi recitatelo con anima, senza fronzoli, senza declamazioni, senza preoccupazioni del come è vestito...”.

Naturalezza e verità, negli ultimi decenni del secolo, mentre negli attori più modesti diventavano solamente mestiere, finirono da una parte col disperdersi in una recitazione naturalistica e veristica, di cui è banditore e maestro ERMETE ZACCONI; dall'altro col rifugiarsi nell'intimo della coscienza e della sensibilità, con ELEONORA DUSE.
   
Ermete Zacconi

   
Alla fine del secolo, nuovi modi di recitazione

Come Salvini aveva avuto la sua polemica col Rossi, così lo Zacconi l'ebbe col Salvini, a proposito della interpretazione del personaggio di Corrado nella “Morte civile” di Paolo Giacometti. Ma questa volta non era per il fatto che egli osava prendersi una parte che spettava di diritto a Salviní, ma per il criterio con cui quel personaggio veniva realizzato. 
“Quelle figure romantiche, che offrivano così targo campo all'intuito fantasioso e geniale, noi dobbiamo rendere puramente umane, in obbedienza ai dettami della
fisiologia e della psicologia... L'attore moderno accingendosi a studiare un lavoro, deve anzitutto cercare e intendere il pensiero primo che generò il dramma nella mente dell'autore... deve osservare quanta parte di quel pensiero s'informi nel personaggio che egli incarna, rendersi ragione della giusta parte di luce che lo illumina vel complesso quadro...”.

Zacconi era impregnato di positivismo; un personaggio egli lo sottoponeva, più che ad un esame artistico, ad una analisi scientifica (...la fisiologia, la psicologia), convinto che la scienza gli avrebbe dato la chiave per tutto; anche per le creature della fantasia.

Con Eleonora Duse la verità, invece, si fa tutta interiore: è la verità più profonda, più spirituale dell'opera che essa comunica. Vissuta a cavallo tra i due secoli, nell'epoca in cui si pone la grande crisi della cultura europea, in un Italia borghese che si apre agli influssi più diversi, anche nel campo del teatro (arriva sulle nostre scene Ibsen, per esempio), Eleonora Duse raccolse nella sua grandissima personalità ed espresse nella sua arte tutti i motivi spirituali, fu portatrice di tutti i fermenti intellettuali che caratterizzarono quel periodo: 

“Eleonora Duse non fu mai e non potè mai essere semplicemente un'attrice - scrisse di lei Luigi Pirandello. - Con le parti da lei interpretate Eleonora Duse ha dimostrato la sua scelta artistica, il suo spirito che si è andato ininterrottamente sviluppando attraverso io studio intenso e la meditazione profonda sulla vita che porta giorni buoni e giorni cattivi...”.

Ma questo - con Eleonora Duse, Erneste Zacconi, Virgilio Talli, e altri - è già Novecento. La storia degli attori itadiani - di cui qui ho dato un breve, fugace cenno - comincia, nel nostro secolo, con la formazione della grande compagnia Talli Grammatica Calabresi, diretta da Talli, che nel 1900 rappresentò “Come te foglie” di Giuseppe Giacosa. A questo punto debbo dire però che essa, per quanto riguarda il secolo scorso, ha un altro fondamentale capitolo, sul quale mi intratterò in una prossima pagina nella quale parlerò dei grandi attori popolari e dialettali, da Petito a Ferravilla, da Eduardo Scarpetta a Ferruccio Benini.


Le citazioni riportate tra virgolette sono tratte da…



1 commento:

TheSweetColours ha detto...

Non conosco...