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mercoledì 11 aprile 2012

NASCITA DEL TEATRO (Birth of the theater)





   
Non vi è dubbio che il teatro nasce in forme molto diverse da quelle in cui siamo abituati a pensarlo noi moderni: esso nasce infatti come fatto rituale legato alle celebrazioni di carattere religioso. Cerimonie sacre con cori e con danze si svolgevano, in epoche remote, entro i recinti dei templi (ad esempio a Creta): qui è dato riconoscere la preistoria del teatro, che si svilupperà poi, in modi più vicini a quelli moderni, in Grecia. Se vogliamo farci un'idea del teatro primitivo, possiamo leggere le rappresentazioni delle parole non scritte: la cultura popolare orale: canto, rito, movimento, magia, realtà, si fondono in questo caso in maniera inscindibile, e, trattandosi di una società 'primitiva' ed 'arcaica' (quella indiana), la sua espressività può in qualche modo aiutarci a capire quello che fu il nostro passato.
   


   
TRAGEDIA E COMMEDIA

I due principali generi di teatro, esistenti anche nelle letterature moderne, cioè la commedia e la tragedia, nascono nella Grecia classica. Si noti che il teatro greco deriva, per tradizione unanimemente riconosciuta (e ciò si lega al nostro discorso precedente), da celebrazioni religiose in onore del dio Dioniso (il Bacco dei Romani). La statua di questo dio era sempre presente nei teatri, anche se le rappresentazioni si erano ormai staccate dall'origine rituale, ed erano destinate all'intera comunità. I nomi stessi, inoltre, ci ricordano queste origini rituali: 'commedia', dal greco 'comodìa', vuol dire “canto (di festa) in onore di Dioniso”; e tragedia, dal greco 'tragodìa', vuol dire “canto del capro” (con probabile riferimento all'animale che veniva sacrificato alla fine del rito). Commedia e tragedia non erano all'inizio separate, ma fin dai tempi molto antichi esse assunsero il loro ruolo distintivo, e vennero regolate in maniera diversa, con diverse funzioni. La distinzione tra i due generi, definita con precisione già dal filosofo greco Aristotele, è stata accettata in epoca moderna, e può essere ricondotta ai seguenti caratteri: 

1 - la commedia: è una rappresentazione in cui gli eventi hanno un lieto fine ed ha la funzione di divertire gli spettatori; essa descrive i caratteri di personaggi comuni, appartenenti ad una dimensione quotidiana della vita, di ceto sociale non elevato; essa si avvale di elementi satirici, cioè prende in giro vizi, difetti, debolezze umane; 

2 - la tragedia: ha un tono elevato, perchè l'azione è seria; si conclude in maniera tragica, con la morte di uno dei protagonisti; i personaggi sono di rango sociale elevato, quasi sempre all'origine dei fatti c'è un divieto imposto (imposto dagli dei o dalla natura) che viene infranto dal protagonista, il che ha per conseguenza un sacrificio, una espiazione (cioè, appunto, la morte violenta dell'eroe).
  


   
IL TEATRO EDUCA

Nella società greca il teatro, nelle forme che ho analizzate di commedia e tragedia, aveva una funzione educativa di primaria importanza, e per questo motivo l'edificio destinato alla rappresentazione veniva costruito senza badare a spese, come indispensabile luogo di ritrovo. Venivano anche finanziate con denaro pubblico le rappresentazioni, e venivano organizzate gare tra gli autori, e premiati í migliori, secondo il giudizio di cittadini appositamente designati per questo compito. Ad Atene si giunse persino a pagare un'indennità ai poveri, affinché potessero assistere alle rappresentazioni senza spesa: ciò perché, come si è detto, il teatro era giudicato una necessaria forma di educazione per tutti.
In che modo, secondo i Greci, il teatro poteva 'educare'? La commedia era occasione di una vivace critica di costumi (ad esempio potevano essere lanciate dalla scena accuse contro i politicanti corrotti); si trasformava dunque in un dibattito civile, insegnava la 'morale' attraverso la satira. La tragedia, invece, doveva 'purificare' coloro che vi assistevano, proprio perché rappresentava vicende capaci di suscitare negli spettatori un sentimento di terrore e di pietà (terrore per le conseguenze delle azioni dei protagonisti, per la loro punizione quando erano colpevoli di 'violazioni' di divieti; pietà per la commozione suscitata dai loro dolori). Dopo la rappresentazione gli spettatori sarebbero stati migliori (così si pensava), perché avrebbero tratto una lezione dai fatti, senza essere costretti a vivere personalmente casi analoghi a quelli che avevano visto. Edipo re, il capolavoro di Sofocle, può essere esempio della tragedia greca.
Anche i Romani furono appassionati spettatori di rappresentazioni sceniche, e costruirono teatri nelle loro città secondo tecniche edificatorie in parte nuove rispetto a quelle dei Greci, pur se, sostanzialmente, la forma dell'edificio non mutò. In quest'epoca i due generi principali sono la commedia e la tragedia, a cui possiamo aggiungere il mimo, una forma tipica della tradizione italica (esistente dunque ancor prima della civiltà romana), fatta di danze e di musiche, con allusioni oscene e gusto popolareggiante. Fra gli antichi commediografi merita un ricordo la ricca comicità di Plauto.
  


