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giovedì 12 aprile 2012

CANE DI PAGLIA (Straw Dogs) - Sam Peckinpah



   
CANE DI PAGLIA
Titolo originale - Straw Dogs
Regia - Sam Peckinpah
Soggetto - Gordon Williams (romanzo The Siege of Trencher's Farm)
Sceneggiatura - Sam Peckinpah, David Zelag Goldman
Genere - Drammatico, thriller
Produttore - Daniel Melnick
Fotografia - John Coquillon
Effetti speciali - John Richardson
Musiche - Jerry Fielding
Scenografia - Ray Simm
Costumi - Tiny Nicholls
Trucco - Harry Frampton
Paese - USA
Anno - 1971
Durata - 118 minuti, 113 minuti (edizione censurata)
Colore - Colore
Audio - Mono

Interpreti e personaggi

Dustin Hoffman - David Sumner
Susan George - Amy Sumner
Peter Vaughan - Tom Hedden
T.P. McKenna - Major John Scott
David Warner - Henry Niles
Del Henney - Venner
Jim Norton - Chris Cawsey
Donald Webster - Riddaway
Ken Hutchison - Scott
Sally Thomsett -  Janice Hedden
Peter Arne -  John Niles
Len Jones - Bobby Hedden
Michael Mundell - Bertie Hedden (scene eliminate)
Colin Welland -  Rev. Barney Hood

Doppiatori italiani

Ferruccio Amendola: David Sumner
Vittoria Febbi: Amy Sumner
Gualtiero De Angelis: Tom Hedden
Glauco Onorato: Venner
Bruno Persa: Major John Scott
Vittorio Stagni: Chris Cawsey
Luciano De Ambrosis: Riddaway
Cesare Barbetti: Scott
Flaminia Jandolo: Janice Hedden
Manlio De Angelis: John Niles
Romano Ghini: Rev. Barney Hood

Premi

Kansas City Film Critics Circle Awards 1972: miglior regista
  

    
PREMESSA

Un intellettuale americano abita nella campagna inglese con la moglie che viene violentata da giovinastri del luogo. Ma quando vogliono entrargli in casa, si difende con tutti i mezzi. Lupo contro lupi, più astuto dei lupi.

Nel 1971 Peckinpah è strapagato per trarre un film dal racconto di Gordon M. Williams The Siege of Trencher's Farm. Il produttore Daniel Melnick ha preliminarmente ingaggiato Dustin Hoffman e il soggettista David Goodman: il primo è la star della Hollywood nuovo corso, il secondo ha scritto il western crepuscolare Monte Walsh di William A. Fraker. La novella si rivela piuttosto scadente, ma tutto il lavoro del regista (il film è girato in Inghilterra) cercherà palesemente di ridurre una base così malcerta a puro pretesto per sviluppare la tematica che gli preme dentro. Il film, primo non-western della carriera di Peckinpah, si intitola Cane di paglia (Straw Dogs).
   
Susan George - Amy Sumner
    
TRAMA

David Sumner, un giovane borsista americano, arriva con la moglie Amy in un paese della Cornovaglia, in Inghilterra. Andrà a vivere in una villetta, ai margini dell'abitato, per proseguire in tranquillità i suoi studi di astro-matematica. 
Un'atmosfera di tensione nasce subito dopo il loro arrivo perché Amy, nativa del villaggio, riaccende le passioni sopite di qualche suo ex corteggiatore. Cosí quattro giovani del posto (chi più chi meno, desiderano tutti la ragazza) riescono a farsi assumere dal giovane professore per costruire il garage: possono in questo modo corteggiare pesantemente Amy, per nulla intimoriti dall'aspetto innocuo e indifferente del marito ed eccitati dal comportamento provocante della donna, annoiata dalle abitudini ritirate e sedentarie del mansueto David. 
Uno di loro, Charlie, organizza una partita di caccia in cui coinvolge David: mentre quest'ultimo è abbandonato in un solitario appostamento prima Charlie, e poi un altro paesano, Norman, violentano Amy rimasta sola in casa. Ella mantiene - anche nel dramma - un atteggiamento ambiguo, tra il piacere e l'umiliazione; comunque non dice nulla al marito, del quale disprezza il carattere conciliante e míte. 
Qualche sera dopo, lo scemo del villaggio Henry Niles uccide involontariamente una ragazzetta che lo provocava. Mentre fugge disperato viene investito dall'automobile di David, che se lo porta a casa per curarlo. 
Al paese scatta un'isterica caccia all'uomo: il padre della ragazza, un brutale ubriacone, Charlie e tutti i suoi amici si presentano in piena notte alla villetta dei Sumner.
Vogliono linciare l'idiota e ne reclamano la consegna. Ma David, improvvisamente divenuto intransigente e deciso, rifiuta le intimazioni e si barrica in casa: porterà lui Niles alla polizia. 
Si scatena allora un vero e proprio assedio: resi folli dall'alcool gli uomini attaccano con tutti i mezzi la casa isolata. Però David è ormai più determinato e violento di loro: nonostante l'isterismo di Amy, finisce con l'ammazzare ad uno ad uno - ivi tutte le maniere più atroci - i selvaggi aggressori.
   
