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mercoledì 7 marzo 2012

IL BIDONE - Federico Fellini


    
IL BIDONE

Regia - Federico Fellini
Genere - Drammatico
Soggetto - Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli
Sceneggiatura - Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli
Casa di produzione - Titanus
Distribuzione (Italia) - Titanus
Fotografia - Otello Martelli
Montaggio - Mario Serandrei, Giuseppe Vari
Musiche - Nino Rota
Scenografia - Dario Cecchi
Costumi - Dario Cecchi
Trucco - Eligio Trani
Paese - Italia, Francia
Anno - 1955
Durata - 104 minuti
Colore - Bianco/Nero
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Broderick Crawford: Augusto
Richard Basehart: Picasso
Franco Fabrizi: Roberto
Giulietta Masina: Iris
Giacomo Gabrielli: Baron "Vargas"
Alberto De Amicis: Rinaldo
Sue Ellen Blake: Susanna
Lorella De Luca: Patrizia
Mara Werlen: la danseus
Irene Cafaro: Marisa
Riccardo Garrone
Xenia Valderi
Mario Passante
Gino Buzzanca
Maria Zanoli

Doppiatori italiani

Arnoldo Foà: Augusto
Enrico Maria Salerno: Picasso
Nino Manfredi: Rinaldo
Renato Cominetti: Guardia carceraria
   

     
PREMESSA

L'esplorazione di Roma e dei suoi tipici personaggi – prevalentemente del ceto medio-borghese - continua, seppur parzialmente, con “Il bidone”, in gran parte girato nei Castelli Romani. La sequenza della "festa" sembra anticipare il mondo - talvolta equivoco - della “Dolce vita”: è situata in un sontuoso appartamento dove si celebra allegramente la fine dell'anno. Ne è proprietario un uomo facoltoso, che ha saputo mirare ai grossi affari, e non certo uno degli sciagurati "bidonisti" del film, che, pur geniali nelle loro invenzioni truffaldine, sono in fondo dei "poveracci". Il termine "bidone" è probabilmente di origine lombarda. Uno sprovveduto cliente acquista una macchina apparentemente lussuosa, ma irrimediabilmente scassata. Presto si accorge che con quell' "affare" si è trovato tra le mani un "bidone". Ogni truffa portata a termine con una certa intelligenza, alle spalle della dabbenaggine altrui, è un "bidone". E vi sono personaggi astuti, talvolta divertenti e persino simpatici, che campano sui "bidoni", sfruttando situazioni, spacciando per verità anche le più calcolate menzogne. "Bidonisti" ve ne sono in abbondanza, dilettanti e professionisti. Secondo Fellini, “dove esistono due uomini si nasconde un bidonista”. L'immagine richiama invincibilmente la coppia dei clowns il parlatore e il tonto, quello che inventa frottole e quello che le beve. Ma Fellini va anche più in là, con suprema sincerità e sicura moralità: sostiene che tutti, almeno una volta nella vita (magari vendendo un'idea, un soggetto per film) hanno fatto e. detto qualcosa di cui non possono andar sempre fieri. Nello squallore esistenziale che Fellini presenta nel suo film è un sottofondo psicologico notevole: il bidonista non può vivere che nell'allarme continuo, nell'isolamento sociale, nella solitudine, e spesso nella nausea di se stesso. E qui è il ritratto di Augusto (Broderick Crawford), vero protagonista del film.
Commentando, dopo “Il bidone”, la propria attività di sceneggiatore e quella di regista, Fellini è convinto della coerenza e della fedeltà con cui si è sviluppato il suo lavoro nel cinema. 

