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giovedì 20 dicembre 2012

PICCOLO BUDDHA (Little Buddha) - Bernardo Bertolucci


    
PICCOLO BUDDHA

Titolo originale - Little Buddha
Regia - Bernardo Bertolucci
Soggetto - Bernardo Bertolucci
Tratto dall'omonimo romanzo di Gordon McGill
Sceneggiatura - Mark Peploe, Rudy Wurlitzer
Produttore - Jeremy Thomas
Fotografia - Vittorio Storaro
Montaggio - Pietro Scalia, Daniele Sordoni
Musiche - Ryuichi Sakamoto
Scenografia - James Acheson
Paese di produzione - Italia, Francia, Regno Unito
Anno - 1993
Durata - 140 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro
Genere - Drammatico

Interpreti e personaggi

Keanu Reeves: Buddha
Ying Ruocheng: lama Norbu
Chris Isaak: Dean Konrad
Alex Wiesendanger: Jesse Konrad
Bridget Fonda: Lisa Konrad
Ghesce Tsultim Gyelse: lama Dorje
Raju Lal: Raju
Greishma Makar Singh: Gita

  
 
   
TRAMA

"C'era una volta, in un villaggio dell'antica India, una capretta e un sacerdote..." recita una voce fuori campo, mentre vediamo schiudersi un libro con miniature a colori che illustrano la vicenda. Un maestro, il lama Norbu (Ying Ruocheng), sta svolgendo la propria lezione ai seminaristi di un monastero del Bhutan. Qui un telegramma e l'apparizione di uno strano mendicante, che gli consegna la ciotola del defunto lama Dorje, lo spingono a recarsi in America. 
A Seattle, stato di Washington, Norbu viene accolto dai suoi confratelli d'oltremare, uno dei quali racconta di aver sognato Dorje che gli indicava I'abitazione dell'ingegnere Dean Conrad (Chris Isaak), dove vive il piccolo Jesse (Alex Wiesendanger), nato esattamente un anno dopo la morte del lama. I religiosi infatti credono che il bambino sia la reincarnazione di Dorje, che è stato guida spirituale del Dalai Lama. Norbu e i compagni visitano la famiglia Conrad, l'himalayano regala a Jesse il volume "Little Buddha. The Story of prince Siddhartha, che sua madre Lisa (Bridget Fonda) inizia a leggergli.

Il primo flashback mostra la nascita di Siddhartha e gli eventi straordinari che la accompagnano. Dean informa sua moglie che è fallita la ditta in cui lavora. 
Il secondo flashback narra la profezia di un mendicante sacro davanti al re Suddhodana - il figlio sarà signore del mondo - e la morte della regina Maya.
Quindi i flashback si alternano ai ritorni al presente storico. I monaci attraversano la città con Jesse, mentre Siddhartha (Keanu Reeves) è adesso un giovane di bell'aspetto, buon giocatore, abile arciere, sposato con una dolce principessa.
Tuttavia non conosce il significato della parola sofferenza, in quanto il padre lo vizia ma non gli consente di uscire dai tre palazzi che gli ha donato. Dean non crede nella reincarnazione, Lisa invece è attratta dal buddismo, tanto che accompagna Jesse al Dharma Center, dove Norbu prosegue la narrazione leggendaria.

Keanu Reeves
Visto che il figlio desidera conoscere il mondo fuori dal palazzo, Suddhodana decreta che gli spettatori del corteo principesco siano giovani, belli e sani. Ma Siddhartha scorge due vecchi, artritici e sdentati, che sono sfuggiti al precetto reale, li segue nei vicoli, scopre la fatica, la malattia, il dolore, la povertà, la morte.
Per Dean è un bellissimo mito, secondo Norbu si tratta di un modo per raccontare la verità. Allo scopo di verificare se Jesse sia effettivamente il predestinato i monaci dovranno condurlo in India, dov'è apparso un altro candidato.
Siddhartha si propone di liberare gli uomini dalla sofferenza, abbandona la consorte e il figlio e, contro il divieto paterno, esce dalla reggia con l'aiuto di una foschia soporifera. Il proprietario dell'azienda fallita, amico di Dean, si suicida, mentre Siddhartha si unisce a cinque asceti, che diventano i suoi primi discepoli.
Dean, Jesse e Norbu volano nel Bhutan, Siddharta lascia la vita ascetica per rientrare nel mondo, dove insegnerà che la via di mezzo conduce all'illuminazione.

Keanu Reeves
A Katmandu, Jesse incontra il piccolo Raju (Raju Lal), suo concorrente, mentre sulla terrazza del bar Stupa View il buon lama Champa rivela a Dean che Norbu è malato. Quest'ultimo spiega all'americano il significato di impermanenza, poi guida il gruppo in visita al terzo candidato, la bambina Gita (Greishma Makar Singh), nipote di un rajah. I tre predestinati giocano sotto un grande albero e sono spettatori delle prove a cui Mara sottopone Siddhartha. Sensuali e tentatrici, le cinque figlie del signore delle tenebre - orgoglio, avidita, paura, ignoranza, desiderio - sfidano invano il giovane santo, che sa guardare aldilà delle forme, oltre il presente. Quindi Mara si infuria, spazzando la terra con un vento di tempesta, opponendo all'equilibrio sorridente dell'antagonista onde altissime e un esercito intero, che scocca nugoli di frecce incendiarie. Sorta la luna, Mara si trasforma nel doppione di Siddhartha, che lo sconfigge definitivamente dicendo:
"O signore del mio ego, tu non esisti. La terra mi è testimone". 
Da quel momento viene chiamato il Buddha, cioè il Risvegliato.

