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venerdì 30 marzo 2012

PAOLA BORBONI - CESCO BASEGGIO – GLAUCO MAURI



     
I premi San Genesio sono stati istituiti dalla rivista Sipario sotto il patrocinio del Comune di Milano. 
Assegnati annualmente a partire dal 1954 da una commissione di critici drammatici e di personalità del mondo teatrale.

Premi ad attori di prosa 1954:

A Paola Borboni per il personaggio della signora Dulska.
A Cesco baseggio per il “Parlamento” del Ruzzante.
A Glauco Mauri  per il miglior trucco.

Da quando, nel 1773, Denis Diderot scriveva il suo “Paradoxe sur le comédien” ad oggi, infinite teorie, innumerevoli elucubrazioni si sono succedute nella storia del teatro, per spiegare il mistero dell'attore, quel fatto del tutto particolare per cui un uomo può investirsi dei sentimenti, delle passioni, delle idee di un personaggio creato da uno scrittore.
Diceva il celebre illuminista che un attore molto sensibile è un pessimo attore; uno mediocremente sensibile è un attore mediocre; uno per niente sensibile è un eccellente attore. Paradosso apparente, come si rivela subito, appena si approfondisca un po' la questione.
Come giudicare, dunque, la recitazione di un attore?
Speso, su questo o su quello, si odono i più disparati giudizi. Tutti sanno, per esempio, che i grandi attori italiani della fine dell'Ottocento e dei primi del Novecento, l'ultimo dei quali può senz'altro ritenersi Ermete Zacconi (e chissà quanti di noi lo avrebbero voluto vedere sul palcoscenico) recitavano uscendo dalla comune misura nell'esprimere ciò che il personaggio da essi interpretato “doveva” sentire o pensare; e tutti sanno che contro questa recitazione da “mattatore” si sono levate critiche e condanne, a partire dagli inizi del secolo scorso. 
Se volessi rispondere alla domanda: “Chi ha ragione?”, sarei costretto a fare un lungo discorso, che mi porterebbe assai lontano. Lo farò un'altra volta: qui mi limito a questa premessa per arrivare a dire che una specie di nuovo criterio di giudizio sulla recitazione degli attori pare sia stato introdotto, nel immediato dopoguerra, dai giudici del “Premio San Genesio”, istituito nel 1954 appunto per dare un riconoscimento ufficiale ai migliori attori della stagione trascorsa.
Questo nuovo criterio si fonda sulla considerazione dei risultati artistici ottenuti da un attore indipendentemente dai contorni, per così dire, che sempre più accompagnano la fatica di chi recita: e cioé la messinscena, la regìa, i fasti dei costumi e delle scene. In effetti, quando un testo drammatico finisce con l'essere quasi addirittura sepolto sotto tutto ciò, anche la partecipazione dell'attore passa in seconda linea. Ebbene, il “Premio San Genesio” ha voluto nel 1954 - ed era la sua prima edizione - mettere in luce due attori che, con mezzi non certo sfarzosi, hanno tuttavia dato bella prova della propria arte. 
Questi attori sono due vecchie glorie del teatro italiano: Paola Borboni, all'anagrafe Paolina (Golese, 1º gennaio 1900 – Bodio Lomnago, 9 aprile 1995)...., e Francesco "Cesco" Baseggio (Treviso, 13 aprile 1897 – Catania, 22 gennaio 1971). 
  
Paola Borboni giovane
   
Un incontro felice è stato, in quell'anno, quello di Paola Borboni con il personaggio della signora Dulska, nell'omonima commedia di Gabrieta Zapolska.
Gabriela Zapolska, nome ignoto alle scene itaIiane. Eppure, si tratta di una scrittrice che occupa uno dei primi posti nella storia della letteratura e del teatro polacco: nata nel 1860 a Kiwerce, ebbe una vita ricca di esperienze (visse anche a Parigi, dove lavorò con Antoine, al suo “Theatre libre”) e ispirata al più coraggioso anticonformismo. La morale della signora Dutska è del 1907 (ella morì - dopo aver scritto molto: romanzi, commedie, articoli, ecc. - nel 1921 a Leopoli), e in essa pur ritrovandosi alcuni modi tipici dell'arte dominata dal positivismo (un certo naturalismo, per esempio) c'è una tate condanna dela morale filistea della piccola borghesia polacca, morale descritta, analizzata, nei suoi particolari, nelle sue manifestazioni più esasperate, da fare della signora Dulska un personaggio di grande rilievo artistico; un personaggio tipico. Salve le differenze, s'intende, ma come in Russia, alcuni personaggi di Gogol tanta 'tipicità' avevano in sé da entrare nel linguaggio comune per definire atteggiamenti, mentalità, pensieri della gente, così in Polonia, da questa figura di donna meschina, gretta, avida, è derivata la parola 'dulskismo'.

