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lunedì 31 dicembre 2012

AMARCORD - Federico Fellini


     
AMARCORD
Regia - Federico Fellini
Soggetto - Federico Fellini, Tonino Guerra
Sceneggiatura - Federico Fellini, Tonino Guerra
Produttore - Franco Cristaldi
Fotografia - Giuseppe Rotunno
Montaggio - Ruggero Mastroianni
Effetti speciali - Adriano Pischiutta
Musiche - Nino Rota
Scenografia - Danilo Donati
Costumi - Danilo Donati
Genere - Drammatico, commedia, fantastico
Lingua originale - Italiano, romagnolo
Paese di produzione - Italia
Anno - 1973
Durata - 127 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro


Interpreti e personaggi

Bruno Zanin: Titta
Armando Brancia: Aurelio, il padre di Titta
Pupella Maggio: Miranda, la madre di Titta
Giuseppe Ianigro: Il nonno di Titta
Nando Orfei: Il Pataca, lo zio di Titta
Ciccio Ingrassia: Teo, lo zio matto
Stefano Proietti: Oliva, il fratello di Titta
Magali Noël (con il nome Magali' Noel): Ninola "La Gradisca"
Donatella Gambini: Aldina Cordini
Gianfranco Marrocco: Il figlio del conte
Antonino Faà di Bruno: Il conte di Lovignano
Fernando De Felice: Cicco
Bruno Lenzi: Gigliozzi
Bruno Scagnetti: Ovo
Alvaro Vitali: Naso
Francesco Vona: Candela
Aristide Caporale: Giudizio
Luigi Rossi: L'avvocato
Gennaro Ombra: Biscein
Domenico Pertica: Il cieco di Cantarel
Ferruccio Brembilla: Il leader fascista
Marcella Di Folco (con il nome Marcello Di Falco): Il Principe
Antonio Spaccatini: Il federale
Maria Antonietta Beluzzi: La tabaccaia
Josiane Tanzilli: La Volpina
Gianfilippo Carcano: Don Balosa
Mauro Misul: Il professore di filosofia
Armando Villella: Fighetta, il professore di greco

Doppiatori italiani

Piero Tiberi: Titta Biondi
Corrado Gaipa: Aurelio, il padre di Titta; Oste
Ave Ninchi: Miranda, la madre di Titta
Fausto Tommei: Il nonno di Titta
Paolo Carlini: Il Pataca, lo zio di Titta
Paola Dapino: Gina, la cameriera
Enzo Robutti: Teo, lo zio matto
Adriana Asti: La Gradisca; La Volpina
Donatella Gambini: Aldina Cordini
Antonino Faà di Bruno: Il conte di Lovignano
Alvaro Vitali: Naso
Oreste Lionello: Giudizio; Il federale; Fighetta, il professore di greco; Muratore poeta
Luigi Rossi: L'avvocato
Solvejg D'Assunta: La tabaccaia
Enzo Robutti: Il cieco di Cantarel
Renato Cortesi: Fascista pelato dal barbiere; Uomo in strada; Ragazzo con le occhiaie; Il fascista dell'olio di ricino
Isa Bellini: Professoressa di matematica
Carlo Baccarini: Il fotografo; Il barbiere; Uomo che corteggia Gradisca; Operaio al cantiere; Uomo con paglietta
Gigi Reder: Prof. di scienze; Fascista sulla sedia a rotelle
Fides Stagni: Prof.ssa di storia dell'arte
Pietro Biondi: Il carabiniere Matteo, marito di Gradisca; Padrone del caffè commercio
Roberto Bertea: Madonna, il vetturino
Marcello Tusco: Il proprietario del Fulgor
Mario Feliciani: Zeus, il preside
Mario Maranzana: Un cliente del barbiere; Fascista che urla nel buio
Silvio Spaccesi: il vecchio preso in giro
Enrico Lazzareschi: Il fascista toscano
Mario Maldesi: L'emiro nano; L'infermiere del manicomio; Parole sussurrate
Enzo Liberti: Medico dell'ospedale
Laura Carli: La monaca nana
Moira Orfei: Donna sulla barca
Federico Fellini: Le pernacchie

Premi

Premi Oscar 1975: miglior film straniero
National Board of Review Awards 1974: miglior film straniero
3 Nastri d'Argento 1974: regista del miglior film, miglior soggetto originale, miglior sceneggiatura
2 David di Donatello 1974: miglior film, miglior regista
Kansas City Film Critics Circle Awards 1975: miglior film straniero
Premio Bodil (Copenaghen) 1975 per il miglior film europeo
Premio NYFCC (New York Film Critics Circle) 1974 per il miglior film e per la miglior regia (Federico Fellini)
Premio della critica SFCC (Syndicat Français de la Critique du Cinéma) 1975 per il miglior film straniero
Premio Kinema Junpo (Tokyo) 1975 per la regia (Federico Fellini) del miglior film straniero
Premio CEC (Círculo de Escritores Cinematográficos) 1976 per il miglior film straniero



