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sabato 26 gennaio 2013

L'IMMAGINE ALLO SPECCHIO (Face to Face - Ansikte mot ansikte)- Ingmar Bergman


   
L' IMMAGINE ALLO SPECCHIO (Face to Face)
Titolo originale - Ansikte mot ansikte
Regia - Ingmar Bergman
Soggetto - Ingmar Bergman
Sceneggiatura - Ingmar Bergman
Produttore - Lars-Owe Carlberg
Produttore esecutivo - Katinka Faragó
Casa di produzione - Cinematograph AB; Dino De Laurentiis Cinematografica; Sveriges Radio AB. TV2
Fotografia - Sven Nykvist
Montaggio - Siv Lundgren
Musiche - Wolfgang Amadeus Mozart
Al pianoforte - Käbi Laretei
Tema musicale - Fantasia in Do minore K 475
Scenografia - Anne Hagegård e Peter Kropenin
Costumi - Maggie Strindberg
Trucco - Cecilia Drott, Helena Olofsson
Lingua originale - Svedese
Paese di produzione - Svezia
Anno 1976
Durata - 114 minuti
Colore - Colore (Eastmancolor)
Audio - Sonoro (mono)
Genere - Drammatico

Interpreti e personaggi

Liv Ullmann: dottoressa Jenny Isaksson
Erland Josephson: dottor Tomas Jacobi
Aino Taube: la nonna
Gunnar Björnstrand: il nonno
Kristina Adolphson: la bambinaia Veronica
Marianne Aminoff: madre di Jenny
Gösta Prüzelius: padre di Jenny
Gösta Ekman: Mikael Strömberg
Helene Friberg: Anna
Kari Sylwan: Maria Jacobi
Sif Ruud: Elisabeth Wankel
Sven Lindberg: dottor Erik Isaksson, marito di Jenny
Tore Segelcke: la signora
Ulf Johanson: dottor Helmuth Wankel
Jan-Eric Lindquist (come Jan-Erik Lindqvist):
Birger Malmsten: il violentatore
Göran Stangertz: il violentatore
Lena Olin: commessa
Rebecca Pawlo: commessa
Mona Andersson: una paziente
Donya Feuer: una paziente

Premi

Golden Globe 1977
Miglior film straniero

1977
New York Film Critics Circle Awards, migliore attrice Liv Ullmann

1976
Los Angeles Film Critics Association Awards, migliore attrice Liv Ullmann, migliore film straniero

National Board of Review Awards 1976: miglior attrice (Liv Ullmann)
  
Liv Ullmann: dottoressa Jenny Isaksson


   
PREMESSA

Nacque come film televisivo anche L'immagine allo specchio, che inizialmente consisteva in quattro episodi di cinquanta minuti ciascuno. Lo stesso Bergman ne ricavò un'edizione di 135 minuti che fu presentata nel 1976 al Festival di Cannes. L'edizione che uscì in Italia, invece, durava circa un'ora e mezza.Il film, che si ispira alla storia vera di una psichiatra, fu girato in Svezia, prodotto da Dino De Laurentis e destinato inizialmente alla televisione americana. Il titolo originale, infatti, è in inglese: Face to face. Questo "faccia a faccia" richiama ancora lo scritto di San Paolo cui si ispirò a suo tempo Come in uno specchio. Bergman non annovera L'immagine allo specchio tra i suoi film meglio riusciti. 
  

