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venerdì 4 gennaio 2013

ROMA - Federico Fellini.


      
ROMA
Regia - Federico Fellini
Soggetto - Federico Fellini, Bernardino Zapponi
Sceneggiatura - Federico Fellini, Bernardino Zapponi
Casa di produzione - Ultra Film, Les Productions Artistes Associés
Fotografia - Giuseppe Rotunno
Montaggio - Ruggero Mastroianni
Musiche - Nino Rota
Scenografia - Danilo Donati
Genere - Commedia
Paese di produzione - Italia
Anno  - 1972
Durata - 120 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Peter Gonzales: Fellini a 18 anni
Fiona Florence: Dolores
Britta Barnes:
Pia De Doses: La principessa Domitilla
Marne Maitland: Guida alle catacombe
Renato Giovannoli: Cardinale Ottaviani
Elisa Mainardi: La moglie del farmacista
Raout Paule:
Galliano Sbarra: Il presentatore
Paola Natale
Ginette Marcelle Bron (con il nome Marcelle Ginette Bron):
Mario Del Vago
Alfredo Adami
Stefano Mayore: Fellini da bambino
Sbarra Adami
Ennio Antonelli: Casellante
Bireno
Feodor Chaliapin Jr.: L'attore che recita Giulio Cesare
Gianluigi Chirizzi: Filippetto, l'aristocratico
Dennis Christopher: Hippie
Dante Cleri: Spettatore al cinema con la famiglia
Nancy Cohen: Adolescente americana
Ada Crostona: Donna nel teatro e poi alla Festa de' Noantri
Romolo De Biasi: Uomo al teatrino della Barafonda che mangia il panino
Angela De Leo
Rolando De Santis: Il caciarone al teatrino della Barafonda
Maria De Sisti: Proprietaria di casa Palletta
Marcella Di Folco: Figlio della signora Palletta
Francesco Di Giacomo: Uomo al bordello
Giovanna Di Vita: Prostituta che urla "embè?"
Andrea Fantasia
Lina Franchi: Prostituta spagnola al casino di lusso
Libero Frissi
Annunziata Fuciarelli: Donna impaurita e urlante durante il terremoto dovuto ai lavori sotteranei
Donatella Gambini: Gruppo motociclisti
Eleonora Giorgi: Gruppo motociclisti
Norma Giacchero: Intervistatrice
Veriano Ginesi: Uomo pelato al teatrino della Barafonda
Gudrun Mardou Khiess
Franco Magno: Il preside
Loredana Martínez: Loredana
Elliott Murphy
Anna Maria Pescatori: Roma
Cassandra Peterson
Mimmo Poli: Un avventore
Alessandro Quasimodo: Il principe
Giovanni Serboli
Guglielmo Spoletini: Spettatore all'incontro di pugliato
Fides Stagni: Signora al palazzo della principessa Domitilla
Maria Tedeschi: Suora alla sflilata
Nino Terzo: Cameriere della trattoria
Alvaro Vitali: Alvaro, ballerino di tip tap
Renato Zero

Sé stessi (non accreditati):
Federico Fellini
John Francis Lane
Marcello Mastroianni (scene eliminate)
Alberto Sordi (scene eliminate)
Gore Vidal

Doppiatori italiani

Renato Cortesi: Fellini a 18 anni; Voce alla radio; Gore Vidal
Cinzia Abbenante: Dolores
Oreste Lionello: Guida alle catacombe; Spettatore intellettuale
Mario Maranzana: Cardinale Ottaviani; Uomo nel rifugio con pila; Direttore dei lavori
Mario Conocchia: L'intervistato che si lamenta
Corrado Gaipa: Il presentatore; Spettatore al cinema con la famiglia; Un avventore grasso a cena; Il cameriere della trattoria; L'uomo sul camion
Alvaro Vitali: Alvaro, ballerino di tip tap
Federico Fellini: Sé stesso
John Francis Lane: Sé stesso
Anna Magnani: Sé stessa (presa diretta)
Marcello Mastroianni: Sé stesso (scene eliminate; presa diretta)
Alberto Sordi: Sé stesso (scene eliminate; presa diretta)
Elio Pandolfi: Presentatore della sfilata
Benita Martini: Direttrice del casino di lusso; Attrice del film proiettato
Adalberto Maria Merli: Voce che introduce al casino
Solvejg D'Assunta: Nana all'ingresso del casino; Voce di quasi tutte le prostitute nei vari dialetti; Prima inquilina; Domestica di casa Palletta; Voce insofferente nei bagni
Donatella Gambini: Donna alla finestra che canta sbattendo il tappeto
Gina Mascetti: Direttrice seduta al casino popolare
Elio Pandolfi: Voce che invita ad entrare nel casino
Luciano Melani: Giornalista
Isa Bellini: L'assistente del preside
Carlo Baccarini: Giudizio; Il cavaliere "fan" dell'attore
Silvio Spaccesi: Prete del collegio; Spettatore omosessuale
Gianna Piaz: La madre
Roberto Bertea: Il padre
Rolf Tasna: Voce del cinegiornale
Enzo Robutti: Spettatore
Tony Ucci: Il bullo di periferia; Spettatore che sposta i piedi; Spettatore insofferente
Renato Turi: Poliziotto che arresta
Dante Maggio: Direttore del teatro
Roberto Del Giudice: Cineoperatore

Premi

Festival di Cannes 1972: Gran Premio della tecnica al film
Premio della critica SFCC (Le Syndicat Français de la Critique de Cinéma) per il miglior film straniero
  

