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mercoledì 4 aprile 2012

GETAWAY - Sam Peckinpah (con Steve McQeen e Ali MacGraw)



    
GETAWAY

Titolo originale - The Getaway
Regia - Sam Peckinpah
Paese - USA
Anno - 1972
Durata - 122 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro
Genere - Thriller, drammatico
Soggetto - Jim Thompson (romanzo)
Sceneggiatura - Walter Hill
Produttore - David Foster, Mitchell Brower, Gordon T. Dawson (produttore associato)
Casa di produzione - Solar Productions, Foster-Brower Productions, First Artists
Fotografia - Lucien Ballard
Montaggio - Robert Wolfe (consulenza di Roger Spottiswoode)
Effetti speciali - Bud Hulburd
Musiche - Quincy Jones
Scenografia - Ted Haworth, Angelo Graham, George R. Nelson (set decorator)
Costumi - Kent James (uomini), Barbara Siebert (donne), Ray Summers (supervisore)
Trucco - Al Fleming, Jack Petty

Interpreti e personaggi

Steve McQueen: Carter 'Doc' McCoy
Ali MacGraw: Carol Ainsley McCoy
Ben Johnson: Jack Beynon
Sally Struthers: Fran Clinton
Al Lettieri: Rudy Butler
Slim Pickens: cowboy
Richard Bright: ladro alla stazione ferroviaria
Jack Dodson: Harold Clinton
Dub Taylor: Laughlin
Bo Hopkins: Frank Jackson
Roy Jenson: Cully
John Bryson: contabile
  

   

PREMESSA

Nel corso del '72 Peckinpah accetta l'incarico di dirigere un film, una superproduzione ricavata da un giallo d'azione dello specialista Jim Thompson: The Getaway (Getaway!). È un lavoro che lo soddisfa e che realizza con Steve McQueen, attore che gli sembra molto congeniale. Si gira nel Texas e quando la troupe si reca a El Paso, Sam sposa una terza donna, Joie, nella vicinissima Ciudad Juàrez, oltre il confine messicano. Cosí di nuovo un avvenimento importante della sua vita si collega al Messico, paese che ha sul regista un effetto speciale. Quando poi bisognerebbe girare qualche ripresa per le strade di Dallas, la troupe s'installa proprio nell'incrocio fatale a Kennedy, fornito di una diligente placca commemorativa su “quell'edificio”. Con un soprassalto umorale, tipico del suo atteggiamento parapalitico, fa smontar tutto e impone alla produzione di cambiare città: 
“Andiamocene, non girerò niente qui. Vuoi andare a fare spese da Neiman-Marcus? Bene. Un grande magazzino, il piú grande del mondo. Ma stare a Dallas e metterci parte di se stessi, questo no” (Playboy, August 1972). 
Piccoli incidenti a parte, il film viene regolarmente realizzato e presentato con grande sforzo pubblicitario. Il successo commerciale è enorme, esattamente l'opposto di quanto era accaduto per “L'ultimo buscadero”. 
Getaway! fa il giro del mondo, incassando da Londra ad Algeri.
  
Steve McQueen



TRAMA

Doc McCoy è un rapinatore rinchiuso in penitenziario. La moglie Carol organizza la sua scarcerazione interessando Beynon, un disonesto politicante texano: Doc esce anzitempo di prigione e per sdebitarsi dovrà rapinare una banca di provincia per conto del boss mafioso. La rapina è condotta in compagnia di due banditi imposti da Beynon, Rudy e Frank. La banda riesce ad impadronirsi di mezzo milione di dollari, Frank uccide una guardia e Doc deve ricorrere alla sua bravura di guidatore per sfuggire alle macchine della polizia. Alla fine Rudy, sbarazzatosi di Frank, cerca di fare altrettanto con Doc e Carol per prendersi tutto il bottino: ma Doc non si fa sorprendere e lo crivella di colpi. I due si recano allora da Beynon: Doc scopre sconvolto che la moglie, per ottenere la sua liberazione, è andata a letto col capomafia e che dietro la rapina c'è un complicato e torbido piano. Allora Carol spara a bruciapelo sul ripugnante Beynon, giurando a Doc che l'ha tradito per amore. A questo punto, i due decidono di proseguire da soli l'avventura, inseguiti dalla polizia, da Rudy che era soltanto ferito e da tutti gli accoliti di Beynon: tenteranno disperatamente di tenersi tutti i soldi ed espatriare in Messico. Il viaggio è vertiginoso, punteggiato da scontri a fuoco con la polizia e da fughe rocambolesche. Doc e Carol si fanno persino rubare il malloppo e devono recuperarlo faticosamente su di un treno. Rudy, nel frattempo, prende in ostaggio un tremebondo veterinario, si appropria - in tutti i sensi - della sua stupida moglie e costringe entrambi ad accompagnarlo nella caccia ai McCoy. Infine, tutte le pedine interessate al gigantesco inseguimento si ritrovano in un albergo al confine col Messico: qui Doc ammazza prima Rudy e poi tutti i killer di Beynon, in un susseguirsi apocalittico di sparatorie. Insieme a Carol riesce a fuggire definitivamente: un vecchietto li raccoglie su di un camioncino e gli fa passare la frontiera. Dopo il passaggio acquistano addirittura il veicolo. Ricompensato generosamente il loro allegro salvatore, se ne vanno verso la felicità.
  