   
TRAMA

Il film comincia con un'immagine di mare quieto, sulla quale appare in dissolvenza incrociata il volto della dottoressa Jenny Isaksson (Liv Ullmann), assistente del direttore di una clinica psichiatrica. Sola in un appartamento vuoto, Jenny telefona alla nonna: sarà a casa per le otto, dopo aver fatto un salto in clinica, dove temporaneamente sostituisce il primario. Jenny è sola in città. Il marito Erik è assente per tre mesi: si trova a Chicago per un congresso. La figlia Anna, quattordicenne, innamorata di un ragazzo di 17 anni, è al campeggio. In attesa di insediarsi nella nuova abitazione in allestimento, Jenny è ospitata per due mesi nella casa dei nonni. Non ha i genitori, morti in un incidente automobilistico.
Prima di rincasare, dunque, Jenny passa in ospedale, dove fa visita alla sua paziente Maria, dalla quale non ottiene che poche frasi sconnesse. A casa, la nonna chiede alla nipote se c'è qualcosa che non va. Ella risponde che va tutto bene. A una festa in casa della moglie del primario, Jenny comincia ad avere l'impressione di un distacco da quanto la circonda. Trova compagnia soltanto in Thomas, un'ginecologo divorziato, che la invita a cena. Lei ha anche un amante, "meno simpatico di Erik". Gli telefona per rinviare un appuntamento.
Jenny torna nella casa vuota dove trova la sua paziente Maria. È una trappola. Ci sono anche due uomini, uno dei quali, il più giovane, cerca di usarle violenza. La donna è turbata, ma forse non per la violenza quasi subita. Torna a casa di Thomas. 
"Ci sono certe ore della vita - dice - che non si possono evitare. O forse sono minuti". 
Poi si abbandona a una crisi isterica. Di nuovo a casa della nonna, si sveglia dopo un lungo sonno nella cameretta. dove ha vissuto da bambina. I nonni escono, vanno in campagna, e la donna resta sola. Si sentono i festosi rintocchi delle campane della domenica. Jenny decide di uccidersi. Ingoia alcune pasticche e si abbandona, con dolcezza: 
"Non ho paura, non mi sento sola e non sono nemmeno triste. Anzi è una sensazione quasi piaceole".
Sogno di Jenny aspirante suicida: la nonna legge una favola, lei prova disgusto per i vecchi, per la vecchiaia. Voce fuori campo: 
"Non abbiamo paura degli orrori che conosciamo. Sono quelli che non conosciamo che ci spaventano". 
Il risveglio è in un letto d'ospedale, con l'ossigeno nelle narici. Arriva Thomas a confortare Jenny. 
Altro sogno: la donna è tra le sue pazienti, e c'è anche Anna, la figlia. Si torna alla realtà con la visita del marito: 
"Perdonami... perché l'hai tatto? In pane è colpa mia anche se non so proprio dove ho sbagliato". 
Altro sogno. Ci sono i genitori di Jenny, ed ella dice loro: 
"Voglio dimenticarvi per sempre". 
Altro risveglio e altro incontro con Thomas, che confida a Jenny un suo trascorso omosessuale. 
Nuovo sogno, in cui Jenny vede il suo cadavere, vede chiudersi la bara e vede bruciare il tutto in un grande rogo. Al risveglio c'è un lungo colloquio con Thomas. Jenny gli confida le sue paure, i suoi traumi infantili, i suoi
problemi, incluso quello religioso. 
Thomas parte, diretto in Giamaica. Arriva la figlia, p€r un rapido scambio di battu-
te con la mamma che conferma la loro incomunicabilità. 
"Io non ti sono mai piaciuta, mamma - dice - Sta' tranquilla, so cavarmela da sola". 
E torna al suo campeggio. Una volta guarita, Jenny rientra a casa dai nonni ed è colpita dall'affetto con cui la nonna accudisce il nonno morente. 
"Capii - dice, fuori campo - che l'amore abbraccia tutto, anche la morte". 
Riprende l'attività in ospedale voltando pagina, con un sorriso nuovo sul volto. Una didascalia finale informa che la donna rassegnerà le dimissioni, si separerà dal marito e andrà a fare ricerca scientifica negli Stati Uniti.
   



    
COMMENTO

L'immagine allo specchio è un film sulla paura e sulla "mutilazione spirituale". Alla vigilia della prima Liv Ullmann domandò a Bergman: "Piacerà il nostro film?"... e lui rispose: "Consideralo il bisturi di un chirurgo. Non tutti lo gradiranno". Jenny ha sempre il volto spaurito, ha paura della vita. E una donna dalla psicologia fragile. Ancora una volta Bergman ironizza sulla professione di una persona: la psichiatra che ha problemi psicologici. Dal mare quieto iniziale si arriva a una condizione di paura, che raggiunge l'acme nella crisi isterica e nel tentativo di suicidio. Da questo momento in poi si mette in moto la risacca, comincia la fase discendente verso una nuova quiete . La donna esorcizza i suoi spaventi confrontandosi nei sogni con le inquietudini infantili ("Muoio se mi chiudi di nuovo nell'armadio"), si riappropria di se stessa, riacquista la padronanza della sua vita, ricomincia a credere nel rapporto con il prossimo anche quando ha verificato che le persone più vicine non sono degne di un rapporto perché in qualche modo non hanno bisogno di lei.

