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giovedì 1 marzo 2012

CINEMA DEL DOPOGUERRA FASCISTA IN SPAGNA (Cinema of the postwar fascist in Spain)


GUERNICA - Pablo Picasso (VEDI SCHEDA)



   
CINEMA DEL DOPOGUERRA FASCISTA IN SPAGNA


Dopo aver parlato ampiamente del film "Marcellino pane e vino" di Ladislao Vajda e tratteggiato “Benvenuto Mister Marshall”, nel quale i macilenti contadini si travestivano da focosi gitani e da variopinti andalusi, e le brave massaie ballavano la danza sivigliana sullo sfondo dei loro poveri casolari mascherati con scenografie da rivista (tutto per far colpo sulla commissione americana del famoso “Piano”); quando i maggiorenti sognavano l'America come l'avevano vista nei film del West e i contadini, i trattori che piovono dal cielo coi paracadute, ma nella realtà questi ultimi si mettevano poi in fila per chiedere chi un vestito nuovo, chi una zappa, chi una bicicletta col campanello, chi una macchina da cucire, chi una capra, chi un bue [e una vecchina domandava con lo sguardo il cioccolato che non aveva mai assaggiato], quando, arrivate e sparite come saette le lunghe automobili nere dirette a un altro villaggio, la mascherata finiva e ciascun abitante si privava di un sacco di patate, di una pentola, di una bilancia, di un coniglio, per pagare i debiti della grottesca cerimonia. La verità è che “Benvenuto Mister Marshall” era la storiella divertente di un miracolo mancato (il miracolo degli 'aiuti' americani); però ora getto uno sguardo sul resto della cinematografia spagnola al tempo del fascismo di Franco. 
  
Marcellino pane e vino


   
Nel dopoguerra la Spagna produceva una quarantina di film all'anno, ma per parecchi anni di regime franchista nemmeno uno è stato degno di nota. Il tipico film franchista è quello che parla di gitane e di toreri, che fa cantare i tenori con basette e fa strillare alla donne “olè”. Oppuure è il film di Chiesa possibilmente retroattivo fino all'epoca di Nostro Signor Gesù Cristo con tetre processioni, vergini imploranti e mirabolanti miracoli. Tutto sommato, anche “Marcellino pane e vino”, nonostante la sua maggiore abilità (ma non nella parte finale, che è di una nesantezza da quaresimale) e il suo clamoroso successo, rientra in questa seconda categoria edificante.
E tuttavia sarebbe ingiusto non riconoscere che, da pochi anni, qualcosa di nuovo è nell'aria. Qualcosa è cambiato in Spagna, dopo i grandi scioperi della primavera del 1951. In tutti i campi dell'arte e della cultura, nei romanzi, nelle riviste un letterarie, nel teatro e anche nel cinema, si riesce a sentire la voce del popolo spagnolo. Senza dubbio il movimento cinematografico di avanguardia ha ricevuto l'esempio e l'influenza del neorealismo italiano.
I nostri film migliori sono stati accolti con entusiasmo dal nubblico e studiati con commovente passione dai giovani intellettuali e cineasti di Madrid, Salamanca, Barcellona, Saragozza. Solo la Pellicola su papa Pio X, Gli uomini non guardano il cielo, ha subito uno scacco più clamoroso che in Italia. “Esto film es insuportable”, ha scritto la critica di laggiù.
  
Benvenuto Mister Marshall


    
I più dotati tra i giovani sceneggiatori e registi sono L. G. Berlanga e J. A. Bardem. Essi sono stati allievi dell'Instituto de Investigaciones y Experiencias Cinematograficas, e i testi sui quali hanno studiato sono anche quelli che erano in vigore al Centro Sperimentale di cinematografia quando, a dispetto del fascismo, si formarono alcuni dei nostri migliori tecnici, attori e registi. Sulle riviste specializzate che escono ora in Spagna, un film come "Ossesione" di Visconti è definito il “cabalo de Troja” nella cittadella di Mussolini. Parlando con Berlanga o con Bardem, l'argomento più interessante è la similitudine che spontaneamente si stabilisce tra  il momento della cinematografia spagnola e i film di opposizione, più o meno cosciente, usciti in periodo fascista. Il paragone tra "Benvenuto Mister Marshall" e una commedia umoristica e amara quale "Quattro passi fra le nuvole" (1942) di Biasetti, nasce naturale. Il seguente "Egoisti" di Bardem assomiglia invece, nella forma, a "Cronaca di un amore" (c'è tra l'altro la stessa attrice, Lucia Bosè); ma nella sostanza è più coraggioso, sebbene la scena in cui i poliziotti picchiano sugli studenti non la vedremo in Italia, perchè, a quanto pare, la nostra attuale censura era peggiore della censura franchista.
Ho ricordato la primavera del '51, lo sciopero a Barcellona e in altre città. Nel 1954 nel 2953, nel 1954 e nel 1555, la Spagna ha presentato a Cannes (a Venezia no, per la ragione detta poc'anzi, anche se quell'anno la Mostra non ha accettato il provocatorio "Canto del gallo") quattro film notevoli: che sono, nell'ordine: "Surcos"..., "Bienvenido Mr. Marshall"..., "Comicos"..., e "Muerte de un ciclista". Forse, dei quattro, quello che mi ha più colpito è "Surcos", del regista Josè Antonio Nieves Conde, anch'egli proveniente dalla critica cinematografica 
  
Scena tratta dal film "Surcos"


    
Surcos significa 'solchi': i solchi della terra che una numerosa famiglia di contadini è costretta ad abbandonare. Vengono nella grande città, a Madrid, per cercar lavoro: cercano lavoro i vecchi, i bambini, i giovani, le donne. Ma nessuno riesce a trovarne: una delle immagini più potenti è la lunga fila di giovanotti in età da soldato che aspettano l'elemosina di una gavetta di minestra davanti alla porta di una caserma. Di tutto fecero le autorità franchiste, i falangisti, i vescovi, per impedire che "Surcos" andasse all'estero; e soltanto grazie all'unanime presa di posizione della stampa cinematografica e dei critici dei quotidiani, il film potè arrivare a Cannes e sorprendere i delegati internazionali.

VEDI ANCHE... Marcellino pane e vino - Ladislao Vajda
   

2 commenti:

TheSweetColours ha detto...

Piacevole da leggere

Marianna S. ha detto...

mi appari ovunque...orpo....