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giovedì 19 aprile 2012

ANFITRIONE - Tito Maccio Plauto (Trama e commento)


La Venere allo specchio - Diego Velazquez

    
ANFITRIONE

Tito Maccio Plauto
Commedia in 5 atti
Titolo originale - Amphitruo
Lingua originale in latino
Composto verso la metà del III secolo a.C.

Personaggi

Anfitrione
Alcmena
Giove
Mercurio
Sosia

L'Anfitrione (Amphitruo) è una commedia, in cinque atti e un prologo, scritta dall'autore latino Plauto presumibilmente verso la metà del III secolo a.C. e rappresentata, con molta probabilità, nel 206 a.C.
   

   
Sulla vita di Tito Maccio Plauto non sappiamo molto. Le date di nascita e morte sono incerte (circa 255-184 a.C.); e persino il nome potrebbe essere in realtà un soprannome, legato all'attività teatrale: Maccio è infatti un personaggio dell'antichissimo teatro italico. Ad essa infatti egli si dedicò interamente, non solo come autore, ma anche come attore ed impresario. Pare addirittura che ad un certo punto Plauto si fosse indebitato fino a rendersi schiavo, e che sia poi riuscito a riottenere la libertà coi soldi guadagnati coi suoi spettacoli.
Di sicuro sappiamo che egli scrisse molte commedie, ed ebbe molto successo. Anche in seguito le sue opere sono state spesso imitate come modello di perfetta comicità; basti pensare che il francese Jean Giraudoux, nel 1929, mise in scena un'opera intitolata Anfitrione 38, perché secondo i suoi calcoli quella doveva essere la trentottesima commedia ispirata alle avventure di Anfitrione, attorno a cui già Plauto aveva incentrato una sua celeberrima opera. Ma va aggiunto che Plauto stesso ebbe i suoi modelli, da identificarsi nei commediografi greci; il fatto stesso che i suoi personaggi avessero sempre nomi greci dimostra che egli attingeva a piene mani a quel serbatoio letterario. Del resto, quelli erano gli anni in cui la Grecia, sconfitta militarmente dai Romani, cominciava ad esercitare il suo duraturo influsso sulla cultura di Roma.

Anfitrione era un mitico eroe greco, marito della bellissima Alcmena. Il mito vuole che durante l'assenza di Anfitrione, impegnato nella vittoriosa guerra contro i Teleboi, Giove si sia innamorato di Alcmena, ed abbia assunto le sembianze di Anfitrione per poterne ottenere i favori. Per non correre rischi, Giove si fa anche aiutare da Mercurio, il quale assume a sua volta le fattezze di Sosia, servo di Anfitrione. Senonché, sul più bello, Anfitrione ritorna e manda avanti Sosia per annunciare ad Alcmena il proprio imminente arrivo. E 'a questo punto ne capitano di tutti i colori, perché sulla scena ci sono due Anfitrioni e due Sosia, con in mezzo la povera Alcmena, che non ci si raccapezza proprio. Dapprima Mercurio (il finto Sosia) scaccia Sosia (quello vero) a suon di botte, per impedirgli di disturbare gli amori tra Alcmena e Giove; poi, partito il falso Anfitrione (cioè Giove), arriva quello vero, il quale si stupisce moltissimo nel sentirsi dire dalla moglie che non era proprio il caso di fare tante cerimonie di addio per tornare poi subito indietro. Com'è naturale, Anfitrione (quello vero) comincia a sospettare della sincerità della moglie; e la commedia va avanti tra un equivoco e l'altro finché Alcmena non partorisce due gemelli, uno dei quali è nientemeno che Eracle (ossia, Ercole), che dà subito una dimostrazione della sua straordinaria forza. Alla fine Giove si mostra ad Anfitrione, e gli rivela l'inganno, dicendogli però che non deve adirarsi, ma anzi deve sentirsi onorato che il padre degli dei si sia degnato di entrare nella sua casa. Così Anfitrione si riconcilia con Alcmena, e i due si tengono l'altro gemello (quello nato dai loro legittimi amori coniugali), mentre Eracle si avvia verso le sue mirabolanti avventure.
    
Alcmena e Giove
      
Come si vede, si tratta di un intreccio che di per sé crea situazioni di esplosiva comicità; e questo è un elemento caratteristico di molta parte della produzione comica, non solo di quella più antica. Un altro elemento che occorre mettere in luce è la natura di questa comicità: Plauto costruisce qui una situazione che, se non fosse ingentilita dalla sua stessa inverosimiglianza, potrebbe apparire senz'altro scabrosa. È chiaro quindi che il pubblico cui egli si rivolgeva principalmente era costituito da gente semplice, capace soprattutto di apprezzare gli aspetti più vistosamente farseschi. Inoltre, il fatto che nella vicenda siano implicati degli dei, che divengono essi stessi parte di questa macchina del riso, la dice lunga sull'atteggiamento dei Romani verso la propria religione: un atteggiamento, nel complesso, piuttosto libero e scanzonato.
Naturalmente, poiché gli intrecci erano spesso noti in partenza agli spettatori (e l'intreccio dell'Anfitrione doveva esserlo per forza, perché fondato sul celebre mito di Ercole), non restava molto spazio al commediografo per tratteggiare i personaggi sul piano psicologico. Questi ultimi erano modellati su schemi fissi, entro cui le variazioni potevano essere minime. Non è un caso, del resto, che i nomi di ben due personaggi dell'Anfitrione siano passati nel vocabolario corrente: noi infatti diciamo che uno è un sosia di un altro quando gli assomiglia come una goccia d'acqua, e parliamo di un anfitrione per alludere ad un padrone di casa molto generoso coi suoi ospiti. Ma se il margine per lo scavo psicologico era molto ristretto, ampio spazio restava invece per l'invenzione verbale: e da questo punto di vista, Plauto si segnala per la freschezza delle sue trovate e la ricchezza del lessico, che mescola liberamente vocaboli dotti e plebei. Noterete, del resto, come il traduttore si sia sforzato di rendere al meglio la vivacità dell'originale, rinunciando peraltro alla versificazio­ne, che costituiva invece un elemento fondamentale delle opere teatrali antiche.
Il nostro brano è tratto dalla prima scena della commedia: quella in cui Sosia, che nulla sospetta, s'imbatte nello scatenato Mercurio, che gliele dà di santa ragione. Occorre sottolineare che Plauto fa qui uso di un espediente tipico della tecnica teatrale tradizionale, e cioè il parlare `a parte'. Succede infatti più volte che Sosia e Mercurio si rivolgano direttamente agli spettatori per comunicare un proprio pensiero, fingendo che l'altro personaggio non li possa udire. Basterebbe questo solo fatto per ricordare che il teatro tradizionale non mirava affatto alla verosimiglianza, ma voleva essere, e con piena consapevolezza, un artificio; ossia, un insieme di convenzioni da accettarsi in quanto tali, che alludono alla realtà senza volersi confondere con essa.