Tornati nel monastero di Paro, nel Bhutan, vediamo Jesse, Raju e Gita superare la prova dei cappelli rossi, tra cui devono individuare quello di lama Dorie. Consultato infine l'oracolo, Norbu deduce che i tre sono la manifestazione separata del corpo, della parola e della mente di Dorje, pur essendo un tutto unico.
Terminato il suo compito, Norbu cade in una meditazione profonda che sfocia nella morte, ma si manifesta ai bambini dopo la consacrazione, mentre i monaci recitano il Sutra del Cuore. Il mendicante dell'inizio ricompare prima che la voce fuori campo del lama appena defunto spieghi il significato del nirvana.

A Seattle, Dean, Jesse e Lisa incinta si allontanano in barca verso il tramonto e posano sull'acqua la ciotola di Dorje, che ora contiene le ceneri di Norbu. In India, Raju le affida al cielo con dei palloncini, Gita le sparge alla base del grande albero. La ciotola galleggia in primo piano, davanti allo skyline di Seattle.
L'imbarcazione dei Conrad si fa sempre più piccola sul mare. 
Scorrono i titoli di coda, siglati dal gesto di un monaco che distrugge il suo mandala di sabbia, ormai compiuto.
  



    
COMMENTO

Bertolucci, che nel 1989 aveva realizzato con il fratello Giuseppe per la televisione, in occasione del Mundial 90, il video subliminale "Bologna", completa con "Piccolo Buddha" (Little Buddha, 1993) la sua trilogia del distacco geografico dall'utero padano. Il film, sceneggiato con Rudy Wurlitzer e Malk Peploe, fotografato da Storaro, girato in Nepal, Bhutan e nel Sakya Monastery of Tibetan Buddhism di Seattle, Stato di Washington, chiude infatti I'esperienza esotica iniziata con "L'ultimo imperatore". Lontani sono i padiglioni della Città Proibita di Pu Yi, ancora più remoti sembrano gli orizzonti oleografici del "Tè nel deserto", ma una cosa è certa: la storia "vera" del piccolo Buddha (nel Tibet è successo più volte che un santo si reincarnasse in un bimbo) serve all'autore per realizzare un'opera fastosa e pasoliniana quant'altre mai. II film segue la logica del kolossal -europeo rivolto al mercato internazionale, ma é singolarmente contraddittorio.

Questa "trilogia dell'altrove" assomiglia troppo alla "trilogia della vita" del mentore Pier Paolo, anzi il doppio binario della vicenda di Jesse e di Siddhartha istituisce anche un riferimento all'Edipo re. Quel vecchio errabondo e quasi essiccato dalle intemperie che porta a Norbu la ciotola di Dorje è l'eterno viandante (cioè I'incarnazione di un dio tra gli uomini) e l'Edipo cieco di Pasolini, convinto che la vita finisca laddove comincia. Pur sempre da un ventre materno scaturisce l'infante divino, come in una Bassa primo Novecento e nell'antica città di Tebe vedono la luce i due Edipo pasoliniani. Così il mendicante sacro, che adombra il vate friulano, consegna a Bertolucci l'eredità di un cinema lirico e fiabesco-antropologico.

I classici greci insegnano che la realtà è molteplice, che la personalità si sdoppia, come i due soli e la duplice Tebe rivelati da Dioniso all'apollineo sovrano Penteo. Anche la luna, si sa, ha un lato sempre nascosto agli occhi mortali, cosicché ogni individuo e ogni famiglia ripetono l'agone inesorabile tra Io ed Es, spirito apollineo e mistero dionisiaco, luce e ombra, potere dei padri e ribellione dei figli. Su questo filo corre l'opera di Bertolucci e "Piccolo Buddha" non fa eccezione. Anzi la sua trilogia aggiunge la diade Oriente/Occidente a quelle sopra elencate. 
Che cos'è che non funziona a Seattle, dove le statistiche dicono si trovi la più alta qualità della vita? I Conrad sono, come i Moresby, ben famiagiati e istruiti, inoltre hanno un figlio simpatico e curioso, benché innegabilmente 'waspy'.
Ricordate l'opposizione cromatica enunciata da Storaro a proposito della Luna? Il conformismo apollineo si tinge d'azzurro, la scarola dionisiaca ha pareti arancione. Questi due colori e il loro significato emotivo caratterizzano il set di Piccolo Buddha.

