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mercoledì 16 maggio 2012

L'ULTIMO BUSCADERO (Junior Bonner) - Sam Peckinpah



L'ULTIMO BUSCADERO

Titolo originale - Junior Bonner
Regia - Sam Peckinpah
Soggetto - Jeb Rosebrook, Sam Peckinpah
Sceneggiatura - Jeb Rosebrook, Sam Peckinpah
Genere - Western
Produttore - Joe Wizan per Booth Gardner-Solar Productions - ABC Pictures
Fotografia - Lucien Ballard
Montaggio - Robert Wolfe, Frank Santillo
Musiche - Jerry Fielding
Scenografia - Edward S. Haworth, Angelo Graham
Costumi - Eddie Armand
Paese - USA
Anno - 1972
Durata - 103 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro




Interpreti e personaggi

Steve McQueen: Junior Bonner
Robert Preston: Ace Bonner
Ida Lupino: Elvira Bonner
Joe Don Baker: Curly Bonner
Barbara Leigh: Charmagne
Mary Murphy: Ruth Bonner
Ben Johnson: Buck Roan


PREMESSA

L'ultimo buascadero è un western, ma un western particolarissimo, contemporaneo. Protagonista del film è Steve McQueen e ad Hollywood si maligna che tra lui e il regista - entrambi "fuorilegge" del cinema -  ci saranno tanti attriti da mettere in serio pericolo la realizzazione. Invece tra i due nasce una consistente simpatia, ed il film viene girato in quaranta giorni precisi a Prescott in Arizona. Peckinpah ne è soddisfattissimo (di McQueen  del film) e dichiarerà in seguito che si tratta del suo lavoro preferito in senso assoluto.
 Per un westerner non c'è nulla di piú scontato del tema del rodeo. Eppure non c'è film piú intenso di questo, dedicato ad un campione di rodeo. La possibilità - tra le piú prestigiose consentite ad un autore di cinema - di rigenerare gli archetipi della propria formazione in illuminazione espressiva, torna ad essere solida caratteristica peckinpahiana, come ai tempi di “Sfida nell'Alta Sierra”.
   


     
TRAMA

Junior Bonner è un campione di rodeo. La sua storia si svolge ai tempi d'oggi: scapolo, non più giovanissimo, ma ancora abbastanza in gamba, junior viaggia da una città all'altra, partecipando a tutti i rodei organizzati nei vari Stati per concorrere alle prove che garantiscono un premio in denaro. Non è piú fortissimo come un tempo: durante i titoli di testa lo vediamo farsi ferire dalla cornata di un toro che stava montando e poi, sempre da solo, curarsi e ripartire. Ha una vecchia automobile con un piccolo furgone-rimorchio nel quale trasporta il suo cavallo “da gara”. 
Il prossimo rodeo è in programma proprio nella sua città natale. Prima di arrivarci (si tratta di Prescott in Arizona), Junior assiste alla demolizione del vecchio ranch dove è nato, che il bizzarro padre Ace Bonner è stato costretto a cedere ad un altro figlio; e quando arriva a casa, tocca con mano i contrasti insanabili che minano la sua famiglia. Il vecchio Ace, ex campione di rodeo anche lui, si è separato dalla moglie ed ha dilapidato tutti i suoi soldi in una folle ricerca d'oro nelle montagne. 
Nuovo proprietario dell'appezzamento spianato dai bulldoxers e di metà regione è appunto Curly, fratello minore di Junior, un arrivista senza scrupoli, avido di guadagno e ossessionato dalle imprese speculative. Egli è in piena azione per lottizzare la zona ed affittarla alle roulottes dei ricchi pensionati. Junior si scontra violentemente col fratello, poi provoca una gigantesca rissa m un bar per aver corteggiato una bellissima straniera venuta in città per il rodeo. Ed ecco cominciare il famoso rodeo di Prescott, preceduto da una grottesca sfilata pubblicitaria. 
Junior si prende la rivincita sul terribile toro Sunshine, restandogli in groppa per tutti gli otto secondi stabiliti: vince un grosso premio in denaro e lo regala al padre, che vuole andare alla ricerca dell'oro nientemeno che in Australia. Entrambi partono: il giovane - senza una lira - riprende il suo precario 'mestiere' ed il vecchio tenta un'ultima utopica evasione.
  