L'altro tema, quello della "mutilazione spirituale", si aggancia strettamente a questo riportando l'attenzione dello spettatore sulla problematica religiosa così cara a Bergman. La chiave è nel colloquio finale tra Jenny e Thomas. Jenny si dichiara mutilata nei sentimenti. 
"Siamo un esercito di milioni di povere anime invalide - dice - che si aggirano per il mondo chiamandosi con parole disperate senza riuscire a comprendersi, suscitando in noi terrore". 
Thomas le risponde: "C'è'una formula magica per noi miscredenti. Vorrei che qualcuno o qualcosa avesse tanta potenza su di me per farmi diventare vero. Poter sentire una voce umana e avere l'assoluta certezza che è fatto come me".
Il cerchio così aperto si chiude con il ritorno a casa di Jenny, la quale, nell'osservare i due vecchi ancora legati da un rapporto d'amore, risolve in qualche modo il suo problema riportando l'amore al centro della vita, dell'universo, della riflessione sui destini dell'uomo. 
"Vidi la loro tenerezza, la loro dignità - dice Jenny - e capii che l'amore abbraccia tutto, anche la morte". 
La conseguenza è un nuovo risveglio alla vita, la decisione di recarsi puntuale l'indomani al lavoro di buon mattino, cui seguirà quella di dedicarsi alla ricerca scientifica (sforzo intellettuale per il bene del prossimo) dopo aver tagliato i ponti ormai formali con un passato ormai freddo e lontano. 

Nonostante abbia origini televisive, L'immagine allo specchio non è opera minore, come qualcuno a torto l'ha definito. Vi ritrovo con molta precisione e intensità i temi fondamentali della poetica del regista, e ve li ritrovo con una lucentezza formale di prim'ordine. L'uso dei primi piani, che taluno attribuisce a uno stile che si vorrebbe "televisivo", consente di affidare all'audacia interpretativa di un'attrice come la Ullmann il compito di penetrare all'interno dell'universo della persona umana, di scrutarla, quasi di aiutarla nel suo riprendere il filo dell'esistenza dopo una grave frattura ii presa di coscienza. Il processo di identificazione qui non si ha tanto con il personaggio, quanto con un ipotetico deuteragonista (non presente nel film, ma nella mano dell'autore) che vorrebbe aiutare il personaggio a superare l'ostacolo. Difatti lo aiuta, passo passo, ma senza prevaricare, senza offendere, rispettando,tutta la sua libertà di sbagliare e di non capire. Da notare, tra gli altri pregi, l'eccezionale soliloquio della protagonista quando si libera, parlando con Thomas, dei suoi terrori infantili, e assume di volta in volta l'espressione e quasi le sembianze di altri personaggi: la madre, la nonna. Eccezionale la Ullmann, ma di altissimo livello anche l'interpretazione degli altri attori, da Gunnar Björnstrand a Erland Josephson è via via a tutti gli altri.

E' un film scritto da Bergman con calligrafia molto personale. Jenny è la sua immagine allo specchio. 
"Ho tratto grande giovamento da questo processo - scriveva il regista in una lettera ai collaboratori prima di cominciare a girare. - Il mio tormento, che fino ad allora era stato vago, assumeva un'identità. Esso perdeva qualcosa della sua aura e del suo mistero. I nostri sforzi non saranno stati vani se, oltre a noi, qualcun altro ne avrà tratto il medesimo giovamento".
L'interpretazione corrente è quella psicanalitica. Nel presentare una storia di psicanalisi, il film diventa in qualche modo esso stesso seduta psicanalitica.
Un lavoro di chirurgia mentale. È un condensato di un'analisi con tanto di paziente, medico, strumenti (i sogni), avvio alla guarigione, risanamento. Bergman, autore troppo fine e avveduto, non si serve ovviamente di un approccio diretto al tema, non mette in scena una cura psicanalitica. Ma di fatto segue i vari momenti (riunendoli nella seconda parte del film) di una lunga, faticosa (anche se vista dalla parte dello spettatore) analisi. Il film pretende, per essere inteso, una lettura partecipe, dall'interno. Ma alla lettura psicanalitica è sotteso un altro messaggio, che risulta evidente quanto più si inserisce questo film nell'insieme della produzione del regista. Anche qui e soprattutto qui assistiamo al tentativo gigantesco di farci passare dalla menzogna alla verità, congedando fermamente i mediconi dell'anima che soffocano la difficoltà d'essere nell'espediente della chimica. Bergman riveste portamento sacerdotale. Si cura delle anime. Carità, e di conseguenza speranza. Anche la fede in definitiva confida nell'uomo. L'immagine allo specchio è anche una denuncia dell'illusione dei sensi non mediatizzati dall'anima.


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1 commento:

Anonimo ha detto...

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