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lunedì 12 marzo 2012

LE NOTTI DI CABIRIA (The Nights of Cabiria - Les Nuits de Cabiria) - Federico Fellini


   

LE NOTTI DI CABIRIA
Regia - Federico Fellini
Soggetto Federico Fellini
Sceneggiatura Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Pier Paolo Pasolini
Distribuzione (Italia) Paramount Italiana
Fotografia Aldo Tonti
Montaggio Leo Cattozzo
Musiche Nino Rota, Bonagura
Scenografia Piero Gherardi
Paese - Italia, Francia
Anno - 1957
Durata - 110 minuti
Colore - Bianco/Nero
Audio - Sonoro
Genere - Drammatico

Interpreti e personaggi

Giulietta Masina: Cabiria
François Périer: Oscar D'Onofrio
Amedeo Nazzari: Alberto Lazzari, divo del cinema
Aldo Silvani: Ipnotizzatore
Franca Marzi: Wanda, amica di Cabiria
Dorian Gray: Jessy, fidanzata di Lazzari
Pina Gualandri: Matilda
Polidor: Il Monaco
Ennio Girolami: Amleto, "il magnaccia"
Sandro Moretti (non accreditato): un papponcello
Franco Fabrizi: Giorgio
Gianni Baghino
Christian Tassou
Jean Molier
Riccardo Fellini
Maria Luisa Rolando
Amedeo Girard
Loretta Capitoli

Doppiatori italiani

Nino Manfredi: Ennio Girolami

Premi

1 Premio Oscar 1958: Oscar al miglior film straniero
Festival di Cannes 1957: miglior interpretazione femminile (Giulietta Masina), 
premio speciale OCIC a Federico Fellini
2 David di Donatello 1957: miglior regista, miglior produttore
4 Nastri d'argento 1958: regista del miglior film, miglior attrice protagonista (Giulietta Masina), miglior attrice non protagonista (Franca Marzi), miglior produttore (Dino De Laurentiis)
Seminci 1958: Premio Don Bosco de Plata



Giulietta Masina ha avuto un ruolo importante nella vita di Federico, non soltanto perché ne è stata la moglie. Il compagno ha colto nel suo personaggio qualcosa di più nel quadro della propria arte. È uno di quei caratteri che nei suoi film ritornano - come il Marcello di “Otto e mezzo”, del resto - e che, entrati nel suo mondo, non ne escono più. Dunque, il candore di Gelsomina aveva lasciato un segno, ed ora torna a vivere in “Le notti di Cabiria” nella figura della donnina della Passeggiata Archeologica.
  

   
TRAMA

All'inizio del film Cabiria cammina con Giorgio sulla sponda del Tevere, verso la Magliana. Sembrano ridere e scherzare, ma Giorgio improvvisamente le toglie la borsetta, butta la compagna nel fiume, e scappa. A stento Cabiria è salvata da un gruppo di ragazzini. A sera, rimessasi dalla disavventura, va come al solito alla Passeggiata Archeologica, dove non mancano incontri con prostitute e "papponi", finché non si reca in Via Veneto; dove avviene il grande e insperato incontro con un "divo" (Amedeo Nazzari) che si è bisticciato con la mantenuta pro tempore, Jessy, e la "rimorchia" nella sua lussuosa residenza. Ma il ritorno di Jessy la costringe a far uscire dall'appartamento l'occasionale ospite, non senza averle dato del denaro.
Rientrata nel suo ambiente, Cabiria si unisce alle prostitute che vanno in pellegrinaggio a chiedere grazie alla Madonna del Divino Amore; ma nessuna grida al miracolo. Una sera entra in un piccolo cinema-varietà (uno dei "topoi" cari a Fellini) dove si fa ipnotizzare durante uno spettacolo, e successivamente si imbatte nel distinto Oscar (François Périer), il quale - figlio autentico dei "bidonisti", ma con un po' più di stile - comincia a farle la corte, le dà qualche appuntamento, e finisce per prometterle di sposarla. Cabiria si libera della casuccia di cui è proprietaria e si affida a Oscar che la porta in un ristorante di Castel Gandolfo. La "fidanzata" ha con sè il gruzzolo dei suoi risparmi e del ricavato della vendita della abitazione. Oscar, pieno di attenzioni, la porta a vedere il tramonto sul lago, ma improvvisamente si scoprono le sue vere intenzioni: scaraventarla in acqua e impadronirsi della sua borsa. Cabiria è atterrita. Oscar fila via. E Cabiria rimane prostrata, piangente: la sua disperazione ricorda quella di Zampanò e dell'Augusto del “Bidone”. Soltanto un gruppo di giovani che avanzano celiando sulla strada, cantando e suonando, la riporta nella realtà, e tutto sommato, nella vita e nella speranza di andare incontro a giorni migliori.
   
