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martedì 8 gennaio 2013

LA CONTESSA DI CASTIGLIONE (La vera storia di Virginia Oldoini - The Countess of Castiglione) - Flavio Calzavara

 Virginia Oldoini, contessa di Castiglione

LA CONTESSA DI CASTIGLIONE
(The Countess of Castiglione) 
Regia - Flavio Calzavara
Soggetto - Piero Accame, Flavio Calzavara
Sceneggiatura - Mario Beltrami, Flavio Calzavara
Produttore - Nazionalcine
Fotografia - Gabor Pogany, Carlo Montuori
Musiche - Virgilio Doplicher
Scenografia - Guido Fiorini
Costumi - Gino C. Sensani 
Genere - Drammatico
Paese di produzione - Italia
Anno - 1942
Durata - 91 minuti
Colore - Bianco/Nero
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Doris Duranti: Virginia Oldoini, contessa di Castiglione
Andrea Checchi: Baldo Princivalli
Renato Cialente: Costantino Nigra
Enzo Biliotti: Napoleone III
Lamberto Picasso: marchese Oldoini
Giacomo Moschini: Mocquart
Clara Auteri Pepe: Martina
Nico Pepe: Un amico degli Oldoini
Emilio Petacci: Uno degli amici del marchese Oldoini
Vinicio Sofia: Uno degli amici del marchese Oldoini
Alfredo Martinelli: uno degli amici del marchese Oldoini
Armando Migliari: Uno degli amici del marchese Oldoini
Claudio Ermelli: il nobile sulla sedia a rotelle
Nino Marchesini: Connot
Annibale Betrone: L'urbanista barone Hassmann
Cesare Barbetti: il piccolo Peruzzi
Gabriele Ferzetti


Napoleone III 

  
La contessa Castiglione è un film di Flavio Calzavara. Girato a Cinecittà, riprende romanzandola la storia della missione di Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, presso Napoleone III per convincerlo ad appoggiare il Regno di Piemonte.

Siamo nel 1855. A Parigi per una delicata missione mondano- diplomatica, affidatale da suo cugino conte di Cavour presso la corte di Napoleone III, la bellissima Virginia Oldoini (conosciuta come Contessa di Castiglione), incontra un giovane carbonaro mazziniano (una sua antica fiamma) contrario alla politica cavouriana. L'incontro avviene proprio nel momento cruciale degli intrighi della contessa alla corte di Francia, e il rivedere il suo antico amore riaccende in lei la passione mai del tutto sopita. Ma tra l'alternativa in cui viene posta dall'amante: o lui o la politica,   vince la Ragione di Stato, per cui la porterà a scegliere, seppur a malincuore, il suo compito patriottico.


IL MOMENTO STORICO

Siamo in pieno Risorgimento italiano, e precisamente nel periodo che va dalla prima alla seconda guerra d’indipendenza. Sconfitto dagli Austriaci nel 1849, il Piemonte si sta preparando per la rivincita. L’uomo a cui viene affidato questo arduo compito è Cavour, il primo Ministro di Vittorio Emanuele II. Egli comprende che per riuscire nell’impresa il Piemonte deve procurarsi un alleato potente, e Cavour punta sulla Francia e mette in atto ogni mezzo per farsela amica. Pensa così di sfruttare la bellezza e l’ambizione della contessa di Castiglione per penetrare nell’intimità di Napoleone III. Il tentativo però riuscì solo in parte, perché il contributo di questa “divina plenipotenziaria” non corrispose perfettamente alle aspettative di Cavour.



LA VERA STORIA DI VIRGINIA OLDOINI
LA CONTESSA DI CASTIGLIONE
   
      
“Nacqui nell’istante in cui una stella cadente passava sulla mia culla. Correva l’anno 1843 e non 1840 e non fu il mio antico villaggio a sentire i miei primi vagiti, ma un altro villaggio, poiché il segreto circonda la mia nascita: non so bene dove sia nata e da chi sia nata…”

Chi scriveva così sapeva benissimo di essere nata a Firenze il 22 marzo 1837 dal marchese Filippo Oldoini e da donna Isabella Lamporeschi. Questo strano modo di avvolgere i propri natali in un alone di mistero è una chiara testimonianza di un carattere fantasioso e bizzarro.
Virginia Oldoini era di una bellezza rara. Quando a Firenze, ancora dodicenne, passava sui Lungarni, la gente si affollava per guardarla. Qualcuno la chiamò l’Unica. Gli occhi, di un azzurro intenso, con una strana sfumatura violacea, facevano un profondo contrasto con i capelli castano dorati, morbidi, inanellati.