    
IL CRISTIANESIMO: MORTE E RINASCITA DEL TEATRO

Il teatro della tradizione classica, greca e romana, entra in crisi con la fine dell'Impero romano e con l'affermazione del Cristianesimo, religione che vede nelle opere sceniche pagane una sorgente di peccato, quindi una forma artistica condannabile. I cristiani erano del resto scandalizzati, oltre che dalla libera vita degli attori, anche dall'eccessivo realismo delle messe in scena. Il teatro, diventato sinonimo di peccato, nel Medioevo cessa di esistere. Rinascerà, in forma nuova, intorno all'anno 1000. Alla base della sua rinascita ci saranno ancora dei riti religiosi, ma questa volta quelli cristiani. Il nuovo teatro nascerà in chiesa, e dalla chiesa (dall'altare, dalle navate) si sposterà all'esterno, sulle gradinate antistanti al tempio. Lo scopo è comunicare con i fedeli ed educarli; oggetto quindi delle rappresentazioni saranno temi tratti dalla storia sacra. Ad esempio, l'argomento della passione e resurrezione di Cristo si prestava facilmente ad essere rappresentato; si misero in scena appunto momenti della vita di Cristo, scene della Bibbia, vite di santi. Non vi era, come abbiamo detto, una sede fissa: la folla assisteva nella piazza davanti alla chiesa, e le scene, i costumi, i palchi di legno su cui si muovevano gli attori (che non erano professionisti, ma dilettanti improvvisati, chierici, gente del popolo) venivano smontati dopo l'uso. Questa forma di rappresentazione, affidata alla partecipazione popolare e basata sulla fede, arricchita di elementi spettacolari (gran numero di comparse, angeli, diavoli), durò fino al 1500.
Nel XVI secolo, mentre il popolo conosceva solo le sacre rappresentazioni di cui abbiamo parlato e i giochi di piazza dei saltimbanchi e dei giullari, i dotti ed i ricchi riscoprirono il teatro che era stato degli antichi (Greci e Romani). Si ricominciò a scrivere commedie e tragedie prendendo lo spunto dai classici o addirittura traducendoli: opere destinate ad un pubblico d'élite, cortigiani ed intellettuali. La messa in scena avveniva non in teatri appositamente costruiti (che non esistevano), ma nei palazzi signorili, alla presenza di pochi spettatori. Solo alla fine del '500 furono costruiti dei veri teatri, il cui progetto fu concepito ispirandosi agli edifici classici.
  


    
LA COMMEDIA DELL'ARTE E LA COMMEDIA NUOVA

Un nuovo tipo di commedia sorse nel secolo XVI ed ebbe una diffusione vastissima in Europa: la commedia dell'arte. Gli attori erano professionisti ('arte' voleva dire 'professione'; “commedia dell'arte” è la commedia, appunto, di attori professionisti). Essi non avevano il compito di recitare una parte imparata a memoria; gli attori avevano a disposizione un 'canovaccio', cioè una trama, sulla quale improvvisavano, intuoducendo i loro 'lazzi', cioè gesti e battute comiche di sicuro effetto. Gli artisti della commedia dell'arte si spostavano su di un carrozzone, il quale poteva essere trasformato in palco ad ogni sosta, ed attorno ad esso si radunava il pubblico. Ogni attore diventava specialista in una parte fissa, ad esempio in una 'maschera', dotata di proprio carattere e di proprio costume: sono le stesse maschere che oggi compaiono nelle sfilate di carnevale (così Pantalone, avaro mercante veneziano; Arlecchino, servo spesso sciocco; Brighella, servo astuto; il Capitano spavaldo e vigliacco, ecc.). Le maschere permettevano di improvvisare divertenti rappresentazioni immediatamente comprensibili ad un pubblico largo. La commedia dell'arte durò fino al '700: le sue estreme propaggíni, giunte fino alle soglie del Novecento, sono ravvisabili nella farsa. I teatri, in quel secolo, divennero assai numerosi in tutte le città italiane, specialmente a Venezia; proprio a Venezia, nel '700, uno scrittore di grande talento, Carlo Goldoni, operò la 'riforma' della commedia. Sostituì alla frivolezza in cui la commedia dell'arte era caduta, una nuova concezione del teatro, ristabilendo una visione educatrice e morale dell'opera scenica. Alla critica dei costumi e dei comportamenti si era già ispirato, nel '600, anche un commediografo francese di eccezionale valore: Molière.
  


