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lunedì 31 dicembre 2012

LE ORIGINI DEL CINEMA ITALIANO (The origins of italian cinema)




    
Tra il 1906 e il 1908 nasce e muove i suoi primi passi l'industria cinematografica italiana.
Si costituiscono, in questo periodo, ben nove "manifatture": la "Ambrosio", la "Carlo Rossi" e la ""Aquila" a Torino..., la "Bonetti" e la "Luca Comerio" a Milano..., la "Cines" e la "Fratelli Pineschi" a Roma..., i "Fratelli Troncone" e la "Manifattura cinematografi riuniti" a Napoli. 
Di fronte agli italiani si pone subito il problema di affermare la propria presenza sul mercato europeo. Ecco come un noto regista e critico, Carlo Lizzani, delinea nella sua "Storia del cinema italiano" (Ed. Parenti) la delicata fase d'avvio della produzione nazionale.

". . . In Europa l'obiettivo per cui battersi è la quantità. Gli italiani cominciano ad avere fortuna perché sapranno meglio degli altri condensare, in un determinato numero di metri di pellicola, un'incredibile congerie di avvenimenti, di personaggi dalla statura storica imponente e dalla rilevante risonanza letteraria. E' già un prodigio veder muoversi sullo schermo delle figure umane, degli esseri fatti proprio come noi, vivi e veri e impalpabili come ombre al tempo stesso. Ma non è un prodigio maggiore veder muoversi su quello stesso schermo, in pieno '900, patrizi in toga o schiavi seminudi, ed ergersi le colonne nuove e bianche dei templi o dei fori, o le scalinate dei circhi e dei palazzi di Roma antica? Il film in costume . . . conteneva in sé una doppia carica potenziale di suggestione sul pubblico, era doppiamente meraviglioso. E l'Italia era la patria ideale per il film in costume. Il costume, la scenografia erano gli elementi culturali più accessibili alle masse. Il cinema italiano che, d'un tratto, nel momento stesso in cui nasce, si trova ad avere bisogno di un linguaggio che parli facilmente a milioni di persone, trova il suo materiale visivo, le sue parole sul terreno della tradizione retorica. Un'altra fonte per il cinema è il romanzo popolare, quella letteratura di quart'ordine, cosiddetta d'appendice, derivata alla lontana dai maestri del romanticismo e del verismo - piena di fattacci e di travolgenti passioni, di vendette e di perdoni drammatici - e che tanta fortuna ha avuto fino a pochi anni fa (si tenga conto che queste pagine di Lizzani sono del 1960) quando i fumetti hanno cominciato a sostituirla. Il cinema italiano, attingendo copiosamente da queste fonti e svendendo come merce d'occasione, a milioni di uomini, le favole, i miti che la letteratura non era ancora riuscita a volgarizzare vastamente - o che aveva rifiutato - pone le premesse del suo successo in Italia e nel mondo. . . La penetrazione capillare del cinema tra le masse e il suo orientamento su certi gusti popolari dominanti, il volume degli interessi economici che esso coinvolge, la molteplicità dei temi toccati e quindi la varietà dei suoi contatti con la cultura e con il costume, sono le braccia attraverso le quali il nuovo fenomeno prende contatto con la più vasta realtà nazionale".


I FILM "COLOSSALI"

Il film in costume, costoso, con tante comparse e largo impiego di incredibili scenografie, rappresenta dunque il punto di forza del nascente cinema italiano. La tecnica si impone, al di la del valore del soggetto: i trucchi, il movimento e infine la bravura dell’attore sono gli elementi che colpiscono sia la massa degli spettatori sia coloro (non molti ancora) che si accostano al cinema con intendimenti culturali.

Il “divismo” trionfa negli anni successivi al 1910, i registi trascurano volutamente la qualità della trama, anteponendo ad essa la scelta degli attori. “Cuore di nonno”…, "L’intrigo della marchesa”…, “Riconoscenza di bandito”…, e così via sono gli stupefacenti titoli dei film, mentre prorompono letteralmente dagli schermi i volti e gli atteggiamenti di Giuseppe De Liguoro e della diva Francesca Bertini.

Una certa svolta si verifica, però, intorno al 19I2 e negli anni seguenti: la cinematografia italiana comincia a dare il meglio di sé, conquistando un enorme prestigio internazionale. Produttori e registi mettono in scena film tratti dalle opere di D’Annunzio (“La Gioconda”…, "La fiaccola sotto il moggio”…, "La figlia di Iorio”, ecc. ): è il contatto con la cultura ufficiale e con il suo più eccentrico rappresentante. Lo stesso poeta abruzzese scrive le didascalie per il supercolosso “Cabiria”, realizzato nel 1913, anno di grandi produzioni (in questo anno il regista Caserini gira, infatti, “Dante e
Beatrice”, mentre ottengono grande successo “Ma l’amor mio non muore”, interpretato da Lyda Borelli e Mario Bonnard…, “Quo vadis?” e gli “Ultimi giorni di Pompei”: quest’ultimo film, che vantava una lunghezza davvero sensazionale per quel tempo, 3.000 metri, sbalordì letteralmente il pubblico europeo per la sua scenografia e i magistrali effetti).


Scrive ancora Lizzani nella sua “Storia del cinema italiano”:

Francesca Bertini
“Il  film non era tratto da alcuna opera letteraria e i produttori pensarono di interessare D’Annunzio alla stesura della sceneggiatura e delle didascalie. Un grande scrittore era così chiamato direttamente in causa e, in una certa misura, investito delle responsabilità dell’opera cinematografica. Il cinema, da quel momento, subirà sempre più l’influsso della cultura ufficiale. La  cultura ufficiale invece non ricaverà dal cinema, ancora per molti anni, alcun contributo positivo, alcun impulso innovatore”.

Ma il primo cinema italiano non fu tutto dannunziano e retorico o colossale. Su di esso, anche se in proporzioni assai più limitate dal punto di vista quantitativo, si fece sentire l’influenza di quella che era stata - lo abbiamo visto - una importantissima manifestazione della nostra cultura letteraria, il verismo. Un verismo cinematografico, assai al disotto dei vertici toccati, nella narrativa, dal Verga, e tuttavia non privo di una robustezza d’impianto che ce lo fa considerare ancora oggi con interesse.

Tra i film veristi di maggiore spicco vanno annoverati “Sperduti nel buio”, diretto dallo scrittore e regista Nino Martoglio, sulla base dell’omonimo dramma di Roberto Bracco, e “Assunta Spina”, tratto da un romanzo di Salvatore di Giacomo e interpretato da Francesca Bertini.

Nel cinema italiano si delineavano quindi tendenze diverse, collegate ai vari processi e alle tensioni cui veniva sottoposta la cultura nazionale: un rapporto che si farà sempre più stretto, per gli aspetti positivi come per quelli negativi, negli anni che seguiranno.

Ma anche in questo campo la guerra interverrà a segnare un preciso limite, un “punto e a capo” storicamente definitivo.

1 commento:

TheSweetColours ha detto...

...buon anno nuovo!