Virginia non ebbe una grande cultura, ma la natura le diede un’intelligenza vivace e un intuito pronto. In casa la chiamavano “Nicchia” e sotto questo nome la conobbe il principe Luigi Napoleone (il futuro Napoleone III) quando la giovane abitava a Firenze. Crescendo, Nicchia divenne sempre più strana: amava sbalordire il prossimo, essere ammirata, emergere dalla folla. Il colore preferito dei suoi abiti era il viola, anche se questo colore non si addiceva ad una giovinetta. Ma i suoi occhi non avevano forse sfumature viola?…

A diciassette anni, e precisamente il 9 gennaio del 1854, Virginia Oldoini diventa contessa di Castiglione poiché sposa il conte Francesco Verasis Asinai di Castiglione Tinella, gentiluomo di corte di Sua Maestà Maria Adelaide, la prima moglie di Vittorio Emanuele II. Ma non si può dire che sia stato un matrimonio d’amore: la giovane sposa infatti confessa nel suo diario di aver pianto quel giorno, e non per la più comprensibile delle emozioni.
Di questo matrimonio infelice incolperà in seguito la madre, rimproverandola di non averla accompagnata allora in Francia.
“Se così fosse stato – scriveva – oggi la Francia avrebbe per imperatrice un’italiana e non una spagnola”.
Parole non certo modeste, che rivelano quale grande ammirazione la contessa avesse di sé.
Come è noto, Napoleone III aveva sposato nel 1853 la spagnola Eugenia de Montijo.
A Torino, dove i Castiglione si erano trasferiti, Nicchia trovò modo ben presto di risplendere nei salotti della nobiltà piemontese, anche se due avvenimenti accaddero in questo periodo: la morte della regina Maria Adelaide e la nascita del suo primo figlio.
La morte della regina, che valse a far chiudere per un certo periodo i salotti torinesi, parve turbare maggiormente la giovane contessa di quanto non la esaltasse la gioia per la nascita del figlio.
Comunque a Torino ebbe modo di conoscere un secondo cugino, un parente molto importante: il Presidente del Consiglio dei Ministri, Camillo Benso conte di Cavour.
  
 Conte di Cavour (Francesco Hayez)
   
Cavour ebbe modo per più di un anno di studiare questa giovane, fatua ma intelligente, vanitosa ma affascinante. E, da quel grande conoscitore dell’animo umano che era, pensò di sfruttare tali qualità. A poco a poco andò maturando un progetto, che dimostra l’acume del grande ministro piemontese: mandare Nicchia a Parigi, dove col suo fascino, ma soprattutto con la sua ambizione, avrebbe potuto influire sull’animo di Napoleone, sensibile alla bellezza muliebre, e convertirlo alla causa italiana. Cavour sapeva che durante la sua vita l’imperatore era sempre stato dominato dalle donne: prima fra tutte da sua madre, la regina Ortensia, che ne aveva forgiato la volontà come meglio aveva creduto.
La bellezza e l’ambizione di Nicchia non avrebbero quindi potuto avere facilmente ragione sulla debolezza dell’imperatore? A Parigi però pochi seppero trovare in questa giovane la vivace intelligenza su cui puntava Cavour. Fu definita addirittura “sciocca e priva di fascino” e alla corte francese circolò per lei il soprannome di “La bella e la bestia” per sintetizzare in due parole le sue due uniche qualità. Comunque il suo primo ingresso a corte fu teatrale. Apparve in ritardo, vestita di bianco e priva di gioielli. Era una sfida. La bella italiana voleva conquistare Parigi solo con la sua bellezza. Ma più che Parigi voleva conquistare Napoleone III.

La conquista fu facile. Ben presto l’imperatore si prostrò ai suoi piedi. Cavour, nel congedarla, le aveva detto…
“Cerca di riuscire, cara cugina, con il mezzo che più vi sembrerà adatto, ma riuscite!”

