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venerdì 27 luglio 2012

PRÉT-À-PORTER - Robert Altman (Trama, commento e video con Sophia Loren e Marcello Mastroianni)

PRÉT-À-PORTER
Titolo originale - Prêt-à-Porter
Paese - USA
Anno - 1994
Durata - 133 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro
Genere - Commedia
Regia - Robert Altman
Soggetto - Robert Altman, Barbara Shulgasser
Sceneggiatura - Robert Altman, Barbara Shulgasser
Fotografia - Jean Lépine, Pierre Mignot
Montaggio - Geraldine Peroni, Suzy Elmiger
Musiche - Michel Legrand
Scenografia - Stephen Altman, William Abello, Françoise Dupertuis




   
Interpreti e personaggi

Marcello Mastroianni: Sergei/Sergio
Sophia Loren: Isabella de la Fontaine
Anouk Aimée: Simone Lowenthal
Julia Roberts: Anne Eisenhower
Tim Robbins: Joe Flynn
Lauren Bacall: Slim Chrysler
Chiara Mastroianni: Sophie Choiset
Kim Basinger: Kitty Potter
Stephen Rea: Milo O'Brannigan
Lili Taylor: Fiona Ulrich
Rupert Everett: Jack Lowenthal
Sally Kellerman: Sissy Wanamaker
Jean Rochefort: Inspector Tantpis
Rossy de Palma: Pilar
Tracey Ullman: Nina Scant
Jean-Pierre Cassel: Olivier de la Fontaine
Tara Leon: Kiki Simpson
Georgianna Robertson: Dane Simpson
Ute Lemper: Albertine
Forest Whitaker: Cy Bianco
Tom Novembre: Reggie
Richard E. Grant: Cort Romney
Anne Canovas: Violetta Romney
Lyle Lovett: Clint Lammeraux
Linda Hunt: Regina Krumm
Teri Garr: Louise Hamilton
Danny Aiello: Major Hamilton

Doppiatori italiani

Aurora Cancian : Simone Lowenthal
Laura Boccanera : Anne Eisenhower
Massimo Rossi : Joe Flynn
Rita Savagnone : Slim Chrysler
Roberta Greganti : Kitty Porter
Tonino Accolla : Milo O'Brannigan
Silvia Pepitoni : Fiona Ulrich
Francesco Prando : Jack Lowenthal
Ada Maria Serra Zanetti : Sissy Wanamaker
Ennio Coltorti : Inspector Tantpis
Susanna Javicoli : Pilar

Premi

National Board of Review Awards 1994: miglior cast
   
  
          
TRAMA

Parigi. Settimana del prét-à-porter. Si comincia con la sfilata dei cani, mentre a Mosca il sarto Sergio si accinge a partire. Il presidente della Camera della moda si strozza con un panino e la polizia sospetta un omicidio. Mentre le indagini si avviano, Sergio arriva in città e saccheggia le valige e gli armadi di chi gli capita a tiro per rifarsi il look e avvicinare Isabella, la vedova, sua ex moglie tempo fa a Napoli. Le redattrici delle maggiori riviste di moda tentano di sedurre il grande fotografo O'Brannagan, il quale le svergogna fotografandole all'improviso in posizioni equivoche. La stilista Simone Lo viene privata del potere dal figlio Jack, che vende a sua insaputa la ditta a un costruttore texano di stivali. Due importanti stilisti, Cy Bianco e Cort Romney, si amano dietro le quinte delle sfilate. Anche la moglie di Romney e Reggie, l'assistente amante di Cy, intrecciano una relazione segreta: le due coppie si smaschereranno reciprocamente per caso. La giornalista televisiva Kitty Potter impazza tra le quinte, una leggendaria ex redattrice di “Vogue” confessa di essere daltonica, una fotoreporter del New York Times rivela di essere lesbica, un commerciante americano si traveste da donna e, con la moglie, si mette a frequentare i locali gay. Due giornalisti americani si trovano a dividere la stessa stanza d'albergo e passano i giorni a letto, dettando al telefono alle rispettive redazioni le notizie della televisione. Sergio, infine, trova Isabella e se la porta in camera: lei inizia uno spogliarello mentre lui, stanchissimo, si addormenta. Infine, Simone Lo, per una sorta di reazione d'orgoglio alla notizia della cessione dell'azienda, organizza l'ennesima sfilata dove le modelle passano tutte nude, compresa Albertine, incinta all'ottavo mese.
    