  

Con “Amarcord” Federico Fellini ritorna alla sua Rimini, quasi diventata una Miami Beach all'italiana, e per questo se ne sente abbastanza distaccato, anche se la separazione non è stata mai definitiva. Rimini, suo "nutrimento terrestre", è ormai assurta a dimensione della memoria e proiezione immaginaria, una Rimini popolata di donne dalla sensibilità orgiastica, quasi orientale, tanto che il Grand Hotel diventava, per lui, Istanbul, Bagdad, Hollywood: "archivio sempre reinventato e simbolo vivente". 

“Per me Rimini è il solito confuso imbroglio. Non ci torno volentieri anche per una comodità di collocazione fantastica. Ormai l'ho inquadrata esteticamente, immaginariamente, in un certo modo, e il riscontro realistico mi disturba. La Rimini immaginaria è diventata per me materiale di lavoro. La Rimini reale è un'altra cosa. Non ho voglia di fare verifiche. Mi rendo conto che così l'immagine simbolica rischia di immobilizzarsi, di calcificarsi, di stecchirsi, ma è per questo che mi sforzo di mantenerla viva, di trasformarla in un simbolo vivente. Distruggere i simboli con il pretesto che i simboli sono il frutto di un atteggiamento reazionario è altrettanto pericoloso. Il cinema è un territorio molto vitale perché obbliga a rendere viventi i simboli per mezzo dei quali l'artista o il cineasta si esprime”. (“La mia Rimini”, libro di Fellini).

Non c'è critico che non consideri “Amarcord” film felliniano al cento per cento, sia per il contenuto che per la forma. La realtà si trasfigura ai margini del surreale. Procedendo per piccoli eventi che creano una atmosfera unitaria, il Borgo, cioè la Rimini della reminiscenza, diventa una sorta di “Piccola città”, di “Antologia di Spoon River”, dove affiorano sull'onda ciclica delle quattro stagioni le figure di un universo familiare, mai dimenticato: e sono professori di ginnasio, militanti fascisti messi alla berlina, parenti ricordati con affetto anche se talvolta un po' matti. Ma ci sono anche i paesaggi, con un mare inventato, una lirica nevicata, e le magiche "manine" volanti di primavera, come le nebbie autunnali.

Nel "mi ricordo" degli anni sulla costa adriatica, il giovane Titta cresce tra i condizionamenti di una educazione cattolica, della retorica littoria, e di una famiglia oppressiva. È un teatrino familiare da cui Fellini vuole prendere commiato, come addio ad una stagione della vita. Il Borgo degli anni Trenta, cioè Rimini, Fellini vuole ricostruito a Cinecittà. Non se la sente di "girare" sotto gli occhi dei suoi concittadini.
Il padre di Titta è un capomastro anarchico che i fascisti un giorno sequestrano e costringono a tracannare olio di ricino, secondo una pratica di quei tempi, quando ancora non erano neppure immaginabili le autobombe o le vendette trasversali. La madre è bigotta e possessiva, lo zio "Pataca" un fascista parolaio e fannullone, zio Teo è in manicomio, il nonno, sempre arzillo e sanguigno non cessa di mettersi a caccia di giovani domestiche. Il fratellino è un ribelle monello. A scuola Titta e i suoi amici si inventano imprese impossibili - sono i futuri  "vitelloni" - e combinano scherzi ai danni degli insegnanti o di qualche malcapitato.
Accadono tante cose e tra gli episodi salienti dell'epoca c'è il passaggio della corsa delle Mille Miglia, la apparizione notturna, favolosa, in alto mare, del transatlantico Rex, la visita allo zio matto che dopo qualche ora tranquilla sale su un albero, reclamando una donna, e soltanto con l'intervento di una suora nana viene fatto scendere. C'è anche una incredibile nevicata, col volo di un variopinto pavone, così poetica che fa venire a mente un “haiku” giapponese: 

“Oh se le farfalle volassero 
mentre cade la neve!”. 

C'è anche l'arrivo di un gerarca, con una grottesca manifestazione ufficiale. Titta è concupito da una tabaccaia dalle tette enormi e cerca, invano, di sedurre la bella Gradisca, la ragazza che tutti vogliono conquistare.

