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lunedì 21 gennaio 2013

IL BALLO DELLE INGRATE (The Dance of the Damned Women - De Fördömda Kvinnornas Dans) - Ingmar Bergman


   
IL BALLO DELLE INGRATE
(The Dance of the Damned Women) 
Titolo originale - De Fördömda Kvinnornas Dans
Regia - Ingmar Bergman
Soggetto - Ingmar Bergman
Sceneggiatura - Ingmar Bergman

Fotografia - Sven Nykvist
Montaggio - Siv Lundgren
Musiche - Claudio Monteverdi
Scenografia - Ann Terselius-Hagegard
Costumi - Maggie Strindberg
Produttore - Ingmar Bergman, Måns Reuterswärd
Casa di produzione - Cinematograph SR 2

Paese - Svezia
Anno 1976
Formato - Film TV
Genere - Drammatico
Durata - 24 minuti
Lingua originale - Svedese
Colore - Bianco/Nero
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Nina Harte: ballerina
Heléne Friberg: ballerina
Lena Wennergren: ballerina
Lisbeth Zachrisson: ballerina
  


    
Quasi come appendice a “Il flauto magico”, Bergman realizzò nel 1976 un'operina televisiva breve ma tutt'altro che trascurabile dal titolo “Il ballo delle ingrate”.  Si tratta di un balletto che non è un balletto; di un'azione mimata in musica: per dirla con l'autore, “un dramma senza parole”, una “composizione coreografica”. Ha sì forma di balletto, ma l'azione si basa più sulle espressioni e sugli atteggiamenti dei personaggi che sui movimenti dei loro corpi. All'inizio una donna, ripresa a colori, annuncia lo spettacolo. 
Spiega che le protagoniste dell'azione sono quattro donne chiuse in una stanza.

“Occorreva che le loro reazioni – dice - si riflettessero sui loro volti, sui loro atteggiamenti, sulle loro mani, sui loro occhi. Noi non comunichiamo gli uni con gli altri soltanto con la parola. Il linguaggio del corpo è estremamente più ricco e può raggiungere il nostro subcosciente con maggiore efficacia. I gesti possono rivelare il medesimo significato in culture diverse a differenza del linguaggio normale... Le protagoniste sono quattro: una donna morta vestita di nero e tre ragazze, due grandi e una bambina. Si tratta di un episodio molto semplice. Vi presenteremo il filmato una prima volta, poi tornerò da voi per illustrarvi l'idea che lo ha ispirato e quindi Io ripresenteremo. Forse allora noterete una quantità di dettagli che vi sono sfuggiti e forse vedrete il film sotto una nuova luce”.
  


   
Segue, in un bianco e nero elegantissimo, la coreografia, firmata da Donya Feuer, coreografa per “Il flauto magico”. Le musiche di Claudio Monteverdi sono eseguite dall'orchestra Musicae Holmia; la voce lirica è di Dorothy Dorow.
Le danzatrici che non danzano ma si muovono secondo la musica sono Nina Harte (la più piccola, la stessa bambina che si vede come spettatrice in “ll flauto magico”, Heléne Friberg, Lena Wennergren e Lisbeth Zacharisson. 
L'azione dura una diecina di minuti. In un primo tempo l'esuberanza della giovinezza (la bambina con la bambola) sembra prevalere sulla tristezza della morte (la donna vestita di nero), ma piano piano tutto si appiattisce e sembra che perfino la bambina venga inghiottita dal velo di tristezza che si distende sulla scena.
  


   
A questo punto torna la presentatrice, per illustrare il significato simbolico della coreografia. Spiega il legame con “Il flauto magico”; l'idea iniziale di fare un film che avesse come protagoniste le anime dannate. Ma qui “protagoniste sono le donne afflitte da una diversa dannazione. La stanza chiusa simboleggia il mondo ristretto in cui sono costrette a vivere. Il loro stato di recluse le spinge fatalmente ad aprirsi con le altre. Le più anziane insegnano alle più giovani come adattarsi alla condizione di donna. Nelle generazioni più giovani vengono inculcati vecchi concetti che opprimono le donne. L'argomento non è soltanto la lotta per il potere fra le generazioni, ma anche la loro sottomissione. La donna in nero può essere vista come figura materna avida di potere che aggredisce le tre sorelle, cioè le figlie. Prima fra tutte la bambina, ma in seguito anche lei viene attratta in questo modo dalle donne più anziane. L'oppressione è completa e totale”.
  
   
In effetti, rivedendo la pantomima dopo l'illustrazione della simbologia si hanno sensazioni e pensieri diversi. Il ballo delle ingrate si rivela pertanto come un apologo destinato a chiarire un tipo di rapporto tra Bergman e il suo pubblico. Il regista invita a guardare il cinema con occhio intelligente e accorto, ad andare oltre la lettera del racconto, a facilitare il compito di chi, come lui, con il cinema intende risvegliare le coscienze. “Il ballo delle ingrate” è una lezione sulle chiavi di lettura dell'audiovisivo e insieme un pressante invito allo spettatore a mettersi davanti allo schermo in posizione critica, intelligente, attiva. E un'esortazione a non fermarsi alle apparenze, a tener presente, ancora una volta la differenza tra maschera e realtà; tra spettacolo e vita, non per divertirsi di più, ma per non allontanarsi poi troppo dalla vita, “L'unica cosa triste - dice alla fine del secondo intervento la presentatrice - è l'indifferenza”.
  


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