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sabato 31 marzo 2012

ADELCHI - ALESSANDRO MANZONI (Trama, commento e video con Gassman)


Ritratto di Alessandro Manzoni (Francesco Hayez)


ADELCHI
ALESSANDRO MANZONI

Tragedia in versi in cinque atti di Alessandro Manzoni. Iniziata il 7 novembre 1820, terminata il 21 settembre 1821, ad esclusione dei due cori, composti durante la revisione del testo nell'autunno-inverno 1821, venne pubblicata a Milano nel novembre 1822 e rappresentata al Teatro Carignano di Torino il 13 maggio 1843.

L"Adelchi" è la seconda e ben più valida tragedia del Manzoni. Dedicata alla prima moglie, Enrichetta Blondel, racconta, in cinque atti, gli eventi che portarono alla fine della dominazione longobarda in Italia, tra il 772 e il 774, la lotta tra Carlo Magno, re dei Franchi, e il re longobardo Desiderio, la sconfitta di questi e la morte dei suoi due figli, Adelchi ed Ermenearda. Anche in questo dramma, l'impostazione è pessimistica, il male prevale sul bene, ma rispetto al "Carmagnola" la costruzione dei personaggi è più vera, psicologicamente più profonda; la poesia più alta e commossa. Bellissimi i due cori: "La morte di Ermengarda" e "Dagli atri muscosi"... 



Personaggi

Longobardi

Desiderio, re
Adelchi, suo figlio, re
Ermengarda, figlia di Desiderio
Ansberga, figlia di Desiderio, badessa
Vermondo, scudiero di Desiderio
Anfrido e Teudi, scudieri di Adelchi
Baudo, duca di Brescia
Giselberto, duca di Verona
Ildechi, Indolfo, Farvaldo, Ervigo, Guntigi, duchi
Amri, scudiero di Guntigi
Svarto, soldato

Franchi

Carlo, re
Albino, legato
Rutlando e Arvino, conti

Latini

Pietro, legato d'Adriano papa
Martino, diacono di Ravenna

Duchi, scudieri, soldati longobardi
Donzelle, suore del monastero di San Salvatore
Conti e vescovi franchi
Un araldo



Vittorio Gassman  recita il coro "Sparsa le trecce morbide..."



TRAMA

ATTO I

Ermengarda, moglie ripudiata di Carlo Magno, è giunta al palazzo reale di Pavia, presso il padre Desiderio e il fratello Adelchi, e vuole ritirarsi nel monastero di Santa Giulia a Brescia, fondato da sua madre e diretto dalla sorella Ansberga. Contro i Franchi la guerra è inevitabile, ma il coraggioso Adelchi è consapevole dell'isolamento della famiglia reale longobarda e propone di farsi alleato il papa. Desiderio, invece, orgoglioso e vendicativo, vuole la guerra a tutti i costi, e la dichiara, insieme ai duchi fedeli, al legato franco Albino, invitando Carlo allo scontro decisivo presso le Chiuse di San Michele. Scioltasi l'assemblea, i duchi longobardi si ritrovane a casa dell'ambizioso soldato Svarto per congiurare contro Desiderio. Svarto riceve l'incarico di annunciare a Carlo l'appoggio dei ribelli.


ATTO II

Per l'ostinata resistenza dei Longobardi, tra cui si distingue per ardimento e crudeltà Adelchi, Carlo è intenzionato a desistere dall'impresa e a tornare in patria, quando riceve l'inattesa visita del diacono Martino, inviato dal vescovo di Ravenna. Il rilievo eccezionale dell'impresa di Martino, che, confidando nell'appoggio divino, ha aggirato il campo longobardo, convince Carlo d'essere predestinato alla vittoria, spronandolo a terminare l'impresa.


ATTO III

Da tre giorni i combattimenti languono e Adelchi è sconsolato nel vedere i Franchi smobilitare: dalla loro partenza, infatti, gli è negata la gloria, e non vuole obbedire all'ordine paterno di espugnare Roma. Ma si rincuora allorché gli è annunciata la rotta del suo esercito davanti all'attacco dei Franchi dalle retrovie, e si getta pertanto nella mischia. Desiderio fugge, non riuscendo più a imporsi sui soldati smarriti. Carlo, seppure disprezzi la viltà dei traditori longobardi, li ricompensa concedendo loro di mantenere il titolo e nominando duca Svarto. Adelchi, ricongiuntosi con il padre, organizza l'estrema resistenza longobarda, affidando a Desiderio la difesa di Pavia e arroccandosi a Verona.
Primo coro: il popolo italico, asservito da due secoli di dominazione longobarda, assiste alla sconfitta degli oppressori e all'avvento dei Franchi, senza però prendere parte attiva al conflitto.


ATTO IV

Ermengarda, distrutta dal dolore, sta morendo nel monastero di San Salvatore in Brescia, incapace di scordare Carlo. di cui è ancora innamorata. La sorella Ansberga, pensando di rasserenarla, le annuncia le nuove nozze di Carlo con la principessa sveva Ildegarda, infliggendole invece il colpo letale. La pia morte di Ermengarda (secondo coro) riscatta cosí un'etnia sanguinaria e violenta. A Pavia, intanto, Guntigi, incaricato di custodire le mura, per ragioni di opportunismo politico concerta con Svarto per l'indomani il tradimento, permettendo ai Franchi di prendere la città senza quasi colpo ferire.