“Le mie sceneggiature - dichiarava in occasione della Mostra di Venezia dove il film venne presentato nel 1955 - quelle cui tengo di più nella misura in cui mi hanno associato al lavoro di Rossellini (“Roma città aperta” e “Paisà”) non sono mai state un lavoro mercenario. Esse mi hanno nutrito quanto m'ha nutrito il movimento neorealista al quale mi onoro di appartenere. (...) Si trattava di guardare la vita, il mondo, gli uomini, in modo non conformista e senza pregiudizi. Ne è derivata una "attenzione attiva", l'essenza stessa del neorealismo che è una "poesia dell'amore in quanta azione". Tale atteggiamento continua a orientare i film che ho diretto e nei quali ho cercato nuove strade. Penso che ciò che li caratterizza è il rifiuto di un modo falso di pensare e di vivere la propria vita individuale e sociale. E nello stesso tempo vi è la ricerca di una vita più autentica. Anche “Il bidone” si avvicina al massimo a questa esigenza”.




    
TRAMA

Due automobili percorrono una strada della Maremma. Gli occupanti cambiano le targhe, e ne mettono due false dello Stato Vaticana. Due dei viaggiatori si travestono da sacerdoti e uno da Monsignore. È soltanto Roberto, l'autista, a restare in borghese. Eseguita la trasformazione la comitiva si dirige verso un cascinale dove il finto Monsignore racconta con molta gravità di aver ricevuto da un morente la confessione di un suo vecchio delitto: aveva sepolto la vittima in quelle terre con accanto un tesoro - la causale del delitto. Le contadine si accompagnano ai sacerdoti, scavano nel punto indicato e si scopre uno scheletro
(che era stato preventivamente messo lì dai compari) e accanto a quelle ossa il "tesoro". Molti gioielli dentro un vaso di coccio. Tutto il tesoro sarà dei proprietari del terreno purché facciano dire molte messe in suffragio del morto. I contadini credono buoni quei gioielli, versano cinquecentomila lire ai finti sacerdoti che si allontanano: "il bidone" è fatto. Augusto è un po' l'anima di questi tiri, è un uomo di quarant'anni, che ha vissuto sempre di espedienti di questo genere, e suoi soci sono un pittore fallito soprannominato Picasso e l'autista Roberto. I tre si dividono il malloppo: Picasso parta la sua parte alla moglie Iris, che nulla sa delle malefatte del marito, e alla sua bambina. Augusto invece se ne va a far baldoria in un locale notturno dove incontra Maggie, una ballerinetta straniera che si incapriccia di lui.
Un secondo bidone viene organizzato dai lestofanti e questa volta con la povera gente delle baracche alla quale con la prospettiva dell'assegnazione di una casa, viene carpita una somma - per la prima rata - che i disgraziati versano dissanguandosi. 
Un terzo bidone ha per vittime i distributori di benzina ai quali vengono dati dei cappotti americani, in pessimo stato, "ringiovaniti" da alcuni bottoni e da una rinfrescatura tutta superficiale. In cambio i tre si fanno dare benzina e soldi.
Un incontro occasionale con qualche ex collega che ora si è messo in giro di affari più grande, conduce i nostri tre protagonisti - e con loro va la moglie e la figlia di Picasso - in un sontuoso appartamento dove si festeggia la morte dell'anno e la nascita del nuovo. Augusto qui si rende conto di quanto misere siano le sue truffe in confronto ai grandi colpi che i "grossi" hanno per le mani. Roberto intanto approfitta della confusione per carpire dalla tasca di uno di costoro un portasigarette d'oro. Ma qui non ha a che fare con degli ingenui. E il derubato lo affronta minacciosa obbligandola a restituire la refurtiva. Iris, la moglie di Picasso, apre finalmente gli occhi, e si rende conto che suo marito, in combutta con questa gente, trae i propri proventi da una simile attività. La festa per lei finisce in amarezza. Augusto, che è sempre alla caccia di qualche nuova fruttifera idea, si imbatte in Via del Babuino con Patrizia, sua figlia, studentessa. Egli la vede raramente e stupisce di trovarla signorina, cresciuta, e sente da lei i suoi propositi per l'avvenire, un avvenire operoso, onesto. Essa però si preoccupa per non avere di che versare la cauzione per un posto di cassiera che le è stato proposto. E Augusto medita il modo di poterle fornire questa somma. Intanto, preso da una tenerezza paterna che gli è insolita, la accompagna a cena e poi al cinematografo. Forse egli spera in una redenzione. Ma è proprio al cinematografo che un suo ex compare defraudato lo affronta, lo smaschera, lo fa arrestare. Per Augusto sono sei mesi di prigione e quel che più gli duole la perdita di ogni stima in lui da parte della figlia. Quando esce dal carcere Augusto ricerca i vecchi compagni e fatica a ritrovarli. Alla fine la banda si riforma per ripetere in altra località il trucco dei falsi preti e del tesoro nascosto. Ma questa volta i contadini da depredare toccano il cuore di Augusto; soprattutto lo commuove la vista di una ragazza paralitica la cui età ricorda la figlia sua, Patrizia. Forse con quelle trecentomila lire che è riuscito a carpire al padre dell'infelice si potrebbe tentare delle cure, farla guarire. Per questo, quando torna in macchina con i compari, Augusto dichiara di avere ridato a quella povera gente le trecentomila lire e li rimprovera per la loro insensibilità. Gli altri non credono alle sue parole, pensano che egli voglia tenersi per sè i quattrini e vogliono perquisirlo. Augusto ha veramente i soldi che pensa di rendere ai contadini, si ribella ai compari, lotta con essi, fugge di corsa, inseguito, ma cade malamente battendo la schiena su un pietrone. Non può più rialzarsi. Gli altri lo raggiungono, lo frugano, gli tolgono i soldi e lo abbandonano lì, solo, incuranti dei suoi gemiti e delle sue invocazioni di aiuto. Augusto, che ha la colonna vertebrale spezzata, trascorre lunghe ore di delirio in disperata solitudine. E quando col nuovo giorno gli par che qualcuno si avvicini, volti di bambini stupiti e impauriti, egli chiude gli occhi pe sempre sulla propria inutie e sciaguirata esistenza.
  



