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giovedì 13 dicembre 2012

LA BEFFA - Opera comica di Federico Farlatti (THE HOAX - Comic opera)




LA BEFFA
Opera comica in tre atti di Federico Farlatti


In malora questa pioggia!
S'è ingrossata anche la roggia,
il giardino è diventato
un gran lago smisurato.
E' bagnato come un secchio
per mia fe' Mercatovecchio.
L'acqua entrò nel caffè Dorta
a gran fiottti dalla porta
la fiumana in via Poscolle
mi ha bagnato le midolle
ed in borgo Cussignacco
ho lasciato a terra un tacco.
In tal stato, ohimè che smacco!
L'uragano ha spalancato
il porton dell'abitato:
vo' avvisar mettendo all'erta
che la porta è tutta aperta....
Tutto è oscuro e tutto tace....

Pare il regno della pace...
Ehi, padrone!... Con licenza!
Sono qui per incidenza...

Così cantava con tanto di accompagnamento di orchestra una sera del dicembre 1914 sul palcoscenico del gremito teatro Minerva a Udine un ameno personaggio, il pittore Artemisio (L. Visentini). Siamo nella terza scena, in casa del conte Marcello di Spadecroz. La trama, se pur vivace, non ha soverchie pretese e fa perno sul cuore di una leggiadra fanciulla, la contessina Lolò, figlia del conte di Spadecroz impersonato dal baritono-fotografo Giovanni Paris, tanto simpaticamente conosciuto tra noi.
Il pittore è amato, a sua insaputa, da Lolò nella cui dimora entra di notte per caso, inzuppato d'acqua durante un temporale. Poco dopo ritorna a casa pure il conte che rinchiude l'intruso in una stanza credendolo un ladro e canta in duetto con Lolò:

Topolin tapin
prigioniero alfin!
Bestiolin piccin
quanto sei carin!
Nel trappolin
Cascato alfin!

Arrivano anche le guardie ma Lolò furbamente le manda nella camera dove intanto è entrato il padre e s'affretta, tremante d'amore, a liberare il pittore che però, scappando in fretta, non s'avvede della fanciulla, nascostasi dietro la porta e non sa perciò che a lei deve la libertà.

Le guardie, cadendo nel grosso equivoco teso da Lolò, arrestano il conte Marcello il quale protesta:

Questa è offesa
alla famiglia;
aspra contesa
ne sorgerà.
Avi, sorgete
alla vendetta
che in codest'ora,
da voi s'aspetta!

Ma il conte cede poi alla intercessione della figlia e alle scuse delle guardie e alfine tutto s'accomoda'
Il destino prepara però un altro tremendo scherzo. Infatti poco dopo c'è serata di gala in casa Spadecroz ed il conte presenta alla figliola un Cavaliere (F. Bisoffi), cui l'ha destinata in sposa. Senonchè sul più bello piomba nella sala, tra gli stupefatti invitati, Artemisio con una cavallerizza di circo equestre dalla coscienza elastica, Lucilla (signorina M. Palazzi) che, d'intesa col pittore ormai certo d'essere amato da Lolò accusa, seppure con infondatezza, il Cavaliere d'averla sedotta e tradita:

Son  tradita e abbandonata
da un volgare seduttore
e me stessa avea affidata
all'usbergo del suo cuore!
Ma un bel dì ruppe la fede
ch'egli aveami giurato
e fuggì quel ganimede
dopo avermi anche ingiuriato.
Il bel damo è qui presente
per sposare un'altra donna;
la vendetta ho già affrettato,
or quell'uomo eccolo là!

Lolò messa poco prima da Artemisio, con un biglietto, al corrente della beffa la asseconda, finge di svenire ed il progettato matrimonio con il Cavaliere - compromesso anche nel poco pulito affare d'un testamento - va all'aria, come era negli spassosi... piani prestabiliti.

Arte magnifica
di cor che spera
la beffa comica
sovrana impera.
Il vecchio languido
dovè sparir!
Oh, che ridicolo
quel fiero ardir!

Il terzo atto conclude la vicenda nel giardino del conte in Villalta dove c'è festa: compare anche il Cavaliere, ubriaco, che tra i fumi del vino fa profferte d'amore a Lucilla mentre il conte, celato dietro un muro, ode tutto e si indigna:

Signorina gaia e bella
Un sol detto concedete;
offro a voi se lo volete
la mia mano ed il mio cor.