Dustin Hoffman - David Sumner


     

COMMENTO

La trama e l'ambientazione europea hanno consentito al regista di procedere, al di là dei confini del genere western e nell'illusione di poter raggiungere una capacità universale di analisi, sommergendo l'impianto narrativo con l'accumulo di osservazioni 'dirette' sulle caratteristiche umane che gli interessano. David Sumner, Amy, Henry Niles e lo stesso sfondo della campagna inglese piú isolata e derelitta, sono altrettante figure retoriche attraverso le quali Peckinpah gioca la sua carta polemica nei confronti del benpensantismo pacifista e mette a punto le cognizioni antropologiche con cui è arrivato a consentire totalmente. Si tratta di riconoscere che l'etologia comparata ha il sopravvento nel background del film su qualsiasi altra ragione critica. 
La parabola di David, da animale alieno ed inoffensivo a combattente feroce dei suoi simili, è modellata esattamente sulla teoria dell'aggressività intra-specifica dell'uomo, l'audace determinismo propugnato dal Lorenz nei suoi libri (L'anello di re Salomone..., Il cosiddetto male), e poi ripreso e deformato da Robert Ardrey - che Peckinpah notoriamente adora - nel senso di un pessimismo metafisico piuttosto narcisistico. 
Per Lorenz recuperare culturalmente la certezza della nostra assoluta animalità (e riconoscere la permanenza nell'uomo del primordiale istinto aggressivo) significa tentare di divenire finalmente umani; per il Peckinpah di Cane di paglia, l'esperienza di David è orientata positivamente alla riconquísta della morale di Neanderthal, l'etica tribale della forza. La sublimazione della lotta naturale per la vita (di ascendenza darwiniana e londoniana ), si atrofizza qui in una sorta di esperimento didascalico in grado di illustrare lo scatenarsi della violenza nell'individuo piú equilibrato, piú ossequioso delle norme convenzionali della società. 
I “cani di paglia” erano antichi fantocci sacrificali e tutto il film è congegnato come climax fatale verso un rito fanatico. David invade il territorio riservato di un gruppo ostile di simili, a cui per di piú ha strappato una femmina senza combattere: è logico che sia, a poco a poco, circondato e sfidato a duello dalla comunità provocata. Ed è fatale che la sua violenza repressa monti irresistibilmente e si scontri con quella estroflessa degli attaccanti: l'assedio della villetta è per David un detonatore, percosso su quella carica di forza bruta che è predisposta in ognuno di noi per quando sia minacciata la sopravvivenza.
Anche l'immancabile riferimento al cinismo dei bambini è piú pesante del solito: i titoli di testa scorrono su di uno sfondo sfumato che si schiarisce gradualmente, mostrando infine alcuni ragazzotti biondi e grassi che giocano con un cane in un cimitero. Peckinpah fa affiorare il disagio scatenatosi nel paese per l'arrivo del professore e della procace Amy: sintomi progressivi si alternano nelle sequenze con un dosaggio preciso (succede persino che nel lugubre pub un avventore dica a David: “Come vanno gli scioperi e le rivolte in America?”, così che questi possa rispondere a nome dell'ironia del regista: “Le scene di violenza sono solo nei film europei”).
   