   
LA NUOVA TRAGEDIA

Mentre la tragedia (anch'essa riscoperta a partire dal '400) continuava in Italia ad essere concepita così come era stata tramandata dai modelli classici, in Inghilterra, nel '600, si formò una scuola teatrale con caratteristiche nuove: si ebbe allora il cosiddetto teatro elisabettiano, il cui autore più illustre è Shakespeare. Il primo teatro pubblico, a Londra, era stato aperto alla fine del XVI secolo, e nel '600 la città ne contava ben otto; ma intorno alla metà del secolo ogni attività drammatica cessò, perché il teatro fu proibito per le pressioni esercitate da un gruppo ispirato ad una concezione rigidamente religiosa (i puritani, che avevano il loro massimo esponente politico in Oliver Cromwell). Il teatro elisabettiano mise in scena vite di uomini illustri dell'antichità classica e di re inglesi, episodi della mitologia, leggende. 
Nel “Giulio Cesare” di Shakespeare, un dramma storico, l'argomento è dunque ispirato alla classicità, ma le forme in cui l'azione viene svolta sono ben diverse da quelle della tragedia antica e da quelle che sarebbero state adoperate da scrittori italiani della stessa epoca. Infatti la tragedia di Shakespeare racconta un'azione della durata storica di circa due anni (l'uccisione di Cesare, la lotta tra i congiurati anticesariani ed Antonio e Ottaviano), che si svolge in luoghi assai lontani tra loro (a Roma e a Filippi, in Macedonia, dove avviene la battaglia conclusiva con l'esercito dei congiurati). Ebbene, un procedimento del genere non era ammesso nella tragedia classica, la quale era legata alla regola dell"unità di tempo e di luogo (le 'unità' dell'antica tragedia erano tre: unità di luogo; unità di tempo; unità d'azione...., la vicenda rappresentata doveva essere una sola e doveva riguardare solamente i protagonisti, senza narrare la storia di altri personaggi..., con una sola vicenda da rappresentarte era più facile anche ottenere in un solo luogo e in una stessa giornata..., questo fatto era anche dettato dalla necessità scenica, ad esempio l'impossibilità di preparare lo scenario), quindi doveva rappresentare fatti della durata di un solo giorno e avvenuti in un sol luogo. Queste regole, che Shakespeare non rispetta, avevano valore di legge per gli scrittori italiani del tempo. Il teatro shakespeariano è dunque un esempio di novità e di libertà formale rispetto alla tradizione antica.


IL MELODRAMMA

Dal XVII secolo era andata sviluppandosi anche un'altra forma di teatro, la quale esiste ancora oggi: il melodramma. Esso consiste in un'azione scenica accompagnata da musica, in cui al posto degli attori ci sono dei cantanti. Il melodramma, che è teatro unito a canto e musica, avrà una fortuna immensa, e godrà di grande popolarità soprattutto nell'Ottocento. Accanto al melodramma, in Italia si sviluppa la tragedia, con argomenti classici, religiosi o storici; a quest'ultimo tipo appartiene l'Adelchi di Manzoni.
  