Sophia Loren nella parte di Isabella de la Fontaine


   
COMMENTO

Sin dal 1984, Altman pensava ad un film sul mondo dell'alta moda: dopo aver assistito a una sfilata parigina, in compagnia della moglie, esclama sbalordito: 
“È fantastico. È come il circo!”. Da tale ispirazione circense l'ovvia ispirazione cinematografica.
Le riprese a Parigi si sono svolte nell'arco di dieci settimane e hanno incluso le vere collezioni del prét-à-porter marzo 1994. 
Gli attori si sono confusi tra le vere personalità della moda e hanno mantenuto il tono del personaggio anche se non inquadrati. Il culmine dell'aneddotica riguarda una grande festa organizzata da Paola Bulgari, con circa 250 invitati dove, all'entrata, a ciascun ospite veniva consegnata una lista con i nomi degli attori e i rispettivi ruoli, chiedendo di rivolgersi a loro usando il nome di scena o, in caso di cattiva memoria, di chiamarli semplicemente "tesoro". Anthony Lane, del New Yorker, conclude che il film “non va in nessun posto”. Con la consueta eccezione della Francia, anche in Europa le recensioni non vanno molto al di là del giudizio di stima. Il lancio pubblicitario è comunque imponente, perché dapprima si fa leva sulle indiscrezioni dell'ambiente messo sul chi vive, pare, da John Fairchild, direttore della potentissima rivista “Wwd”, il quale avrebbe persuaso Valentino, Saint Laurent e Lagerfeld a rifiutare la collaborazione con Altman. In seguito si fa leva sui manifesti e le locandine, che ritraggono le modelle nude e vanno incontro a qualche, inaudita, preoccupazione censoria. Insomma l'operazione c'è tutta, compresa l'immediata pubblicazione della sceneggiatura, corredata di una grafica sbarazzina e di lunghe interviste a Altman e Ferrè (in Italia, per i tipi di Bompiani).
Il rimprovero maggiore che si muove ad Altman è quello di non graffiare, non affondare i colpi. Con facile gioco di parole, si potrebbe rispondere che Altman, piuttosto che graffiare, abbia inteso, coerentemente, griffare. Il marchio Altman è talmente forte che i primi titoli di testa, sul sorrendente sfondo della Piazza Rossa a Mosca, sono in caratteri cirillici. 
Il messaggio è così subito chiaro: il film fa di ogni erba un marchio. 
Un capo di abbigliamento esiste e imprime la sua presenza nel mercato solo in virtù della firma. Così Altman, che "firmà' la pellicola, il vestito del film, in lucidi caratteri cirillici, esplicita subito il gioco: questo è un lavoro sui nomi. L'unico dato ulteriore è che adesso una simile problematica non fa più problema: l'identità continua ad essere vuota se la si intende come qualcosa che dovrebbe essere "pieno". Ma i media ormai, secondo Altman, hanno appiattito l'identità su un'unica dimensione (Marcuse?), quella della "firma", del marchio, della sigla, della griffe. La firma è talmente forte che, pur siglata in cirillico, marchia comunque la qualità del prodotto.
Il film aderisce, così, completamente al suo oggetto. Come un abito si lancia sul mercato nel segno della griffe, così Prét-à porter si catapulta tra il pubblico nel nome di Altman.
La moda, così, fa testo perché rappresenta esattamente il punto in cui il comportamento umano e la sua rappresentazione coincidono all'istante. Non c'è alcun interesse, nel film, per l'ispirazione creativa dello stilista: tutto è già confezionato e sfila via flessuoso in passerella.
Da qui, un profondo senso di malinconia, inesistente negli ultimi film, per il cinema di una volta, ancora ispiratore di immaginario: la vera cifra di Prét-a-porter è quella della fiaba, della commedia surreale come si faceva una volta.
Tale, profondissimo, senso di malinconia è ciò che consente ancora ad Altman di agire da romanziere, dall'interno di ciò che intende rappresentare: la sua cinepresa si trova al centro del prét-à-porter e da lì filma all'intorno. Da lì, poi, concede benevola udienza ai personaggi che bussano, e stavolta si persuade ad accoglierli tutti, anche quelli, come la coppia di Danny Aiello e Teri Garr, che nulla di romanzesco hanno da offrire. Li accoglie nel nome dell'apparizione, nel desiderio, persino struggente, che solo farli apparire, quasi per magia, magari per un minuto o due, significhi davvero cibo fresco per la fantasia.
  