“Entra la signora Dulska: bigodini, treccioline, un corpetto bianco di sospetta pulizia, una sottoveste multicolore con merletti corta e stracciata al ventre”. 
Così l'autrice presenta la sua protagonista, nella didascalia iniziale: pochi tocchi che ce la definiscono già nella sua sciatteria, che si rivelerà, poi, nel corso della commedia, anche come sciatteria spirituale. La sua è la tipica “sacra famiglia borghese”: la meschinità, la corruzione, l'invadono, la dominano; essa si sfascia, poiché nessun legame morale la tiene unita. Ma sopra la sua rovina si erge sempre, con la sua vitalità degradata, la figura di questa donna, non madre, non sposa, ma soltanto e sempre la rispettabile “signora Dulska”.

Paola Borboni ha dato vita a questo personaggio tipico di una mentalità, di una famiglia, di un'epoca, con una aderenza esemplare costringendo lo spettatore a pensare alle signore Dulska di sua conoscenza; e ciò, facendolo sorridere, divertendolo, rivelando, insomma, con l'ironia tutta la bruttura di una simile categoria di donne.
  
   
È una scoperta piuttosto recente, quella del Ruzante. I suoi dialoghi, le sue scene campagnole, le sue corpose, sanguigne vicende, erano soltanto oggetto di studio da parte degli eruditi. Nel '500, il suo era stato autentico teatro popolare: in dialetto 'pavano', girando con altri compagni per le terre venete, aveva recitato ciò che lui scriveva, e in cui si ritrova la civiltà contadina, il mondo delle classi subalterne, pieno di realismo, di uamnità. Andarlo a riscoprire, sui testi polverosi, era piuttosto un vezzo intellettualistico fino a che non si trovasse un interprete che ce lo presentasse nella sua verità, nella sua umanità, questo interprete è stato, nel corso la stagione '53-'54 Cesco Baseggio, al quale il teatro italiano deve, in questi ultimi anni, una sistematica, vasta ripresa del migliore Goldoni. Del Ruzzante Baseggio ha messo in scena la storia del reduce (il Parlamento): il povero contadino italiano del Cinquecento, arruolato in qualche esercito di ventura, e trascinato a far la guerra, ma con occhio volto al cibo (per saziare la sua eterna fame) e alle donne. Un abito rustico del secolo XVI, una maschera stanca: ecco la figura del reduce. Basta questo, per darci la “scena”: ma occorre, in più, una grande maestria nel dire i sentimenti e i pensieri del pover'uomo, per fare assurgere il miserando contadino italiano vittima della guerra nell'età del Rinascimento a simbolo universale di quella “condizione umana” che la parola “reduce” rappresenta. A ciò Baseggio è riuscito, ben meritandosi il riconoscimento del “San Genesio”.

Particolare abilità dei comici migliori è sempre stata quella di truccarsi, di rendersi irriconoscibili sotto vesti e maschere diverse. Ne erano maestri i grandi attori  dell'Ottocento: nel nostro tempo l'arte del trucco ha perso forse quell'importanza e quella funzione. La critica, oggi, per esempio, non si sofferma più su questa 'arte'  dell'attore: nessuno mai scrive che il tale s'è truccato bene o male, che si è camuffato ottimamente o malamente da Amleto o da Otello. 
  
Glauco Mauri
   
Con un suo premio particolare, la giuria del “San Genesio” ha voluto invece fare un elogio ad un trucco ben riuscito, al miglior trucco, a suo giudizio, della stagione del 1953 – '54: il trucco del giovane attore Glauco Mauri (Pesaro, 1 ottobre 1930), nella parte di Smerdiakov, in “I fratelli Karamazoff”, rappresentato dalla compagnia del Teatro di via Manzoni, di Milano (protagonisti: Lilla Brignone, Gianni Santuccio, Memo Benassi); ma assai più il Mauri avrebbe meritato il premio per la magnifica interpretazione che fu la rivelazione di questo giovane.

Mi sono astenuto dal dare un giudizio sui criteri con cui i premi “San Genesio 1954” sono stati assegnati e mi sono limitato ad informare, aggiungendo alcune considerazioni e notizie. Ma più che dei premi, mi premeva di parlare di due dei nostri migliori attori di quegli anni, e dei personaggi che essi hanno fatto rivivere.