E Lucilla risponde ironica:

Di sposarmi voi bramate?
Perchè no? Siete gentile
e belloccio mi sembrate
con aspetto assai virile.
Ma il marito ch'io vagheggio
dee sembrare un cagnolino
e perchè non nasca peggio
vo' educarlo col frustino!

E giù frustate mentre il conte, lasciando il nascondiglio canta:

Son, beffato, non c'è caso!
Me la fanno sotto il naso!
Il frustin è troppo poco,
ci vorrebbe un bastoncin!

Poco dopo suona la campana del castello nunzia di grande avvenimento, tutti si radunano nel cortile ed il conte di Spadecroz, ormai vinto, appare tenendo per mano Lolò ed Artemisio e preannuncia la fioritura dell'arancio:

Orsù diletto contadiname
lasciate star zappa e ledame.
Gaudium magnum nuntio vobis!
Bielis robis, bielis robis!
Al mulin ci si infarina,
sposa, è già la contessina,
e lo sposo eccolo qua!

Indica Artemisio felice e poi spiega:

Meglio è fare come ho fatto,
press'a poco come il gatto:
tenni duro e poi molai,
dico il vero, folch ti trai!
Mi diranno i nipotini
nonno bel!... Corpo di Bacco!...
Darò loro i biscottini
di Delsèr di Martignacco!
Sarà il primo un generale
il secondo uno speziale
poi il terzo un cappellano
ed il quarto un posa piano...

Qui cala la tela mentre il corteo nuziale sfila verso piazza Contarena.


* * *


Tutto dunque finisce col trionfo dell'amore.
Trionfò anche in quella lontana sera dicembrina, "La Beffa" opera " comica in tre atti di Federico Farlatti, data a beneficio della Croce Rossa.
Mi par di vedere la nobile figura dell'autore, fluente barba bionda, occhiali d'oro, aspetto imponente, inchinarsi tra gli attori sul palcoscenico dinanzi al pubblico che ve l'aveva chiamato e non si stancava d'applaudire.
Ma la beffa, appunto per beflardo destino, doveva continuare con un'appendice impreveduta e, stavolta, punto piacevole.
La dea Temi s'era offesa perchè un suo sacerdote, pure stimatissimo ed apprezzato, salendo il palcoscenico era disceso di altrettanti gradini dalla scala della dignità.

L'auretta della malevolenza e il venticello della critica cominciarono a sussurrare. Bisogna sapere a questo punto che il cav. dott. Federico Farlatti, oltre ad essere brillante compositore di brani musicali e di briosi ballabili (famose le polche "Scintille elettriche" e "Tutti in bicicletta"), era anche Procuratore del re presso il Tribunale di Udine.
Non passò molto tempo che egli, precisamente nel febbraio susseguente, fu trasferito ad Avezzano in missione speciale, raddolcendo la pillola con una promozione di categoria. Partì accorato.


* * *


Sarà andato bene così!... Pure Federico Farlatti lasciò di sè grato ricordo quale magistrato integro anche se volle intercalare tra i severi articoli del Codice i segni di Guido d'Arezzo e se nella lontana sera dicembrina
l'entusiasmo dei concittadini lo sospinse con la cordiale violenza degli applausi e delle chiamate, alla ribalta di un teatro cittadino.

1 commento:

Lorenzo Da Pra ha detto...

Buongiorno, complimenti per il sito. Sentendo da mia madre alcuni giorni fa una buffa filastrocca di origine sconosciuta ho cercato le parole chiave sul sito e sono caduto sulla sua pagina. La recitava scherzosamente mio nonno tra se e se quando si imbatteva in campagna in qualche contadino particolarmente "rustico" come se ne vedevano ancora decenni fa. La filastrocca faceva "diletto mio contadiname, portami la zappa ed il letame". Capisco adesso che era un ricordo leggermente deformato dello spettacolo da lei descritto. Mio nonno era nato a Udine nel 1897 ed era allora un giovane diciassettenne di belle speranze che con ogni probabilita' era andato al teatro Minerva una di quelle sere. La commedia doveva essere stata cosi' frizzante e divertente nella sua semplicita' che anche dopo decenni ne ricordava qualche verso. Mio nonno si trasferi' a Milano dopo aver servito come ufficiale volontario nella Grande Guerra e mori' nel 1989 portando sempre la sua Udne nel cuore.