ATTO V

A Verona stretta d'assedio, i duchi e i soldati chiedono a Adelchi di accettare la resa; Adelchi sceglie di fuggire a Bisanzio, ospite dell'imperatore, per consentire al padre di sperare che un giorno egli possa riconquistare il trono. Carlo, incurante delle implorazioni di Desiderio, si vendica fino in fondo. Adelchi viene ferito a morte durante la fuga e Desiderio compiange il figlio, il quale, dopo aver pregato Carlo di rispettare l'indifesa vecchiaia di Desiderio, rivolge un ultimo pensiero a Dio e muore. 


COMMENTO

L'Adelchi è una tragedia di carattere storico, che Manzoni compose tra il 1820 ed il 1822. L'attenzione alla storia, reinterpretata religiosamente, è comune a tutta la produzione manzoniana; per scrivere questa tragedia, l'autore fece persino uno studio preparatorio (il “Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia”), in cui analizzò gli avvenimenti e le condizioni di vita del popolo nell'Alto Medioevo.
Il filo conduttore del discorso è l'idea che i Longobardi siano stati oppressori dei popoli italici; a loro volta, però, i Longobardi divennero oppressi, poiché furono vinti dai Franchi di Carlo Magno. La storia, dunque, è fondata sulla contrapposizione fra oppressi ed oppressori; ma su tutti veglia la Provvidenza divina, pronta ad offrire occasioni di redenzione anche a questi ultimi.

Adelchi è il figlio di Desiderio, ultimo re dei Longobardi. Carlo (che poi sarà detto Magno), re dei Franchi, ha ripudiato Ermengarda, sorella di Adelchi, che, tornata in patria, si ritira in monastero. Desiderio vuole vendicare la figlia; contemporaneamente, Carlo gli manda un messaggero, per intimargli di restituire al papa le terre che gli aveva tolte. Adelchi vorrebbe venire ad un accordo; Desiderio preferisce la guerra. Intanto íl diacono Martino, inviato dal papa, giunge nel campo dei Franchi ed insegna a Carlo una strada per giungere di sorpresa sul nemico e sconfiggerlo. Mentre Ermengarda muore di dolore nel monastero di San Salvatore in Brescia, si combattono varie battaglie fra i due popoli. Un tradimento permette a Carlo di vincere e di fare prigioniero Desiderio. Adelchi ha combattuto eroicamente; preso, viene portato ferito davanti a suo padre e a Carlo, e, invocata pietà per il genitore, muore.

Questo breve sunto ci permette di individuare due eroi, Adelchi ed Ermengarda, entrambi figli di un oppressore, che muoiono fra gli oppressi. Adelchi viene piegato dalla guerra scatenatasi per la sete di potere che pervade sia il padre sia Carlo; Ermengarda è vinta dalla vergogna del ripudio. Per loro, l'unica pace viene dalla morte.

Stupendo il brano dell'Atto IV, in cui si descrive il delirio e l'agonia di Ermengarda. Pur essendo stata ripudiata, ella continua a considerarsi legittima moglie di Carlo, poiché, secondo la sua fede, il matrimonio è sacro. E mentre assapora gli ultimi raggi del sole, spera in un ravvedimento o in un rimorso del marito, affinché egli possa almeno mostrarsi pietoso verso di lei dopo la sua morte. La sorella Ansberga, però, le comunica che Carlo è passato a nuove nozze. Ermengarda cade in delirio ed allora esplode la sua passione amorosa. Ritornata in sé, la donna desidera ormai soltanto la pace eterna, che viene descritta nel coro finale.

Nella tragedia, Manzoni abolisce le unità di tempo e di luogo; infatti la scena è ambientata in vari posti (o nel campo di Carlo, o nel monastero, o nel campo dei Longobardi); viene conservata, invece, l'unità d'azione, poiché l'argomento è unico. Manzoni, inoltre, interviene direttamente, riservandosi uno spazio nel coro, con il quale esprime le sue opinioni. Quest'ultimo, perciò, è un commento lirico dei fatti: esso assomiglia ad una poesia vera e propria, la quale potrebbe avere una sua autonomia anche al di fuori del testo teatrale. Tutto il testo, tra l'altro, nonostante l'autore l'abbia scritto con l'intento della rappresentazione scenica, si presta bene alla lettura solitaria, poiché spesso i personaggi sono delineati con sottili sfumature psicologiche, che possono essere colte pienamente solo nella concentrazione della lettura. Altissimo è, per esempio, il livello lirico raggiunto nel coro presentato nel IV atto: dopo la contemplazione della morte, si ripercorre il destino infelice della vita di Ermengarda e si medita sulla sorte della regina, redenta dalla Provvidenza; l'infelicità della donna diventa strumento di redenzione anche per il suo popolo.

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