    
COMMENTO

La storia del West è terminata da un pezzo, ma negli Stati del deserto (Arizona, Nuovo Messico, Nevada) vivono ancora uomini cresciuti in quel passato, e da quel passato segnati. In un paesaggio immutato, protetto per tanti anni dalla sua immensità, un uomo come Ace Bonner, ormai sessantenne, può conservarsi irrequieto e baldanzoso nonostante i continui fallimenti materiali. In rapporto a questo personaggio-faro, che sogna ancora l'avventura e il filone d'oro mentre il mondo si fa sempre piú palesemente prosaico, si caratterizzano i due fratelli Bonner, con tutto il bagaglio delle loro ragioni e delle loro fedi. Il nodo del film - abbastanza breve e privo di vera e propria azione - è tutto qui: nel legame usurato ma indistruttibile che collega la concezione del mondo del padre Ace e del figlio junior e nella barriera insormontabile che separa le due ideologie da quella del figlio-fratello Curly.
E' indiscutibile che lo straordinario Steve MeQueen-Junior Bonner incarni la figura piú tipica dell'universo peckinpahiano; sino a far pensare ad un vero e proprio processo di identificazione. Egli perfeziona la malattia del padre, l'utopismo monomaniaco e inconcludente, in un'attività che moltiplica i viaggi ed offre la possibilità di successi senza futuro: sballottato da una città all'altra, junior vede trascorrere la sua giovinezza ma non ha tempo di fermarsi a pensare. Per vivere bisogna lottare nell'arena, contro tori imbestialiti e cavalli selvaggi: se si vince ci sono i soldi, altrimenti le ferite bisogna curarsele da sé. Un uomo dell'età di Junior ha la testa piena di ricordi e sente il rimpianto doloroso dell'infanzia perduta, della famiglia ancora unita: ma un enorme bulldozer giallo stritola sotto i suoi occhi la casa natale e con essa l'idea stessa della giovinezza (la foto del primo rodeo di Bonner jr.). Il ralenti fa ancora paura, come se invece della demolizione di fatiscenti baracche sottolineasse la morte di un uomo; ed ai posti di comando delle ruspe gli operai, il volto coperto da una futuribile celata, hanno la fredda crudeltà dei killer d'antan.
 L'America si autodivora. Junior non si ribella ma non accetterà mai questo dato di fatto: “Il suo problema è il ventesimo secolo”. I gesti tranquilli e semplici di Junior Bonner dispiegano la malinconica contro-leggenda di Peckinpah; il figlio dell'Ovest è divenuto simbolo di uomo antico, il suo mestiere errabondo assume sempre piú caratteristiche da circo, il rapporto con la società industriale non può che avvelenare la libertà di vivere e di agire: senza laceranti rotture, ma così, quasi volontariamente, il vecchio vitalismo individualista perde ogni possibile edonismo. 
Il ritorno a casa di Junior mette in moto le correnti che attraversano la sua famiglia, squassandola inguaribilmente. Mamma Bonner è umiliata quotidianamente dal figlio Curly e dalla nuora, ma non può ribellarsi alla legge del denaro. Ha perso l'appoggio di Ace che, per inseguire imprese strampalate, risse e gonnelle, si è allontanato dall'insopportabile buon senso di Curly, non prima d'avergli venduto a pochi soldi ogni possedimento terriero. Ama molto il marito ed il figlio maggiore, ma non compirà neppure un gesto per impedirne la nuova partenza, non urlerà la sua pena, non piangerà: questa accettazione dei fatti è dovuta piú che a un severo autocontrollo, alla predisposizione alla sconfitta che ha in comune con i suoi due uomini.
 Autocontrollo, a modo suo, è quello di Curly che con un'approssimazione non lontana dalla verità dice al fratello maggiore: “Non sei altro che un cowboy da motel che cerca di affermare continuamente la propria virilità... Io sono arrivato al primo milione di dollari mentre tu ti arrabatti penosamente con otto secondi”. 
Ed è significativo che Junior si accapigli col fratello e poi scateni una rissa gigante in un bar, corteggiando l'amica di un grande campione: di fronte ad un'accusa che brucia, l'uomo non ha trovato di meglio che sfogarsi con la reazione obsoleta del westerner, il tradizionale combattimento a pugni nudi, dando così indirettamente ragione alle aggressive deduzioni del fratello.
