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martedì 8 gennaio 2013

BOUVARD E PECUCHET - Film di Jean-Daniel Verhaeghe (Romanzo di Gustave Flaubert)

  
BOUVARD E PECUCHET
Regia di Jean-Daniel Verhaeghe
Autori e Scrittori: Gustave Flaubert (dal suo romanzo) e Jean-Claude Carrière
1989 - Francia - Drammatico

Interpreti e personaggi

Jean Carmet - Juste Pecuchet
Jean-Pierre Marielle - François Bouvard
Pierre Étaix - Maître Tardivel
Catherine Ferran - Mme Bordin
Yves Dautun - Gorju
Laure Duthilleul - Mélie
Andrée Tainsy - Germaine
Pierre Forest - Le curé
Marc Fayolle - Foureau
François Dyrek - M. Vaucorbeil
Sylvaine Charlet - Mme Vaucorbeil
Jean Périmony - M. Marescot
Anne-Marie Franques - Mme Marescot
Laurence Mercier - Mme Castillon
Jean de Coninck  - M. Faverges

     

   

Bouvard e Pécuchet, due copisti parigini che hanno fatto amicizia sedendo sulla stessa panchina di un boulevard, decidono di ritirarsi insieme in campagna, grazie ad una eredità. Comprano una casa in Normandia, il sogno della loro esistenza, e lasciano la capitale. Si dedicano poi, di comune accordo, a tutti i campi, teorici e pratici, del sapere, passando dal giardinaggio alla chimica, dalla medicina all’astronomia, dalla letteratura allo spiritismo.
Non contenti di tutti questi esperimenti, i due protagonisti, dopo essersi accostati alla letteratura per scoprire l'importanza della psicologia, del romanzo storico e della scrittura, poi alla ginnastica, allo spiritismo, alla magia e alla filosofia, proprio quando meditano un suicidio da eseguire nella notte di Natale, scoprono l'importanza della pedagogia e decidono di adottare due orfani. Infine, stanchi dei tanti fallimenti, decidono di tornare alla loro antica professione.


Il loro ingenuo entusiasmo enciclopedico offre a Flaubert lo spunto per passare in rassegna gli argomenti più disparati, collezionando su ciascuno sciocchezze, luoghi comuni e frasi fatte. 
Le due componenti fondamentali della personalità artistica di Flaubert – quella lirica e quella che potrei dire realistica – coesistono all’interno della sua opera sin dai primi tentativi che risalgono agli anni della sua adolescenza. 
Liceale, verso i quindici anni egli abbozza racconti storici che hanno toni macabri e violenti del più cupo romanticismo; ma già a sedici anni, nel 1837, pubblica su un giornale di Rouen “Una lezione di storia naturale”, ironica e minuziosa registrazione delle banalità enunciate da un tipico rappresentante della piccola borghesia… 
“Parla con i colleghi del disgelo, delle lumache, dei lavori di pavimentazione del porto, del ponte di ferro e del gas”. 

Si profila in lontananza il “Dizionario dei luoghi comuni” destinato a coronare il racconto delle interminabili scorribande di Bouvard e Pécuchet, i due intrepidi copisti, in tutti i campi del sapere. 
Sin da questo periodo, la visione che Flaubert ha del mondo è improntata ad un radicale pessimismo; la sua formazione è stata segnata profondamente dall’infanzia trascorsa con la famiglia nel tetro ospedale di Rouen, dove il padre era primario, a pochi passi dalle corsie degli agonizzanti e dalla “morgue”. 

Gli ultimi dieci anni della sua vita, tra gli orrori della guerra del ’70 e l’ossessione dei problemi di denaro, sono estremamente duri: ne attenua la tristezza, nel 1877, il grande successo dei “Tre racconti” (Un cuore semplice, La leggenda di San Giuliano ospitaliere, Erodiade), in cui la critica unanime riconosce finalmente un autentico capolavoro. 
Un gruppo di scrittori formato da Alphonse Daudet, Zola, Maupassant ed altri si raccoglie in questi anni intorno a lui, considerandolo il proprio maestro; quando muore, l’otto maggio 1880, lascia incompiuto Bouvard e Pécuchet, che verrà pubblicato postumo. 

Incentrato sulle ambizioni enciclopediche dei due protagonisti, è una sorta di “summa” dell’umana stupidità, dell’inesauribile disponibilità dei filistei ad assimilare nozioni contraddittorie e a enunciare luoghi comuni. 
Poco compreso al suo apparire, Bouvard e Pécuchet ci appare oggi forse come l’opera fluabertiana più rivolta verso l’avvenire; nel suo grottesco delirio d’accumulazione dei materiali più disparati, nella sua fittizia neutralità carica d’ironia, apre il cammino a quello che sarà il gusto dissacrante e provocatorio delle avanguardie del secolo scorso.
     

     

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