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venerdì 18 maggio 2012

OPERETTE MORALI - Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere - Giacomo Leopardi


     
DIALOGO DI UN VENDITORE D'ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE


GIACOMO LEOPARDI DALLE "OPERETTE MORALI"



In questa pagina propongo uno scritto di uno dei più grandi poeti dell'Ottocento italiano, Giacomo Leopardi (1798-1837), fa parte di un libro intitolato Operette morali, pubblicato definitivamente nel 1845. Nel brano dialogano due personaggi, un venditore di calendari (almanacchi) e un passeggere, cioè un occasionale passante. 
I calendari dell'anno nuovo venivano venduti per strada, con gli auspici di rito di buona fortuna per l'anno venturo. Questo fatto serve da pretesto a Leopardi per immaginare una conversazione che ha per oggetto il tema della speranza nella felicità, una delle costanti illusioni ottimistiche degli uomini, facilmente portati a credere che il futuro riserverà loro momenti migliori di quelli passati. Anche il venditore non ha dubbi: l'anno che viene sarà migliore di quelli precedenti; eppure non vi è nel passato un solo anno a cui egli possa fare riferimento come periodo certo di felicità. L'esperienza mostra che la felicità non è mai esistita, non vi è stata che l'illusoria perenne attesa di essa. Nessuno tornerebbe a vivere daccapo la propria vita, con tutti i suoi accadimenti, però ciascuno tornerebbe a vivere una nuova vita, senza sapere ciò che essa riserba, accettandone i rischi e le speranze. L'uomo, insomma, preferisce sperare piuttosto che usare la ragione: il bello della vita consiste proprio nell'illusione, nell'attesa (vana) della felicità.
Questi argomenti pessimistici, di alto contenuto (in quanto meditazioni sull'uomo e sulla sua natura), sono svolti nella forma letteraria del dialogo filosofico. I personaggi hanno due diverse funzioni: da una parte c'è il venditore, cioè l'individuo comune (L)  che ignora la reale sostanza delle cose; dall'altra il passeggere, cioè il filosofo (S), il quale, con severo uso della ragione, guida l'uomo comune nel ragionamento e lo porta alle conclusioni che ho esposto. L'illusione, comunque, non viene estirpata: nella parte finale del dialogo il passeggere rivolge ironiche parole di speranza al venditore (parole in cui non crede affatto), ed acquista l'almanacco più bello, quasi a farsi gioco della fiducia nel destino. 
Insomma, le illusioni non devono morire e non possono morire, perché di esse è fatta la vita; è necessario stare (almeno per finta) alle regole del gioco. È meglio continuare a credere che il tempo futuro possa essere (cosa incredibile) migliore del passato. Gli uomini sono, per necessità, molto ingenui.
La forma dialogata in cui è scritto il brano non tragga in inganno, perchè, nonostante le apparenze, infatti, non si tratta per null'affatto di un testo drammatico: ciò dimostra come non basta che un testo sia dialogato per diventare teatro. La sua presenza in questa sezione teatrale la giustifico con lo scopo di dare un esempio di ciò che sembra scritto per il teatro, ma in realtà teatro non è. Affinché un testo abbia davvero una destinazione scenica, infatti, è necessario che l'autore lo abbia pensato per la recitazione, abbia posto indicazioni atte alla rappresentazione, lo abbia insomma costruito per degli attori. Ma il dialogo tra personaggi può essere impiegato anche, come in questo caso, in opere non destinate alla recitazione, bensì alla lettura solitaria, personale e silenziosa. Questa forma è stata usata spesso in opere filosofiche, dove, anziché svolgere un argomento in forma di trattato, si ricorre al dialogo per evidenziare alcune tesi e per farle entrare in un contraddittorio simulato con altre, come in una discussione. 
Il dialogo filosofico (genere molto antico) ha il pregio di risultare più vivace della semplice argomentazione espositiva, avvalendosi di una contro-tesi (nel nostro caso, l'ottimismo del venditore di almanacchi); la quale, proprio perché risulta perdente, serve a far meglio emergere la verità di quanto l'autore vuole sostenere.


DIALOGO DI UN VENDITORE D'ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE

Venditore -  Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?

Passeggere - Almanacchi per l'anno nuovo?

Venditore - Si signore.

Passeggere -  Credete che sarà felice quest'anno nuovo?

Venditore - Oh illustrissimo si, certo.

Passeggere -  Come quest'anno passato?

Venditore - Più più assai.

Passeggere -  Come quello di là?

Venditore -  Più più, illustrissimo.


Passeggere -  Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?

Venditore -  Signor no, non mi piacerebbe.

Passeggere -  Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?

Venditore - Saranno vent'anni, illustrissimo.

Passeggere -  A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?

Venditore -  Io? non saprei.

Passeggere -  Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

Venditore -  No in verità, illustrissimo.

Passeggere -  E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Venditore -  Cotesto si sa.


Passeggere -  Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

Venditore -  Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Passeggere -  Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Venditore -  Cotesto non vorrei.


Passeggere -  Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?

Venditore -  Lo credo cotesto.

Passeggere -  Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?

Venditore -  Signor no davvero, non tornerei.

Passeggere - Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore -  Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti.

Passeggere -  Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?

Venditore -  Appunto.


Passeggere -  Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

Venditore -  Speriamo.

Passeggere -  Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.

Venditore -  Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.

Passeggere -  Ecco trenta soldi.

Venditore - Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.


* * *


"Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quello che non si conosce; non la vita passata, ma lo futuro". In queste parole che un passante, uomo meditativo e pensoso, rivolge all'umile venditore di almanacchi, è contenuto il tema di questo agilissimo dialogo, scritto nel 1832 e inserito nell'edizione definitiva delle Operette morali (1545). Nella sua apparente semplicità, esso si ricollega al nucleo centrale della filosofia leopardiana: la felicità può solo consistere nell'attesa di una gioia ignota nella quale l'uomo è per sua natura portato a sperare. I due interlocutori del dialogo appaiono quasi la personificazione di due atteggiamenti contrastanti nell'animo del poeta: da una parte è I'ironico e smaliziato punto di visto della ragione che smaschera ogni illusione, dall'altra il desiderio continuo di vivere più pienamente la vita.



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