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domenica 8 aprile 2012

CRITONE - Platone


Antonio Canova - Critone chiude gli occhi a Socrate


    
CRITONE
Platone
IV secolo a.C.
Genere - Dialogo filosofico
Lingua originale - Greco antico
Personaggi - Socrate e Critone


Platone (427-347 a.C.) visse nel periodo di maggior splendore della civiltà ateniese. Di quella cultura egli rappresenta anzi uno dei massimi esponenti. Naturalmente, egli ci è noto soprattutto come filosofo: ma non è impresa facile dare in poche parole un'idea del suo pensiero. 
Mi limiterò ad osservare che tra le sue preoccupazioni più costanti vi fu quella di penetrare il senso ultimo delle cose, andando al di là della loro apparenza per svelarne l'essenza nascosta. Questo lo portò, tra l'altro, ad interrogarsi sui principali problemi dell'etica e dell'estetica, ossia delle discipline che trattano di ciò che è bene e di ciò che è bello; insomma, della morale e dell'arte. Per Platone, l'uomo deve conformare la propria condotta a certi princìpi universali, che la ragione permette di individuare. L'uomo non può costruirsi a piacere le proprie leggi (...a Berlusconi non è mai piaciuto Platone...chissà perché ?...), giustificando qualunque tornaconto personale; bisogna, sostiene Platone, obbedire ai comandamenti delle Leggi universali, ricercando sempre la giustizia e rifuggendo l'ipocrisia. 
Questi pensieri si trovano espressi mirabilmente nelle pagine di CRITONE. 

Il protagonista è Socrate, il grande filosofo che Platone ebbe come maestro, e che fu condannato a morte nel 399 a.C., al termine di uno strano processo. Atene stava allora attraversando un periodo di instabilità politica, e come spesso accade, i governanti pensano di rafforzare il proprio potere trovando qualche capro espiatorio, cioè qualcuno su cui riversare delle colpe inesistenti. Lo trovarono in Socrate, accusato di corrompere la gioventù perché diffondeva il seme del dubbio e della critica. In realtà egli si limitava ad aprire le menti dei propri cittadini, invitandoli a non credere a certe superstizioni, e ad affidarsi piuttosto alla guida della ragione. Ma la ragione è la naturale nemica dei governanti ottusi ed autoritari; e questi, piuttosto che ragionare, preferiscono farla pagare cara a chi non vuole piegarsi. Così Socrate, che avrebbe potuto cavarsela probabilmente con una semplice condanna detentiva, se solo avesse finto di ammettere la verità delle assurde accuse rivoltegli, finì per essere condannato a morte (per avvelenamento) a causa del suo comportamento coraggioso e intransigente, ossia per il suo rifiuto del compromesso. Senza timori, e senza pentimenti, egli difese fino in fondo la purezza della propria condotta e la validità del proprio insegnamento, fondato sull'inflessibile coerenza di chi si adegua ai dettami della ragione. 

Un passo dell'opera ci mostra Socrate e Critone a colloquio nella prigione di Atene. Critone cerca di convincere l'amico a fuggire: dice di aver già corrotto le guardie. Ma il filosofo non accetta la proposta: fuggire significherebbe piegarsi, dimostrare di aver paura. E Socrate non ha paura. Egli pensa anzi che la propria morte sarà di esempio per coloro che vogliono agir bene, anche se questi sono la minoranza. Critone non si dà per vinto, e presenta vari argomenti per vincere la resistenza dell'amico; ma questi, pazientemente, glieli smonta tutti ad uno ad uno, fino a lasciarlo senza risposta.
Questa speciale tecnica di argomentazione è nota sotto il nome di "maieutica", che in greco significa "ostetricia" (= scienza del parto). E' un nome curioso, ma neanche poi tanto. Ciò che deve essere partorito in un discorso onesto, infatti, è la 'verità'; ed il 'maieuta' (ossia, colui che conduce il discorso secondo questa tecnica) deve sforzarsi di far sì che il suo interlocutore - passo dopo passo, risposta dopo risposta - arrivi a scoprire la verità. Quel che conta, per il maieuta, è che l'interlocutore si persuada circa la verità della conclusione raggiunta. Tentare di sopraffarlo, imponendogli una conclusione non ben ragionata, sarebbe inutile, perché (non essendo intimamente convinto) l'altro ricomincerebbe da capo a polemizzare. 
In questo caso, Socrate sostiene in particolare che la propria fuga costituirebbe una grave offesa nei confronti delle Leggi. Anche se gli uomini hanno abusato della legge, condannandolo ingiustamente, egli ritiene proprio dovere rispettare la condanna. E' chiaro che qui Socrate non fa riferimento alle leggi degli uomini, ma piuttosto a quelle Leggi supreme di cui parlavo poco fa. Sono, sì, le leggi su cui si fonda lo stato ateniese; ma sono soprattutto le Leggi della sua coscienza, che gli vietano di agire vilmente davanti alla morte, rinnegando il proprio passato.

La forma delle pagine iniziali del CRITONE assomigliano a quelle di un testo teatrale, che poi assumono la forma di un "dialogo". Talvolta è difficile distinguere l'uno dall'altro genere, visto che entrambi i casi ci sono dei personaggi che parlano fra di loro, senza commenti e descrizioni aggiunte dell'autore. Ma quest'opera non è scritta proprio per la recitazione, ma soprattutto per la lettura solitaria, per la meditazione. In sostanza, Platone vuole convincerci di qualcosa, e per fare ciò ricorre ad una forma che è certamente vivace che non quella di una lunga dissertazione. E' un po' come se egli facesse dialogare tra di loro, personificandole, le idee che gli attraversano la mente.


1 commento:

TheSweetColours ha detto...

interessante... di nuovo tanti auguri di buona Pasqua!