Il West è un capitale monetizzabile, il turismo di massa è alle porte; il vero cercatore d'oro è proprio Curly, che sa adeguarsi senza sforzo al nuovo pionierismo della speculazione: la sua aridità è in pratica realistica lungimiranza. Junior deve supplicare Buck Roan, il piú grande e potente allevatore del posto, perché gli sia ridata la chance di montare il toro Sunshine; questa bestia furiosa, il cui occhio rovente ed inasprito la macchina da presa non manca di dettagliare, ha già disarcionato 29 cowboys ed assume per l'uomo una dimensione alla Moby Dick: restare in groppa al mostro per piú di otto secondi consecutivi, significherebbe vincere un grosso premio ma soprattutto vendicare uno scacco precedente. La forza di volontà di Junior, soffocata nelle strettoie della necessità, ha ancora bisogno di esasperare e mettere alla prova la propria consistenza. Con una tessitura pastosa, onirica, esaltata dai particolari minimi, il film arriva ad un'espansione diegetica quando cominciano i giorni del rodeo.
Il rodeo era anticamente una gara alla buona tra cowboys di ranches confinanti, ma ora è solo spettacolo, volgare e bolso show per attirare la valuta dei turisti: la parata che lo precede sembra una sistematica parodia delle leggende del West. 
La macchina da presa ne illustra tutta la scadente liturgia, indulgendo ad osservazioni dirette-documentarie sul pubblico dei tifosi che si affollano ai due lati, scatenati in un artificioso entusiasmo. Durante il corteo Ace e junior fuggono con una pazza cavalcata da quell'atmosfera fieristica e si ritrovano in una stazioncina deserta: padre e figlio si confessano i propri fallimenti e quando junior comunica ad Ace che non ha neppure un soldo da parte, il vecchio gli fa volare il cappello con un gesto incontenibile di stizza. Ma subito il circuito della solidarietà tra sopravvissuti ricompone l'armonia, Ace raccoglie il cappello e lo restituisce al figlio. Con questa sobria sequenza, Peckinpah cerca di valorizzare il romanticismo anacronistico che estrania padre e figlio dalla nuova barbarie della civiltà; ma lo stile è tanto pudico da non soffocare lo spettatore con una lagnosa apologia del déraciné. Il senso umorale della libertà che affligge i due personaggi, non marca una polemica da “laudator temporis acti” qualsiasi: senza una predica, senza una prolissità retorica, il regista ha sintetizzato nella loro amara nevrosi il fascino incoercibile del tempo perduto presente in tutti i suoi eroi barcollanti; ma la certezza commovente dell'impossibilità di retorici ritorni al passato esclude il pericolo di una corriva nostalgia.
Iniziano le prove del rodeo e junior si piazza bene in tutte le gare, pur senza mai vincere: gli attimi piú emozionanti del grande gioco si stagliano in ralenti e la fotografia, ancora una volta di Ballard, si libera dai cerchi incantati dei suoi colori pastello per spezzarsi piú volte in lampi di bianco e nero. Quando arriva il momento del Bull Riding ossia della battaglia con Sunshine, Junior riesce a concentrarsi, ad esprimere il meglio di sé, a vincere tra gli applausi della folla. È quasi logico che la bella turista venuta da Phoenix, per la quale ha scatenato una rissa, flirti adesso con lui, con il favore sospetto che si concede alle celebrità. 
Però il momento magico di junior dura davvero pochissimo. I dollari del premio servono ad acquistare un biglietto aereo: è così che Ace (fuggito dall'ospedale dove era ricoverato per alcoolismo ) ed il suo cane bastardo si troveranno pagato il viaggio di andata per l'Australia, crepuscolare surrogato delle epiche spedizioni verso il West.