È un ritratto - scritto con Tonino Guerra - della provincia italiana, all'epoca di Mussolini, con episodi buffi, infantili, burattineschi, che coinvolgono il potere, la famiglia, la società, in un quadro generale che riflette immaturità, credulità e
ignoranza, e comodi rifugi nel sogno: magari quello del cinema hollywoodiano, della donna da bordello o da harem, della evasione verso i miti: che possono essere rappresentati dalle feste patriottiche, o da altri celebri eventi dell'epoca. I personaggi-macchiette sono locali, ma potrebbero appartenere a tutta la provincia italiana, gerarchi con l’aquila, e preti, nobilastri, un motociclista esibizionista amanti di tradizioni rusticane, come quella della "fogazza" dove si bruciano all'aperto tutte le cose vecchie per festeggiare l'arrivo della primavera. E la Provocante parrucchiera Ninola, detta Gradisca, sogna di poter sposare un giorno uno come Gary Cooper, anche se si accontenterà di un carabiniere. Tornano i balli d'estate al Casino, i compagni di classe continuano a inventare burle goliardiche, il parroco confessa Titta, ossessionato dalla provocante tabaccaia, e gli rivolge paterni rimproveri. Ma la morte della madre segna la fine dell'adolescenza di Titta.
  
Gradisca


   
L’evocazione di quegli anni sembra scaturire non da una memoria privata e personale, ma da una sorta di memoria corale cantata a voce spiegata, in una sintesi di reminiscenze, di fantasie, di sogni e di esperienze attuali. Il film lascia spazio alla meditazione, come non avviene in opere di tanti colleghi più impegnati, anche se vi è chi insiste a suggerire un impegno civile più dichiarato.
Nonostante le premesse personali, memorialistiche, provinciali, “Amarcord” è tutt'altro che provinciale. Incanta, ad esempio, i critici americani, i quali arrivano a vederci il meglio di quanto è stato fatto nel cinema, la capacità di esplorare il passato con facoltà superiori, con un dono del favoloso che nasce da una reminiscenza avvincente e meravigliosa. Fellini estrae il meglio che è all'interno dell'umanità, combina la libertà formale con lo splendore della fantasia. L’artificio è soccorso anche da uno splendido impianto scenografico, e il passaggio del "finto" transatlantico non è che l'effetto di una avvincente costruzione scenica nello Studio 5 di Cinecittà.
In un documento di cui ho perso le tracce trovo questa bella citazione di Bernard Drew, che ricorre a una battuta di una commedia di Tennessee Williams: 

“Per cominciare, rimetto indietro il tempo... ma sono l'opposto di un prestigiatore da palcoscenico. Lui vi fornisce l'illusione sotto forma di verità. Io vi porto la verità sotto forma di illusione...”.

La forma è flessibile, capace di contenere una immaginazione formicolante, tutto il materiale sconfinato dei suoi sogni (che gelosamente raccoglie in un prezioso, privato, inedito, ”Libro dei sogni”). Con Fellini, il cinema nasce dai fantasmi del subcosciente.
Forse Fellini non pensa deliberatamente a basare i suoi film sulle immagini del passato: son loro che lo perseguitano, finché non riaffiorano dal chiuso del subconscio. Convivendo pressoché quotidianamente col sogno, Fellini non poteva valersi di miglior mezzo di rappresentazione che dell'espressione filmica. E come si potrebbero rappresentare i sogni se non col cinema? Le sue visioni oniriche erano esse stesse linguaggio cinematografico. 
A un poeta come Lucrezio - nel “De rerum natura” - non era possibile che immaginare "film interni". Il cinematografo ha messo a disposizione di Fellini, e di altri grandi visionari, il "film esterno", col quale è possibile rappresentare tutto, nel suo divenire. La letteratura e la poesia scritta facevano immaginare, ma non "vedere", il teatro non era teatro del mondo, la pittura non aveva il dono del movimento. Il cinema era immagine, visione, rappresentazione, spazio e tempo ln movimento: era sogno, come il sogno, dunque, era cinema.
L’essenza del cinema è nel sogno. Al sogno, come al linguaggio cinematografico, tutto è possibile.


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1 commento:

Galadriel ha detto...

Buongiorno e buon anno Loris. Grazie per la tua visita al mio blog. Questo film me lo sono visto almeno una ventina di volte. Uno spaccato di vita quotidiana romagnola, e io che sono romagnola, in quei persobaggi ci ho rivisto uno zio, un vicino di casa, mio padre...il nonno...ah ricordi! Ti auguro una buona giornata.