   
COMMENTO

Nel Bidone si ha la conferma che Fellini ha ormai un suo universo, che elabora e rielabora da un'opera all'altra. C'è, naturalmente, anche chi lamenta che, nel quadro sociale descritto - contadini e sacerdoti, baraccati e "nuovi ricchi" - Fellini, ancora una volta “non abbia scelto”, né più né meno come Vittorio De Sica non indicava verso quale mondo migliore volavano "i barboni" di “Miracolo a Milano”. Ma su quel miracolo di lirica e di satira che Fellini riesce a costruire, quasi tutti i critici - al momento dell'uscita di “Il bidone” nelle pubbliche sale (anche se a Venezia avevano trattato il film con sufficienza) - ora si trovano d'accordo. Anzi, dichiara un anonimo recensore francese con una formula lapidaria, ma accettabile: 

“Il bidone” è “I vitelloni” moltiplicato per “La strada”. Si comincia come con una Farsa, ma si arriva ad una Passione e ad una Morte. Altri suoi colleghi e compatrioti trovano “La strada” è un'opera facile, civettuola, decorativa, a confronto di questo lavoro volontariamente nudo di ogni ornamento.

Come sempre nei suoi film, il regista ha scelto i propri interpreti a ragion veduta, in quanto aderiscono perfettamente ai personaggi loro assegnati. Broderick Crawford, cioè Augusto, è lontano dai gangsters all'americana: sa assumere toni anche paterni o meschini. 
Picasso, il pittore fallito, e Roberto, l'autista della combriccola, sono rispettivamente Richard Basehart e Franco Fabrizi, con cui Fellini lavora a proprio agio, come con Iris, moglie di Picasso, che è Giulietta Masina, gentile, innocente, un po' sacrificata nel ruolo. 

2 commenti:

Marianna S. ha detto...

anche a me hanno fatto il bidone :(

TheSweetColours ha detto...

Sono proprio ignorante in materia... Manco questo conosco!