E il “mezzo” la bella contessa lo trovò facilmente. I doni dell’imperatore superarono ogni previsione. C’è chi parla di cinquantamila franchi mensili per le spese voluttuarie o, come si diceva allora, per “i dolciumi e i guanti”, e di una famosa collana di perle a sei giri che sarà poi venduta per quattrocentoventiduemila franchi. La bella contessa non si sacrificò dunque molto sull’altare della patria; e, a stare ad alcuni suoi critici, fu anzi molto interessata. Si parlò pure di un posto di segretario d’ambasciata a Pietroburgo che il Cavour avrebbe dovuto offrire al padre di Nicchia. tuttavia la bella contessa si vantò più volte in seguito di aver addirittura “fatto l’Italia”.
Non fece certo l’Italia, siamo d’accordo, ma la sua presenza a Parigi ebbe indubbiamente un certo influsso sulla politica francese nei riguardi del Piemonte. Sta di fatto che Walewski, allora Ministro degli Esteri francese, divenne a poco a poco filopiemontese.


Quando realmente ha inizio la relazione tra la contessa e l’imperatore? Pare non prima del 1857. Ella ormai ha stabilito la sua residenza in una villetta in Rue de Passy e raramente si muove da Parigi nonostante gli insistenti e accorati richiami del marito che vive solo a Torino. Nicchia è ormai presa da quel gioco così piacevole che non si sente più di rituffarsi nella modesta vita provinciale della capitale piemontese. E ben presto la sua separazione dal marito diverrà legale. Ritornerà ancora in Piemonte, ma per brevi soggiorni, soprattutto quando dovrà caldeggiare il matrimonio tra la giovane principessa Clotilde, figlia di Vittorio Emanuele II, e Gerolamo Bonaparte, matrimonio che si rivelerà utilissimo alla causa italiana. L’armistizio di Villafranca (luglio 1859) sarà un duro colpo per la contessa e segnerà l’inizio del distacco da Napoleone. In verità il distacco non fu dovuto al voltafaccia del “piccolo Bonaparte”, come Nicchia dirà in seguito, ma a un attentato all’imperatore organizzato, pare, da un cameriere della contessa, durante un convegno dei due amanti. L’attentato fallì, ma diede la possibilità all’imperatrice Eugenia di ottenere l’espulsione dalla Francia della bella rivale. La stella di Nicchia volgeva ormai al tramonto.


Fino al 1862 alla contessa di Castiglione non sarà permesso di rimettere piede in Francia. Non appena però, per l’intervento di potenti amici, potrà farvi ritorno, cercherà di rinverdire gli allori di un tempo. Ma l’incostante Napoleone aveva già rivolto i propri pensieri verso altri amori. Allora Nicchia cercherà altre vittorie. Saranno piccole vendette di donna, come quando smetterà di indossare la crinolina, che, per ragioni estetiche, l’imperatrice aveva rimesso in voga. Tale gesto costituirà una sfida alla bella Eugenia, che non poteva indossare un abito sciolto con la medesima disinvoltura della contessa di Castiglione.

Ma a trent’anni la bella Nicchia si sente già vecchia. E non sa arrendersi. La sua bellezza va sfiorendo e commovente sarà la sua lotta con gli anni.
Nel 1868 le muore il marito e poco dopo in Spagna, l’unico figlio. Ombre tristi si addensano sull’animo di questa bellissima donna, ombre che varranno sempre più a incupirla, a renderla sospettosa e maniaca. Inoltre la sua situazione economica va peggiorando. Fin dal suo primo ingresso in società ella ha puntato tutto su doni passeggeri: la giovinezza e la bellezza e deve constatare con sgomento che ha puntato su un cavallo perdente. e non varrà ad allontanare la sconfitta il velo nero con cui farà coprire gli specchi di casa. Le rughe si addenseranno sul suo viso, il corpo perderà la propria freschezza e Nicchia vivrà disperata, poiché mai saprà rassegnarsi.
E giungerà la fatale data del 28 novembre 1899, quando la morte la coglierà, improvvisa, in una camera del ristorante Voisin di Parigi, dove, tormentata dalla mania di persecuzione, si era ritirata negli ultimi tempi. Aveva disposto che la propria salma venisse rivestita con una certa camicia, in ricordo dell’amore imperiale, e che i suoi due cagnolini, imbalsamati, venissero sepolti con lei. Le sue disposizioni non furono eseguite, poiché il testamento venne alla luce dopo la sua sepoltura.“Ogni donna ha il dovere di essere bella, non per sé, ma per gli altri. Per sé invece, deve essere ambiziosa, astuta e agguerrita”.
Così scrisse nel suo diario la contessa di Castiglione, e questa frase rivela la sua personalità.

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