Ali MacGraw


COMMENTO

Il punto fondamentale a favore del film è la sceneggiatura di Walter Hill. Quest'esordiente ha scritto un adattamento del racconto di Thompson intelligente e preciso, ma soprattutto straordinariamente calibrato in termini di sintassi cinematografica. In Getaway! Peckinpah è messo in grado di ritrovare il piacere del racconto a scatti, l'itinerario contrappuntato da incessanti e sanguinose esplosioni di violenza. È un po' come tornare a “Il mucchio selvaggio” senza la presunzione logorroica di “Cane di paglia”. 
Il film si apre con l'inquadratura che mostra alcuni cerbiatti che pascolano in cattività accanto al penitenziario. Dietro le sbarre Steve McQueen presenta il volto del bandito Doc McCoy con espressioni amare e scavate, sorprendentemente opposte a quelle - ancora fiere ed energiche - di Junior Bonner. La prima metafora è solare: come quelle inoffensive bestiole anche il pregiudicato Doc è un essere privato della libertà.  
“Cattivo” o meno, è oggetto di una violenza odiosa da parte del consorzio civile e come tale ha di primo acchito la simpatia del regista. Nei ricordi di Doc si materializza la figura di una donna - sua moglie Carol - molto desiderata, molto rimpianta: ancora una volta la coppia svolge un ruolo di primo piano ed è a partire da questa che si organizzano tutti gli elementi del racconto. Doc è un detenuto modello, ma la sua liberazione è dovuta a Carol che si muove all'esterno del carcere seguendo i suggerimenti del marito. La ragione dell'improvvisa libertà del detenuto MoCoy è nell'incontro tra Carol e l'avvocato Beynon. Interpretato dall'attore Ben Johnson, uno dei preferiti di Peckinpah, Beynon personifica sotto il suo cappellaccio texano tutto ciò che il regista odia dell'America 'ufficiale': ricco, ambiguo uomo politico, presidente della commissione per il condono e per la libertà condizionata, questo potente corrotto fa scarcerare Doc per utilizzarlo in una rapina di cui è il mandante.
L'uscita di Doc dal carcere coagula il primo tema del film, la corrispondenza fisica tra un uomo e una donna incrinata da quattro anni di interruzione dei rapporti. C'è una sequenza significativa al riguardo: giunto in un parco pubblico con la moglie, Doc si trova accanto ad un laghetto artificiale. Con un bellissimo montaggio 'anticipato' il regista gli fa immaginare di buttarsi vestito in acqua con la donna, intrecciando con lei una specie di danza. Questi gesti liberatori sono rallentati; Peckinpah contraddice platealmente chi gli affibbia la meccanica equazione 'ralenti' = sparatorie e uccisioni: interessa al regista anche la plasticità della gioia. La sequenza termina quando Doc, dopo averla pregustata nel pensiero, inizia davvero a vivere l'azione. C'è bisogno di questo tuffo per potersi purificare del passato, per liberarsi dall'estraneità che si è incrostata tra i due corpi e anche prima di fare 1'amore è fatale ammettere che: “... ora non è piú come prima”.

Il secondo tema del film è l'abilità di Doc nella sua dimensione di bandito: tutta la preparazione della rapina alla banca di Beacon City (il colpo riesce malgrado qualche contrattempo) è fondata sulle facoltà 'scientifiche' impiegate dall'uomo per portare a termine l'incarico. Egli non ha la vocazione del criminale di classe, ma i suoi gesti secchi precisano un'efficienza sicura contrapposta alla nevrosi paranoica dei complici imposti da Beynon. Egli sa interpretare una fuga spettacolare in automobile, vivificando decentemente una sequenza tanto stereotipa. Sa colpire il torvo Rudy prima che questi possa a sua volta eliminarlo. Nonostante questo resta un perdente, uno che segue nel bene e nel male un codice interiore, cosa che lo mette in opposizione non solo al mondo legale ma anche ai suoi simili. Come non ricordare il rictus beffardo e cinico di Bogart?