    
La sfilata conclusiva di modelle nude rappresenta, al millimetro, il personaggio ormai retrodatato ad apparizione. Il corpo nudo, senza erotismo alcuno, è il fantasma di un cinema che non c'è più: la capacità del cinema di un tempo di eccitare ad una semplice occhiata che ora si fa spettrale passerella di vestiti di carne, "tessuti" nel doppio senso della parola.
Anche la citazione da “Ieri, oggi e domani”, con lo strip di Sophia di fronte a Mastroianni che ulula, é tutta nel segno della malinconia, per quel corpo che, mitico, adesso concilia soltanto il sonno.
E forse proprio questa malinconia, ancora nel segno, stavolta nostalgico, della riscrittura, ha davvero adirato gli addetti ai lavori: ridotti tutti alla superficie delle rispettive griffe e negati nella loro capacità di vestire i corpi e i sogni.
Il celebre assunto si riscrive, così, e si rovescia: sopra il vestito, niente. Perché è proprio quella firma, che campeggia sopra la superficie dell'abito, a nominare il nulla di cui si nutre. Altman, come sempre, si chiama dentro e non sfugge all'appello: l'immaginario si è esaurito, il cinema può rievocarlo e il regista accetta di mettere la firma alla farsa che è talmente "universale" da catturare innanzitutto la malinconia e il rimpianto. La moda non si esaurisce e va avanti nella coincidenza di immagine e cosa, corpo e anima, vestito e spogliato.
Ed è, naturalmente, una simile coincidenza ad esaurire l'immaginario, che si nutriva, invece, della distanza tra l'immagine e il suo contenuto, la figura e la cosa, la superficie e il volume, il corpo e il desiderio. Tale distanza chiedeva di essere colmata, di essere, appunto, "immaginata". Ma ormai non c'è più nulla da immaginare e la moda ne è il fastoso emblema. Anche il cinema, entrato in una fase ulteriore della sua storia, non immagina e non fa immaginare: può, nei casi migliori, proporsi, pirandellianamente, come l'arsenale delle apparizioni per le favole e gli eroi di un tempo. Se tutti, nel film, fanno un'apparizione, da vere star di una volta, nessuno alimenta più le riserve dell'immaginario. E il regista, se vuole l'etichetta di "auteur', dovrà vestire, dati i tempi, i panni dello stilista: ossia, forse davvero il sogno di ogni "indipendente", concentrare tutto sulla "firma". Lo "stile Altman" sarà il prezzo da pagare per non cadere nell'astuzia della ragione secondo cui l'autore è quello, al di sopra delle immagini, che deve e intende innanzitutto "rinnovarsi". Lo stile è invece perseguito con la caparbietà della maniera perché non ci siano alibi per nessuno, perché lo specchio sia davvero la stessa cosa dell'oggetto riflesso, l'apparizione divistica la fine di qualsiasi "sogno" sull'immagine della star, il racconto la piccola fotografia di un qualunque "intrigo". Il regista, per essere ancora un "autore", deve invece restare tutto "dentro" la maniera, né sapida né graffiante, ma nel segno della malinconia e dei fantasmi in grado di evocarne il senso. Così potrà sentirsi, ancora, un "romanziere", nell'identificazione assoluta con la sua "Madame Bovary", con la sua creatura ormai ridotta a nome, a sigla, a etichetta. Questa è l'unica sorpresa del cinema, di cui, clamorosamente non vi era traccia in “America oggi”, film ancora "forte". E forse, a posteriori, "debolissimo".
Solo Blake Edwards, di quei tempi, con “Benigni figlio della Pantera Rosa”, ha saputo catturare una simile malinconia, e anche lì era tutta questione di nomi, di marchi, è di tanta, tantissima "maniera".
Come Edwards, Robert Altman, a 70 anni, si è così permesso una lacrima da bimbo. Con un atteggiamento romantico da far paura.
   
Marcello Mastroianni: Sergei/Sergio
Sophia Loren: Isabella de la Fontaine



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1 commento:

TheSweetColours ha detto...

Non lo conoscevo