 Dopo aver comprato il costoso sogno paterno ed essere rimasto di nuovo al verde, Junior non ha nient'altro da fare che salutare l'amica occasionale all'aeroporto. Deve andarsene alla ricerca di un nuovo rodeo, e senza melodrammi abbandona la città: la madre, che sa comprendere, finge di dormire quando egli parte, sempre piú destinato ad esistere piuttosto che a vivere. Le sue elementari ambizioni sono rovinose, quelle di Curly saranno le funzioni cardinali del futuro. Il suo calore umano, la sua bontà - c'è da giurarlo - perderanno sempre l'appuntamento con la felicità ed i suoi successi sportivi saranno progressivamente dimenticati, come è avvenuto per i trionfi di Ace Bonner nei famosi rodei di Calgary, New York, Cheyenne. Del resto, al padre che gli domandava rabbiosamente: “Se questo mondo è tutto per i vincitori, che cosa resta ai perdenti?”, Junior aveva già rivelato la sua abissale rassegnazione: “Qualcuno deve pur tenere fermi i cavalli”.
All'inizio ho citato "Sfida nell'Alta Sierra" ed è proprio questo film che si collega al pessimismo accorato de "L'ultimo buscadero": la coppia coppia dell'annebbiamento fisico e della pulizia morale è stata sostituita da un binomio padre-figlio in cui queste caratteristiche si bilanciano ancora fluidamente. Però, la resistenza solidale di una generazione invecchiata contro la propria assimilazione al presente si è prosciugata per la catastrofe di ciascun mondo interiore e Peckinpah ha spostato il centro focale della sua osservazione esclusivamente sull'uomo in lotta come individuo. Lo sciame variopinto dell'umanità presentava ancora qualche settore interessante, magari curioso o primitivo, mentre ormai, ne "L'ultimo buscadero", Junior ed il padre vagano in mezzo alla meschinità universale  senza nessuna possibilità di contattai. l'esperienza drammatica della violenza sembra a prima vista bandita da "l'ultimo buscadero", ma in realtà è tutta concentrata nel microcosmo familiare dei bonner. se non è più lìesplosione incontenibile degli istinti aggressivi, è la sistematica degradazione dei legami d'affetto in nome dell'efficienza.
Nel tratteggiare il gruppo di famiglia, Peckinpah riscopre la remota esperienza teatrale e delinea le difficili relazioni personali con un notevole estro psicologistico. Grazie all'abilità del cast, questa subdola violenza (che sottintende certi echi alla O'Neill ) riesce a permeare di sottile struggimento sia gli odi che gli amori. Il cinismo di Curly è piú distruttivo della ruspa, l'insofferenza di junior piú irrefrenabile di un mustang.
Realizzando questo film il regista ha inteso distendere ancora il ritmo levigato de La ballata di Cable Hogue: le sfumature interiorizzanti si sviluppano a poco a poco per la sollecitazione psicologica delle cose stesse e le scansioni drammatiche perfezionano la rifinitura stilistica, come è riuscito - con toni diversi - al miglior Huston, altro risentito bardo dei perdenti americani. Lasciando libero lo sguardo celeste di McQueen da queruli ammiccamenti, Peckinpah ha ottenuto una recitazione tesa a precisare e a valorizzare l'agonismo caparbio con cui un uomo brucia la propria
residua innocenza. Raggiunta la piena maturità espressiva, il regista ha trovato la chiave per assorbire - amputando molti graffiti letterari - l'urgenza egolatra nel rigore lirico. E' per questo che ci restano indimenticabili brani, come il dialogo d'addio tra i due anziani Bonner marito e moglie e la partenza di Junior da Prescott, accesa nel nitore di un tramonto. 
Le scene di massa sono referenze informative ed i personaggi che ci interessano partecipano intensamente senza bisogno di articolare molti dialoghi. Il gusto del regista sa rendere il senso d'inutilità della vita e delle azioni preclare, avversando tutti i vantaggi morali delle maggioranze, nel segno della beffarda consapevolezza che tutto sarà stritolato dalla nostra stupidità. È la scelta coerente di voler parteggiare per gli eroi della frustrazione: la scena del rodeo, col suo montaggio vorticoso di uomini e bestie che lottano affannosamente, è punteggiata dallo straziante segnale acustico che decreta la sconfitta o la vittoria dei concorrenti. 
Questi segnali-metafora amplificano e moltiplicano le aporie di Peckinpah: e la denuncia delle scadenze obbligate che incatenano la vita degli uomini, diventa il registro di desolata lucidità che dilaga su tutto lo spazio disponibile delle immagini.
  
Steve McQueen
   

2 commenti:

Soffio ha detto...

un tuffo di gioventù!!!

TheSweetColours ha detto...

Interessante