L'ingranaggio del film scorre sin troppo disinvoltamente. Arrivato da Beynon con il bottino, Doc constata che mancano duecentomila dollari dalla somma rapinata: il fratello di Beynon è il direttore della banca ed ha avuto bisogno di questo marchingegno per mascherare un suo clamoroso furto 'interno'. Con una serie ad incastro di sorprese, Doc scopre che la moglie si è data a Beynon e che questi avrebbe progettato con lei di ammazzarlo dopo il colpo. È allora che Carol spara ed uccide il politicante con una rabbia distruttiva. Come ha notato il critico francese Benayoun, non sapremo mai se la donna ha colpito l'uno invece che l'altro per scelta estemporanea o per lontana premeditazione. Sull'autostrada c'è una spiegazione decisiva tra i due fuggiaschi e Carol urla al marito la sua logica disperata: 
“Pur di tirarti fuori dai guai sarei pronta a darmi a tutto il Texas!”. 
Il doppiaggio italiano è sconsolante e la voce di Ali MacGraw (lontanissima da “Love Story”, l'attrice riscopre le movenze feline de “La ragazza di Tony”) suona assai querula: tuttavia un nuovo tema del film si precisa prepotentemente in ogni suo atteggiamento. Si tratta di una donna eccezionale, una donna vera e come tale contraddittoriamente affascinante. È la compagna completa di Doc; decisa, stoica, disinibita e pronta a dedicarsi totalmente al suo uomo e a condividerne ogni esperienza. 
Sulla presunta misoginia dell'uomo Peckinpah si è insistito parecchio. Ma a me interessa che le donne nei suoi film abbiano un peso rilevantissimo e convincente. Occupano nella gamma delle situazioni tutti i ruoli possibili: partendo da Kit, bruciante di sdegno e di ribellione ne “La morte cavalca a Rio Bravo”, siamo arrivati ad una Carol che calamita senza riserve l'ammirazione del narratore-demiurgo. Le prove che attendono la coppia non fanno che saldare l'incrinatura sottolineata all'esordio: il gangster indurito e la sua donna ritrovano la coerenza del rapporto - compromessa dalla separazione - nella solidarietà spontanea contro le continue minacce alla propria libertà. 
La sequenza cruciale del rinnovato incontro tra i due, si organizza però su una forzatura prolungata: nascosti - una sera - nella spazzatura, stanno per essere schiacciati da una pressa che impasta i rifiuti. L'arnese mostruoso - ripreso a lungo in primissimo piano - è sul punto di triturarli vivi ma i McCoy riescono a salvarsi e vengono scaricati nell'immenso deposito di rifiuti alla periferia della città. L'ironia della situazione non cancella il didascalismo di una pesante allegoria, impensabile per esempio nei western: la ruspa de “L'ultimo buscadero” non ammiccava a giudizi moralistici ed era il lavorio della memoria di junior che la investiva di poteri sacrificali. Comunque Doc pronuncia le parole che aprono il futuro: “A che serve fuggire se non stiamo insieme...”, e Ballard si cimenta in un'alba inquietante. 
I due se ne vanno abbracciati, in un campo lungo che l'operatore riempie dei fumi nerastri fluttuanti sui mucchi di spazzatura che bruciano. 
Al finale, Peckinpah ci arriva dopo essersi soffermato sul massacro che risolve la convergenza di Doc, Rudy e gli uomini di Beynon nello stesso albergo. 
Le tre fazioni separate e distinte si scontrano per il possesso dei soldi in mano a Doc, ma nonostante l'agilità stilistica delle inquadrature (realizzate con gran dovizia di scorci, ellissi, inversioni di ritmo e ralenti) la vena del regista è ripetitiva, le morti si moltiplicano quasi indolenti, 1'oltranzismo della violenza si sfalda in congelate tonalità parodiche. Gli artifici gratificanti di questa carneficina rimandano esclusivamente a se stessi e le traiettorie dei proiettili non provocano piú scompensi ideologici funzionali ma si esauriscono nel loro scontato destino balistico.
Ma una volta eseguita la sua sequenza-feticcio, Peckinpah inventa - insieme ad Hill - un epilogo beffardo ed esaltante, del tutto opposto a quello della novella di Thompson che è funereo per i protagonisti (Getaway, Il Giallo Mondadori, 1972).
Doc e Carol, per mettersi in salvo, impongono il loro trasporto ad un vecchietto che guida precariamente un furgoncino sull'autostrada. Questa specie di Walter Brennan (si tratta in realtà di Slim Pickens, altro attore beniamino del regista) accetta la situazione con stupefacente naturalezza: “... mi piace collaborare”. 
In prossimità della frontiera i banditi fanno scendere il ridanciano proprietario; ma non rubano, anzi offrono prima diecimila, poi ventimila, infine trentamila dollari per il trabiccolo: pazzo di gioia il loro candido complice se ne torna indietro a piedi, mentre i due imboccano l'ultimo dosso che li porterà in Messico. 
Il teleobiettivo schiaccia e sfuma il colore bianco dell'automezzo (specchio del loro diritto a salvarsi) che si allunga verso la libertà: la fuga è riuscita. 
Ci sorprendiamo non tanto della figura 'autre' del vecchio che, mentre accompagna di buon grado due ricercati al confine, borbotta: “Non c'è piú morale...”, sentenza paradossalmente significativa, quanto del lieto fine che trasgredisce tutta una tradizione del film nero americano.
  
Steve McQueene Ali MacGraw in una scena del film Getaway


3 commenti:

Paola ha detto...

Sei sempre molto preciso e dai informazioni assai dettagliate. Sono qui anche per farti i migliori auguri di una Buona Pasqua. Ti saluto caramente

TheSweetColours ha detto...

interessante

Anonimo ha detto...

Forte