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domenica 9 dicembre 2012

FEDRA (Phèdre) - Jean Racine (Prosa e commento)

Fedra (1880) - Alexandre Cabanel - Musée Fabre Montpellier







     
FEDRA (Phèdre)
Tragedia in versi in cinque atti di Jean Racine.
Rappressntata all'Hotel de Bourgogne di Parigi il 1° gennaio 1677, 
venne pubblicata a Parigi nel 1677


ATTO I

A Trezene, Ippolito, figlio di Teseo, esiliato re di Atene, dopo sei mesi di reggenza decide di partire alla ricerca del padre: in realtà, è per fuggire i sentimenti che prova per Aricia - principessa della stirpe a cui Teseo ha strappato il regno d'Atene -, seguendo i quali violerebbe il divieto paterno
imposto alla stirpe di Aricia di propagarsi.
Teseo, dopo la morte dell'amazzone Ippolita, madre d'Ippolito, s'era risposato con Fedra, figlia di Minosse e di Pasifae, che sconta la maledizione di Venere sulla sua discendenza: appena veduto Ippolito, infatti, se n'è innamorata ed ora è consumata dal suo desiderio inconfessabile, che rivela solo alla nutrice e confidente Enone. Ma, proprio quando Ippolito sta per partire, giunge la notizia della morte di Teseo, che Enone interpreta come una possibilità per Fedra di unirsi legittimamente a Ippolito e poter così conservare i diritti dinastici acquisiti dal figlio che Fedra ha avuto da Teseo.


ATTO II

Ippolito incontra Aricia; i due si confessano il reciproco amore. Prima di partire Ippolito saluta Fedra, che gli rivela il suo folle sentimento. Il turbamento di Ippolito è accresciuto dalla notizia appena giunta da Atene: la città ha attribuito la corona a Fedra.


ATTO III

Per conquistare Ippolito, Fedra è disposta a rinunciare al trono a suo vantaggio, quando si annuncia l'inatteso ritorno di Teseo. Il re è negativamente sorpreso dell'accoglienza riservatagli: Fedra si dichiara indegna del suo abbraccio, mentre Ippolito vuole partire per compiere qualche atto valoroso.


ATTO IV

Enone, per salvare Fedra, racconta a Teseo che Ippolito, durante la sua assenza, ha insidiato la matrigna. Teseo accusa il figlio d'incesto, ma Ippolito si difende invano, rivelando d'essere innamorato d'Aricia. Fedra, sconvolta dalla passione, a sentire che anche Ippolito è innamorato, non si vendica e scaccia Enone, considerandola causa della sua disgrazia.


ATTO V

Ippolito e Aricia progettano la fuga e si danno appuntamento presso un tempio fuori città. Ippolito, appena giuntovi, inseguito da un mostro uscito dal mare che fa impazzire i cavalli del suo cocchio, muore straziato dalle bestie impazzite. Teseo, turbato dallo stato di delirio in cui versa Fedra, dopo il suicidio di Enone, accusa Fedra di aver causato la morte di Ippolito; Fedra confessa di averlo incolpato ingiustamente, ma di affrontare la giusta pena, poiché ha ingerito un veleno mortale. Morta Fedra, Teseo rende giustizia a Ippolito e adotta Aricia.