Giulietta Masina



     
COMMENTO

Il personaggio di Cabiria era già abbozzato nel primo soggetto che Fellini aveva preparato per “Amore” di Rossellini in vista del mediometraggio (poi sostituito dall'episodio del “Miracolo”) che doveva essere abbinato alla “Voce umana”. Vi era delineata la figura di una piccola passeggiatrice di periferia, segretamente innamorata di un grande "divo". Capitata in Via Veneto lo incontra, vive con lui nella realtà alcune ore di sogno. Il divo è sbronzo - e fa pensare alle sbornie che Errol Flynn era abituato a prendere, alla stessa epoca, nei nights presso i grandi alberghi del quartiere pinciano. Qualche anno più tardi quella gentile e candida donnetta avrà già il suo nome, Cabiria, e farà la prima fugace apparizione in “Lo Sceicco bianco”. È già la figura della piccoletta che nel cuore della notte si imbatte con una sua compagna nel povero e angosciato ragionier Cavalli, lo sposino interpretato da Leopoldo Trieste. A differenza della sua collega, la partecipazione sentimentale di Cabiria alla sconsolata situazione dello sposo tradito è generosa e sincera. Durante le riprese del “Bidone” si era presentata a Fellini l'occasione di conoscere e osservare da vicino un'altra creatura emarginata, Wanda, che abitava in una baracchetta prossima al luogo dove si effettuavano alcune riprese del film. Quel personaggio lo incuriosì, e volle approfondire la conoscenza dell'ambiente cui Wanda apparteneva. Ormai l'idea si era sviluppata e il personaggio perfezionato: e così era nato il soggetto di “Le Notti di Cabiria”. La descrizione della Passeggiata Archeologica, con le sue creature equivoche, i clienti, i magnaccia, dà a Fellini l'occasione di una magistrale pittura d'ambiente e di personaggi.
Momenti significativi del film sono l'incontro di Cabiria col divo, che fa risaltare l'ingenuità e sprovvedutezza della protagonista, mentre Nazzari è al suo fianco con le espressioni più collaudate del suo mestiere; la sequenza del pellegrinaggio (quasi una prova generale per un altro episodio del genere in “La dolce vita”) in cui Cabiria e Wanda partecipano ad una sorta di parata da "corte dei miracoli"; la apparizione sul palcoscenico di periferia, dove il "mago" la fa andare in "trance", svelando i caratteri della sua anima semplice e dai sentimenti puri; le fasi della relazione col ragionier D'Onofrio, irriconoscibile figura di autentico lestofante, nonostante l'aspetto distinto, ma bugiardo e pronto a tutto; l'incontro con l' "uomo del sacco", purtroppo ridotto al minimo, rispetto all'episodio girato, per motivi di censura (si trattava di un filantropo fiabesco che girava di notte per Roma distribuendo cibi e vestiti ai diseredati); l'amaro finale da cui Cabiria, scampata alla morte, si risolleva: l'incontro con i giovani studenti la rianima dandole la forza di sorridere di nuovo. Maltrattata, derubata, ingannata, Cabiria torna ad essere Gelsomina, con, in sintesi, il segno supremo del suo carattere: l'accettazione, nel bene e nel male, della vita così com'è.
È un film di pieno sapore felliniano, dove il regista sa ancora attingere proprio nel meschino o addirittura nel peggio della convivenza umana (come nello zingaresco circo di Zampanò) spunti di poesia e di speranza nella vita, perfino elegiaci. L'ultima scena, in cui Cabiria rinfrancata dalla presenza dei giovani torna a sorridere e guarda verso la macchina da presa, mi dà occasione a una sottile considerazione, che si comprende come questa conclusione potrebbe essere artificiale e simbolica se, polverizzando le obiezioni della verosimiglianza, Fellini non sapesse, con una idea di regia assolutamente geniale, far passare il suo film su un piano superiore, facendoci identificare d'un colpo con la sua protagonista. Si è spesso evocato Chaplin a proposito di “La strada”, ma io non sono mai stato molto convinto di questo paragone, molto sforzato, tra Gelsomina e Charlot. La prima inquadratura, non solo degna di Chaplin, ma uguale alle sue migliori travate, è l'ultima di Le notti di Cabiria, quando Giulietta Masina si gira verso la cinepresa, e il suo sguardo incrocia il nostro. Unico, ritengo, nella storia del cinema, Chaplin ha saputo fare un uso sistematico di questo gesto che condanna tutte le grammatiche del mondo. E, senza dubbio, sarebbe fuori luogo se Cabiria, piantando i suoi occhi nei nostri, s'indirizzasse a noi come la messaggera di una verità. Ma il fine ultimo di questo lampo di regia, e che mi fa gridare al genio, è che Cabiria passa molte volte sull'obiettivo della cinepresa senza mai esattamente fermarvisi. Le luci si accendono su questa meravigliosa ambiguità. Cabiria é certamente ancora la protagonista delle avventure che ha vissuto davanti a noi, dietro la maschera dello scherma, ma è anche, ora, quella che ci invita con lo sguardo a seguirla sulla strada che ha ripreso. Invito pudico, discreta, sufficientemente incerto perché noi passiamo far finta di credere che sia rivolto ad altri.
  
Giulietta Masina




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