   
IL TEATRO MODERNO

Commedia, tragedia, melodramma: il quadro delle forme sceniche fondamentali della tradizione culturale europea è a questo punto delineato, ed abbiamo visto in che modo esso sia nato e quale sia stato il suo sviluppo iniziale. Decisivi, per capire ciò che vediamo oggi sulle scene, sono però alcuni cambiamenti avvenuti nel secolo XIX: in questo periodo il teatro si avvia ad una sempre maggiore aderenza al reale, vuole cioè rendere più credibile la storia recitata dagli attori. Si sviluppa il cosiddetto 'dramma borghese', in cui sono rappresentate vicende serie e tragiche, che però non accadono, come nella tradizione, a grandi personaggi storici (re, principi, condottíeri), bensì a gente comune (borghesi, popolani). Gli spettatori vanno a teatro per assistere ad avvenimenti possibili nella vita di tutti i giorni e per riflettere, in questo modo, su temi di attualità o sulla società. È il caso dell'opera drammatica di Ibsen “La casa di bambola”, in cui si assiste la rottura di un normale matrimonio borghese, a seguito di circostanze gravi e accidentali, ma non eccezionali o fantastiche, anzi legate al tema del danaro, del ricatto, dell'incomprensione coniugale. L'opera teatrale diventa un “brano di vita” tratto dal normale orizzonte dell'esistenza. Non è un caso che proprio nel teatro del 1800, che aspira al 'verisimile', acquisti rilievo una figura particolare, un professionista incaricato di dirigere l'azione e la recitazione, di interpretare il testo, di controllare l'operato dello scenografo: il regista. Il regista assume delle funzioni che un tempo erano affidate al capocomico, cioè all'attore dotato di maggior autorità e prestigio. Con lo stesso termine di 'regista' si indica oggi chi guida la lavorazione di un film, dirigendo non solo la recitazione, ma anche il montaggio ed il taglio della pellicola. Il richiamo non è casuale: non vi è dubbio che vi sono rapporti fra il teatro ed il cinema; anzi oggi, per il grande pubblico, il cinema ha assunto molte delle funzioni di divertimento collettivo che un tempo erano esclusive del teatro. Anche se abbiamo tracciato una sommaria storia del teatro, il nostro scopo non è quello di una puntuale ricostruzione storica, né a tale fine risponde la nostra scelta antologica. Come al solito, abbiamo preferito dare dei 'campioni' diversi di linguaggio, i quali mostrano delle 'possibilità' di realizzazioni diverse. 
Pirandello, ad esempio, porta fino ai limiti dell'assurdo il teatro 'verisimile' della tradizione ottocentesca. 
Shaw ironizza su temi classici, mettendo alla berlina Cesare e Cleopatra. 
Brecht e Beckett rappresentano forme di teatro d'avanguardia. 
Il primo fonda un'espressione scenica assai innovatrice anche dal punto di vista formale, legata nel contenuto ad obiettivi politici ed educativi (vi è la volontà di educare le masse in senso politico usando il teatro come strumento di propaganda e di riflessione sulla storia), il secondo scrive testi quasi rivoluzionari, se paragonati con il teatro tradizionale; le parole 'pronunciate' vengono sostituite da gesti, da simboli o, come nel brano antologizzato, dalla voce di un registratore. 
Nel Novecento, insomma, il teatro subisce modificazioni profonde, entra in crisi ogni concezione di tipo classico: ad esempio cade la distinzione tra commedia e tragedia, o, come in Beckett, viene a mancare un'azione scenica vera e propria.
Il testo teatrale, quando c'è (abbiamo visto che in certi casi gli attori possono anche improvvisare), è costituito da dialoghi e da didascalie. Ma non sempre la sola presenza del dialogo ci garantisce che ci troviamo di fronte ad un vero testo teatrale. Ho dato due esempi, (da immettere “Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere” e “Critone”), privi però di destinazione scenica: si tratta di dialoghi che, benché scritti in forma di discorso diretto, sono destinati alla lettura, non al palco. Sono due testi di carattere filosofico, l'uno dello scrittore italiano Leopardi, l'altro del filosofo greco Platone. Non è un caso che si tratti di dialoghi filosofici, perché il discorso diretto tra vari personaggi è una finzione letteraria che spesso è stata usata per rendere più piacevole la lettura di 'trattati' (cioè di testi teorici, filosofici e morali).
Non sempre, dunque, il dialogo è pensato per la scena. Perché ci sia un vero testo teatrale occorre che l'autore l'abbia concepito con quel fine specifico e l'abbia destinato a degli attori: alla realizzazione delle parole nell'atto della recitazione sono rivolte appunto le didascalie, le notazioni sull'espressione che deve avere un personaggio, sul suo tono di voce, sui suoi movimenti. Al regista sono rivolte le didascalie e le note sceniche. Il testo teatrale si realizza proprio nel momento in cui il lavoro di tutti costoro si somma, nell'irripetibilità della recitazione. Si realizza quindi come una complessa somma di azioni, in cui il pubblico acquista un ruolo primario, non foss'altro per il suo diritto di giudicare, di applaudire, di fischiare, cioè di entrare in rapporto diretto con gli attori e con il testo. Anche il pubblico, quindi, ha nel teatro un ruolo attivo, che è completamente perduto nelle forme mediate di rappresentazione, ad esempio nel cinema e nella televisione.







1 commento:

TheSweetColours ha detto...

più che interessante!