L'INCURABILE AMORE DI FEDRA

L'affermazione del grande teatro francese del seicento avviene in un clima culturale dominato dai gusti del mondo aristocratico della corte e dalla politica culturale del re, accentratrice e volta a esaltare la magnificenza del potere. Trionfa in questo clima il classicismo, e cioè il gusto per forme equilibrate, per l'analisi lucida e razionale, per la compostezza e l'ordine, proprio mentre in Italia esso viene messo in discussione dal fiorire dell'arte barocca, libera da regole compositive, esuberante, fantasiosa, bizzarra.
Il teatro deve rispettare le regole compositive classiche, cioè le famose unità di tempo, luogo e azione che i teorici italiani del Cinquecento avevano ricavato dai testi di Aristotele. Ma nella grande vitalità del teatro francese, queste regole non soffocano la creatività, e divengono lo solida base per l'ispirazione di grandi geni. Accanto alla commedia di Molière, fiorisce la grande tragedia classica. Ne è iniziatore Pierre Corneille che, con il suo capolavoro Il Cid, del 1636, crea un teatro di grande forza espressiva, basato sull'analisi lucida della psicologia di personaggi forti, inflessibili, eroici e vittoriosi sulle proprie debolezze e passioni. Il pubblico decreta il trionfo, ma qualche anno più tardi il primato di Corneille viene offuscato dall'enorme successo di un suo giovane rivale: Jean Racine (1639-1699), l'altro grande rappresentante della tragedia classica francese.
Educato nell'austero collegio di Port-Royal, grande centro di cultura religiosa ispirata alle dottrine di Giansenio, particolarmente severe sul piano morale, Racine vi studia con passione i classici greci e latini. Compone liriche e raggiunge il successo letterario, entrando nella cerchio degli artisti cari al potere ufficiale. Frequenta avidamente il bel mondo letterario e galante, vive diversi amori e mette in scena le sue prime tragedie, suscitando le polemiche e le censure dei giansenisti, che accusano il suo teatro di eccessiva passionalità.
Ottiene poi una serie di grandi successi con Andromaca (1667), Britannico (1669), Berenice (1620), Bajazet (1672), Mitridate (1673),Ifigenia in Aulide (1674) e infine con Fedra e Ippolito (1677), che la migliore critica subito saluta come la sua opera più perfetta, ma che scatena violentemente contro di lui l'ostilità degli avversari.
Amareggiato, Racine decide di ritirarsi dal mondo del teatro e dalla vita mondana, tornando ai pensieri ascetici dei suoi maestri di un tempo e prendendo moglie. Viene nominato storico ufficiale di Luigi XIV e negli ultimi anni della sua vita scrive, accanto a liriche religiose, le tragedie di argomento biblico Esther e Athalie, recitate all'interno dell'educandato femminile di Saint-Cyr.
Le tragedie di Racine sono quasi tutte di soggetto classico: i personaggi e le vicende appartengono cioè alla storia o alla mitologia greco-romana.
E rigorosamente classica è la struttura compositiva dell'opera, basata su una estrema semplicità e linearità della vicenda, pochi personaggi, minimi cambiamenti di scena e l'assoluto rispetto delle unità di tempo, luogo e azione. Ma la psicologia dei suoi personaggi è moderna. Racine, mettendo in scena eroi del mondo greco-latino, rappresenta in realtà i casi psicologici di uomini e donne suoi contemporanei, con le loro debolezze, inquietudini e indecisioni. Profondamente diviso nel suo intimo fra aspirazioni cristiane e un temperamento appassionato, egli rappresenta nel suo teatro lo scontro tra la volontà e il dovere morale da una parte e il sentimento e la passione dall'altra, scontro dal quale l'eroe raciniano esce sempre tragicamente sconfitto. La passione è prevalentemente passione amorosa. Gli eroi di Racine soprattutto vengono travolti dalla forza, a un tempo dolce e tormentoso, di amori non ricambiati, impossibili o peccaminosi.
Il mondo spirituale di Racine, tutto dominato dal contrasto fra consapevolezza del male e impotenza di vincerlo, è presente in modo esemplare in Fedra, l'ultima sua prova teatrale, i cui modelli classici sono l'Ippolito del tragediografo greco Euripide e la Fedra del latino Seneca.

Fedra, seconda moglie di Teseo, che è scomparso durante un viaggio, è tormentato da una passione inconfessabile, che alla fine rivela alla nutrice Enone: ama il figliastro Ippolito. Viene intanto annunciata lo morte di Teseo e Fedra rivela il proprio amore a Ippolito, che, indignato, rifiuta la matrigna. Ma Teseo ritorna incolume, ed Enone perfidamente accusa presso di lui Ippolito di amare incestuosamente Fedra. Teseo maledice il figlio e lo scoccia. Fedra è rosa dal rimorso, ma contemporaneamente è divorata dalla gelosia perché ha saputo che Ippolito ama la principessa Aricia.
Quest'ultima lascia intendere a Teseo l'innocenza di Ippolito; troppo tardi, perché Nettuno, che ero stato invocato da Teseo perché lo vendicasse contro il figlio, scatena un mostro marino che fa imbizzarrire i cavalli di Ippolito, provocandone la morte. Enone si suicida gettandosi in mare e Fedra, travolta dall'orrore per la sua colpa, confessa la sua passione e si uccide.
La sua sofferenza è soprattutto causata dal rimorso, dalla consapevolezza del peccato e contemporanemente dal senso di impotenza di fronte alla violenza delle passioni. Fedra non è vittima di forze esterne quanto di se stessa, dello propria debolezza, e si odia al punto di desiderare la morte, come unica possibile via di espiazione e liberazione dall'angoscia.


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