    
Il contrasto tra i due giovani sposi è della specie piú nota: freddezza matematica dell'uomo, che sa come interpretare le formule ma non la moglie; gioventú, ignoranza, sangue caldo della donna che, sebbene possegga anche delle qualità, non è assolutamente vicina alla maturità. “Sei un animaletto” dice David ad Amy che vuole essere coccolata, e la cosa non sorprende in un uomo che è capace di ricordarsi di caricare la sveglia mentre è in pieno petting con la moglie. Le ribellioni di Amy sono sempre modulate sul registro del dispetto infantile, come quando cambia un segno alla formula algebrica o quando appiccica la gomma da masticare sulla lavagna del marito. Il suo atteggiamento nei confronti dei quattro bruti che lavorano al garage è quello ambiguo che Peckinpah chiama “da gattina”; li provoca con molta circospezione (la smagliatura alle calze le fa scoprire le gambe, una finestra la mostra agli uomini a seno nudo ecc. ) cercando di innescare la reazione di David, che invece afferma, deludendola: “Non è nel mio carattere prendere posizioni... assolute”. 
Se il dialogo risulta terribilmente scontato, la macchina da presa può elaborare almeno un'inquadratura stimolante: dopo la scoperta del gatto di casa strangolato per avvertimento, i due coniugi sono ripresi nella brughiera e alle loro spalle la casa incombe sinistra, hitchcockiana, buia. Ma l'andamento complessivo è caratterizzato dalla piattezza stilistica piú evidente. È come se il regista girasse il piú in fretta possibile per arrivare alla seconda parte, vero centro spettacolare della vicenda: l'urgenza di questo scivolamento s'intuisce nel dialogo a doppio senso tra David, infagottato in eskimo e stivali, e i suoi melliflui compagni di caccia. Nel lasciarlo ad un appostamento fisso gli dicono: “Professore, dovrà aspettare un poco”, e lui risponde platealmente: “Io ho pazienza”.
Quando il suo ex corteggiatore Charlie la raggiunge in casa, Amy ne è piacevolmente turbata: gode dell'esperienza nuova, l'essere posseduta con la forza, anche perchè si tratta di una presa di posizione contro la stucchevole ignavia del marito. Il fatto che ci si aggiunga anche Norman e le faccia subire un'esperienza sessuale ancora piú violenta è in pratica il prezzo che deve pagare per il divertimento: 
“Se il maschio è troppo debole per intimidirla tanto da escludere ogni comportamento aggressivo, la femmina non può che essere aggressiva nei suoi confronti e non rivela il minimo segno di attività motivate sessualmente... Invece la paura non sopprime in lei l'impulso sessuale, anzi: è capacissima di sfuggire e di sottrarsi al maschio aggressivo e, al tempo stesso, di eseguire le attività di corteggiamento” (K. Lorenz sul comportamento dei pesci Ciclidi..., Storia naturale dell'aggressività). 
Soltanto che questa sequenza, magistralmente sostenuta dagli attori, è imbruttita da un orrendo flash-back con cui Amy sovrappone l'immagine del marito a quella del suo stupratore. Grazie al montaggio alternato - una contemporanea ed ammiccante scena in cui David colpisce un uccello e poi si toglie con orrore il sangue dalla mano, contribuisce ad annullare la tensione accumulata attorno all'episodio. 
Sappiamo benissimo - a questo punto - che David è un vigliacco (tanto che Amy tralascia di raccontargli cosa è accaduto e gli ordina sprezzantemente di licenziare i lavoranti) e che ha paura della violenza, persino di quella che si esercita in una normale partita di caccia.
Tutta la vicenda di Niles è un inciso qualsiasi per introdurre il massacro finale: lo scemo è l'ultimo erede di una tradizione letteraria di giganti minorati che non controllano la propria forza (vedi Uomini e topi di Steinbeck), l'adolescente Janice è una variante peggiorativa di Amy e la responsabile principale della tragedia. Compiuto l'omicidio involontario, Henry Niles è investito dall'automobile di David. Amy non vuole ricoverarlo in casa, ma David s'impone per la prima volta ai suoi isterici capricci: il mutamento è iniziato, gli stimoli aggressivi cominciano a pulsare, l'animale pacifico si prepara a difendersi ferocemente. 
Il 'Profeta' Ardrey ha parlato di imperativo territoriale: assaliti per ragioni opposte da questo rigurgito istintuale, il piccolo, occhialuto professore ed i giganteschi contadini britannici si misurano su un piano di parità spirituale, con la differenza che il primo può ricorrere ad una strategia raffinata, fruendo di uno schema intellettivo piú elastico. Egli difende un principio umanitario, rifiutando di abbandonare il mentecatto all'orda dei paesani, ma nello stesso tempo si ribella ad una tentata violazione di domicilio: “Questa è casa mia, è parte di me e non permetterò nessuna violenza a ciò che è mio!”. 