Perciò Seattle è algida e asettica come l'interno di un obitorio, mentre l'India settentrionale è un trionfo di pitture, decorazioni vivaci, caldi impasti microbici. Questo vuol dire che i Conrad sembrano felici ma non lo sono, quanto i miserabili indiani, apparentemente schiacciati dalla sventura, mostrano un'invidiabile serenità interiore. Fin qui tutto è molto ovvio, e tanto scontato che basterebbe rovesciare I'assunto per mettere in crisi l'intera struttura. Bertolucci sa tuttavia che le cose non sono così semplici, perché anche l'Oriente ha i suoi dolori e cerca di trovare il modo per uscirne. Quindi ripetere la storia del Buddha può servire agli uni e agli altri.
Ricorrendo alla tecnica abituale del flashback, il regista svolge davanti ai nostri occhi incantati la lunghissima pezza di lino prezioso che è l'epica formidabile di Siddhartha. Tutto inizia infatti con il "c'era una volta"
emblematico dell'apologo del santone e della capretta, dove quest'ultima rivela al primo, pronto a sgozzarla, d'essere stata in una vita precedente un santone che sacrificava caprette agli dei. Ed è in nome della compassione e di una giusta via di mezzo che il principe si fa povero e, lasciata la torre di Sigismondo, intraprende il suo viaggio nel mondo. Di contro, è assai meno convincente la frase con cui Lisa Conrad commenta il fallimento dell'azienda dov'è impiegato il consorte: "Ridiventeremo poveri, allora, ma felici lo stesso" (che replica I'identica affermazione di Barbara Spaggiari nella "Tragedia di un uomo ridicolo"). Proposito dilettantesco e insincero, come gradevoli ma stereotipati sembrano i corpi di moglie e marito. La simpatia del regista va invece al curioso 'ensemble' dei monaci buddisti, pare autentici tibetani, che con candore rosselliniano, e cartoonistico, attorniano il "principino" Jesse come vecchie zie affettuose. Spicca tra loro, e non potrebbe essere altrimenti, il ruolo carismatico di Norbu, interpretato dall'ottimo Ying Ruocheng, già carceriere di Pu Yi nell'Ultimo imperatore. Tale coincidenza non è casuale, perché Jesse viene catturato dal lama con i miti della teologia buddista come farebbe un ragno con la tela.
Effettivamente Ruocheng è anche qui il secondino filosofo, benché amabile e saggio, del bambino di nobili origini o, meglio, di buona famiglia anglosassone. Norbu è pur sempre un Clotaldo e narra pietose menzogne al suo prigioniero.
  


    
La ricca vena fiabesca delle peripezie di Siddhartha, che è l'invenzione migliore del film, si insinua perciò nel quotidiano azzurrastro dei Conrad con tutto il circense splendore della verità. Lisa ci cade per prima e Bertolucci si rivela particolarmente abile nel suggerirci di quale tipo di conversione si tratti in realtà: la solita, rischiosa, gratuita, disneyana, universale evasione nel fantastico. Ogni religione, si sa, è anche spettacolo, recita di navigati illusionisti, accurata performance mediologica. Se questa notazione è giusta, se ne ricava che Bertolucci non ha abbandonato affatto la vis polemica delle sue prime opere ma semplicemente, dopo lo scandalo di "Ultimo tango a Parigi", tende a nasconderla con virtuosistici orpelli. E forse la nasconde anche a se stesso.

Tutto ciò è sostenuto dal fatto che in "Piccolo Buddha" l'esplosione di ori, guglie, racemi e decorazioni, un autentico sabba o incensovisuale, termina davanti al grande occhio dello stupa di Katmandu, dove Norbu commenta: 
"Vedi queste persone? Tutti noi, e tutte le persone che vivono nel mondo oggi, tra un centinaio di anni saremo tutti morti. Questa è l'impermanenza". 
Verità inoppugnabile, che precede di poco il duello fra Mara e Siddhartha. L'imperturbabile ed estetico guru interpretato da Keanu Reeves affronta il Maligno, che ha le sembianze di Primo Spaggiari.
La tragedia di un demonio ridicolo, appunto, come fastidiosa e risibile è la sopravvenuta credulità dell'ingegnere Conrad, che addirittura solleva i tre mostruosi nanetti rossi, elevati alla dignità lamaistica, perché accedano al
palcoscenico in cui eternamenre meditano i simulacri dei bodhisattva.
Che anche questo sia un ennesimo elaboratissimo inganno di Mara? Che il film intero, oltre che un gioco, sia un sogno è reso evidente dallo schema simmetrico della storia e dalla cornice del "c'era una volta" che inquadra la doppia vicenda. La vita è sogno, tuttavia, e allora che cosa credere più reale, il variopinto trucco buddista, l'eroe leggendario Siddhartha o le funebri riviere occidentali? Bertolucci sembra pensare ancora che il cinema è la vita, come ritenevano i registi della Nouvelle Vague: se ne deduce che il cinema è un sogno, anzi ambisce ad assumere nel Piccolo Buddha lo statuto del lusso supremo, la religione.
  







     
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1 commento:

sergio celle ha detto...

..film straordinario che ancora guardo volentieri...un post fantastico che amerei vedere pubblicato presso la community "l'universo dell'arte"...ma fa lo stesso, è bello leggerlo anche da te..Loris di auguro Buon Nate e felice anno nuovo...a presto..