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martedì 22 maggio 2012

CAIO GRACCO - Vincenzo Monti

Vincenzo Monti
  
IL TEATRO DI VINCENZO MONTO


PREMESSA


L'ambizione di Vincenzo Monti era troppa, perché non si provasse nel genere che più avvicina l'autore al pubblico: nel genere drammatico. 

A Roma, nel 1787, rappresentò lo “Aristodemo”, fortunatissimo; oggi non si dà che nei teatrini dei collegi. 
L'azione gioca sul rimorso del re di Messene, Aristodemo, che ha ucciso, per amore di regno, la figlia e che finalmente si uccide. I turbamenti, le ansie, i deliri del re ricordano quelli del Saul alfieriano. 

Il “Galeotto Manfredi” è una tragedia di gelosia, che si svolge in una corte del Quattrocento. Sa dello Iago shakespeariano la figura del cortigiano mettimale Zambrino. 

Più importante il “Caio Gracco”, finito di comporre a Parigi nel 1799, e inspirato agli stessi odi antidemagogici della “Mascheroniana”. 
Caio Gracco, il vero amante del popolo, è abbandonato dalla plebe, a cui si riesce a far credere che egli è suo nemico e sfruttatore. Ne nasce una strage, che Caio termina col suicidio, per non macchiarsi anche lui di sangue civile. Il dramma è grandioso. Le parlate di Gracco al popolo sono calde di eloquenza. 

Si può ricordare anche il “Teseo”, azione drammatica rappresentata alla Scala il 1804. 
Atene e Trezene sono in preda ai delitti ed al disordine, assente Teseo. Teseo ritorna, e ridà la libertà e la pace: manifesta allusione a Napoleone e alla istituzione del regno italico contro i disordini della repubblica cisalpina. Parimente allusivo a Napoleone salvatore d'Italia è il melodramma rappresentato a Napoli, con musica del Paisiello, “I Pitagorici”.



CAIO GRACCO

Tragedia in versi in cinque atti di Vincenzo Monti. Composta nel 1799, venne pubblicata a Milano nel 1802 e rappresentata al Teatro Patriottico di Milano il 21 ottobre 1822.


ATTO I

È il 121 a.C. e Caio Gracco rientra a Roma da Cartagine, avvertito del tentativo di restaurazione da parte del partito aristocratico, guidato da Lucio Opimio. A facilitare tale sovvertimento è la corruzione della parte popolare da parte degli avversari. A frenare l'impeto di Gracco è la parentela con Scipione Emiliano, marito di sua sorella Sempronia e leader della fazione aristocratica. Sua madre Cornelia e la moglie Licinia invitano inoltre Gracco a rispettare il cognato come garanzia da eventuali rappresaglie. Cornelia difende con veemenza la propria posizione contro Marco Fulvio Flacco e rivela a Gracco, ignaro, che Fulvio è innamorato di Sempronia; Cornelia disprezza Fulvio, fazioso seminatore di discordia, che non ha a cuore i superiori interessi di Roma.


ATTO II

Lucio Opimio sta per cancellare i privilegi della plebe, vendicandosi di Gracco per avergli impedito di assurgere alla carica consolare. Opimio accusa Gracco di essersi schierato con coloro che disonorano la società romana, tradendo il suo nobile sangue. Il confronto tra Opimio e Gracco è rimandato a una sede pubblica, quando si annuncia la morte di Scipione Emiliano; Fulvio rivendica orgogliosamente l'assassinio, non senza il concorso di Sempronia. Gracco è sconvolto e intende vendicarsi.


ATTO III

Gracco non può sfogare la propria rabbia contro la sorella, perché, nonostante il delitto, è protetta dalla madre; affronta pertanto i nemici politici, anche a costo della vita, pur di riscattare l'infamia scesa sulla famiglia. A sostenerlo in tale azione è la fiera Cornelia, mentre Licinia vanamente lo trattiene. Davanti al popolo riunito in comizio Opimio proclama lo stato di emergenza, dopo la morte di Scipione Emiliano: accusa Gracco di tramare per sovvertire le istituzioni repubblicane; Gracco - secondo lui - è colpevole di aspirare alla tirannia e di indebolire lo Stato nei confronti dei nemici esterni. Gracco arringa la folla ricordandole le conquiste sociali raggiunte grazie a lui. Le parole di Gracco accendono gli animi al punto che la folla invoca la morte di Opimio; Fulvio ne approfitta per uccidere il capo dei littori Antilio e minacciare Opimio, salvato dall'invito di Gracco stesso alla moderazione. Opimio, umiliato dalla clemenza del suo peggior nemico, vuole vendicarsi.


ATTO IV

Opimio circonda il Foro di armati a lui fedeli e porta davanti al popolo la salma di Scipione Emiliano, dimostrando che è stato assassinato; l'accusa ricade su Sempronia e Fulvio, come esecutori materiali, e Gracco come mandante. Gracco, pur consapevole di avviarsi al sacrificio, affronta il pericolo, ignorando quanto gli suggeriscono Cornelia, che lo incita allo scontro armato, e Licinia, che lo invita a ritirarsi dalla vita politica. Sull'Aventino il tribuno incita la folla contro i patrizi; si scatena lo scontro armato, in cui cadono Fulvio e Lentulo, capo dei senatori. Opimio rompe gli indugi e chiede la testa di Gracco ai senatori, pronti a sfoderare le armi.


ATTO V

Mentre infuria lo scontro, Cornelia e Licinia raggiungono Gracco, mentre Opimio e i suoi fanno strage. Per non dare a Opimio la soddisfazione di vedere suo figlio ucciso dal nemico, Cornelia porge a Gracco un pugnale, con cui si suicida; Licinia, stremata, cade tramortita.
   

3 commenti:

TheSweetColours ha detto...

Interessante

Marianna S. ha detto...

dopo un giro nel tuo sapere posso anche chiudere e andarmene a dormire, 'notte Loris...

zloris ha detto...

(¯`☆´¯) Buona notte Marianna (¯`☆´¯)