La gelosia dell'uomo è soprattutto per la casa, anche se in sottofondo si combatte per il possesso definitivo di Amy; quando la donna vuole arrendersi e fuggire, David la picchia, urlandole a chiare lettere: “Se non ubbidisci ti spezzo un braccio”.
La sequenza dell'assedio si gonfia di particolari abnormi o surreali. Un terroristico lancio di topi, un assalitore che pedala su un triciclo. Ma, soprattutto, la casa s'identifica con David stesso: i molti vetri infranti simbolizzano le difese 'civili' dell'uomo, che saltano ad una ad una di fronte all'inaudito attacco alla sua privacy. 
I mezzi piú raccapriccianti di difesa sono utilizzati dall'assediato, dall'olio bollente alle randellate, poi c'è lo scontro col rivale sessuale, Charlie: i due, lottando in una specie di balletto mortale ripreso al ralenti, rotolano nell'atrio dove il più forte finisce dilaniato in una trappola per lupi. David si rende conto di cosa ha fatto e quasi vomita per la nausea: lo terrorizza la quantità di violenza che ha scoperto in se stesso ed in quel momento non gli importa molto di essere il vincitore. Ma c'è l'ultimo assalitore che tenta di sopraffarlo e questa volta David ammazza per interposta persona, comandando ad Amy di premere il grilletto. 
Soltanto adesso il suo ruolo di maschio è riconquistato e - quando esce per accompagnare Niles - può legittimamente dire alla sua donna, in un misto di orrore e di compiacimento: “Mi aspetti?”. Nella notte nebbiosa il nuovo Sumner guida l'automobile e siccome Henry mormora trasognato: “Non conosco la via giusta”, egli risponde sorridendo tranquillamente: “Non fa niente... neanch'io...”. 
La battuta, racconta il regista, è stata improvvisata l'ultimo giorno delle riprese, in un suo colloquio con gli attori David Warner e Dustin Hoffman mentre andava a girare. Certamente, il sua significato è essenziale per la concezione del film. David si è tolto il paraocchi. Non ha più obblighi di fronte a sé, ma non ha piú neppure rassicuranti certezze. Quello che conta è l'essersi battuto, l'essersi liberato dalla pania del comportamento conformista: e se è impossibile prevedere uno sbocco preciso, è altrettanto impossibile tornare ad essere equivocamente 'innocente' come prima.
Ora, la debolezza di questo film non discende tout court dalla sua coloritura destrorsa, come è sembrato all'unanime sdegno dei recensori dabbene. Siamo ancora molto lontani dal cinema della nuova frontiera reazionaria, confezionato con più o meno abilità dai Siegel, Fleischer, Friedkin, tutti maniaci dell'indagine apologetica sui corpi di polizia americani. L'ambizione di Peckinpah non potrebbe certo accontentarsi di celebrare la fede nella legge dei questurini. No, la topica del regista è nell'aver badato troppo alla suggestione teorica, restringendo la componente dialettica delle immagini: il risultato complessivo è un film affannoso, parlato, schematico, paranaturalistico. Non sono affatto scandalose le ipotesi che postulano come 'giusta' la disinibizione delle pulsioni aggressive, ma è perlomeno sbagliato presentarle come frammenti di un disegno filmico che non regge; in questo modo, in assenza di un codice mitopoietico'della cinepresa, il discorso s'inverte in aforisma erudito, in sentenza volgare, in apologo pretenzioso: certe cadenze tipiche da horror film denunciano piú che un'insufficienza filosofica, una pericolosa assenza di ambiguità.
Per quanto riguarda i più ambiziosi risvolti politici è molto interessante paragonare Cane di paglia ad Arancia meccanica (A Clockwork Orange) di Stanley Kubrick: in entrambi si drammatizzano le tendenze alla violenza irrazionale, ma mentre nel primo è almeno ipotizzabile un diverso uso della violenza accumulata in ciascun uomo, nel secondo ogni ipotesi dialettica della realtà cade di fronte al mostruoso incremento progressivo di tutti gli istinti esorcizzati dalla civiltà. Se la violenza esiste a livello di pulsioni generalizzate, per Peckinpah bisogna in qualsiasi modo incanalarla ed utilizzarla, per Kubrick è fatale che ne saremo travolti, qualunque argine ci affannassimo ad erigerle contro.
  

 

1 commento:

TheSweetColours ha detto...

anche questo sconosciuto...