    
PREMESSA

“Roma” è un incontro con la città "madre e meretrice", come ben sappiamo, ma non il primo. Anche un ritorno all’infanzia di Federico Fellini. 
Per capire con quale spirito Fellini si è avvicinato a Roma conviene rileggere taluna delle sue dichiarazioni, per esempio una apparsa sull'Espresso del 28 maggio 1971, in cui tratteggia - anche attraverso l'aneddoto - il carattere della città. Ancora il film non è stato completato, ma Fellini, attraverso le immagini che comunica e le figure che rappresenta, già sa far pulsare perfettamente la vita della città.
“In un pomeriggio di ottobre del 1938 arrivai alla stazione, salii su una carrozzella e andai in Via Albalonga, rione San Giovanni. La prima cosa che mi capitò, scendendo dalla carrozzella davanti al numero 13 in cerca dell'affittacamere, fu di prendere uno sputo in testa da tre ragazzini che non si sono neppure ritirati dalla finestra. Fu la scoperta del romano, l'antico suddito papalino che vive in una città improbabile cresciutagli attorno a tradimento, uno che non si fida di dire la verità perché “non si sa mai", pauroso per timori atavici, un uomo dalle prospettive molto ravvicinate, attorniato da storia e monumenti ma rapportato soltanto alle consuetudini quotidiane e alla tribù familiare, mamma sorelle, nonni nipoti zia. Via Albalonga di nome si trasformava in un enorme ristorante all'aperto con il tram che passava scampanellando in mezzo ai tavoli traboccanti di mamme e di nonne, di urla e di esclamazioni, di occhi di vitella e di paiate, di code alla vaccinara. Tutti distrattamente soddisfatti. Privo di senso del peccato perché già confessato ed assolto per “diritto di cittadinanza”, è difficile concepire il romano sfiorato dai rimorsi. Uno spirito "gommoso" che non litiga con le istituzioni, non fa drammi sulla cultura, né giudica il prossimo che ritiene sempre peggiore di quello che è... Roma non è cambiata dal 1938 ad oggi. In sostanza è sempre la stessa, con gli abitanti immersi nel sonno del '600, tutti fossili dalla salute di tartarughe. Roma non pone schemi, non sa di psicanalisi, è una palude prefreudiana entro cui si sta benissimo…, non protegge, ma a lungo andare diventa un appartamento personale, piazza del Popolo che fa da stanza da pranzo, Via Veneto come camera da letto. Roma sfugge perché è un grande simpatico luminoso specchio in cui proietti te stesso e dove ti vedi nudo senza vergogna e rossori…, oppure una sirena, un mostro. Roma è uno spettacolo, e il romano dice ancora: “Andiamo a vedé Roma". Roma ha quel tanto di smemorato che affascina gli stranieri, una città che ti scoraggia dal dire: "Che vergogna", perché tanto sai che il dirlo o il gridarlo non servirebbe a nulla. Qui hai la soddisfazione di arrabbiarti, sì, ma di calmarti subito dopo. Roma è tutta chiesa. Roma si astiene dal giudizio, tollera lo spaesato, è priva di senso civico, non è di nessuno, "mica è mia" dicono i romani. Per quel che mi riguarda essa è psicologicamente abbastanza corazzata da permettere di sputare su tutti i moralismi che uno ha addosso, dominata da un’ignoranza che mi restituisce la sicurezza…, è la città dove ho scelto il mio lavoro…, è presente in tutti i miei film”.
“È cambiata Roma dalla “Dolce vita” ad oggi?” - continuano a chiedergli gli intervistatori a film ultimato. 
“Non lo so, non mi è consentito uno sguardo obbiettivo. Per me Roma è sempre quella che ho creato nel film. Anzi Roma mi ha creato e io la ricreo, come in un giuoco di specchi...”
   


  
TRAMA

Si parte dall'attualità: una Roma immaginata da ragazzo, una Festa de' Noantri, un ingorgo sul raccordo anulare, i lavori della metropolitana: ma c'è sempre un ritorno irresistibile alla fantasia.
Le prime sequenze sono a Rimini - ma una frangia di Rimini ricostruita – negli anni Trenta, in un collegio cattolico dove la storia della capitale è insegnata attraverso le lezioni retoriche dei maestri e l'imposto costume "imperiale" del regime.
Maggiorenne, uno studentello parte per Roma e ne riconosce gli aspetti - oltre i monumenti - anche più prosaici: le immancabili prostitute sulla Via Appia, i “posteggiatori" di canzoni, le osterie popolari e le strade rionali dove scorrazzano i bambini.
Ma trenta anni dopo, l’aumento della popolazione, l’immigrazione, la incapacità di dominare una città in sviluppo così virulenta, sanguigna, indisciplinata, hanno molto cambiato il volto di Roma dove i turisti aumentano e gli studenti si accaniscono nell'ostentare il loro impegno politico, che spesso ha accenti anarcoidi. Ci sono anche gli amati teatrini di quartiere, con la rivista di varietà…, le case ospitali degli anni Quaranta, con la loro fauna squallida ed eterogenea, i chiassosi ritrovi conviviali delle famiglie "romane di sette generazioni" e quelli degli stranieri e delle "dive" nelle trattorie di Trastevere, dove faranno capolino anche celebrità locali, come Alberto Sordi e Anna Magnani…, infine una sfilata di moda, ma ecclesiastica questa volta. Una confusione generale, dove i poliziotti manganellano e i motociclisti spericolati sfrecciano tra le piazze e le auguste rovine.
   



   

COMMENTO

È un film-mosaico, con una Roma vera, nobile e grottesca, affascinante e in sfacelo, ammirata e dissacrata…, ed è anche la Roma di Fellini, con le sue memorie e le sue deformazioni fantastiche. I quadri sono a sè stanti, ora abbaglianti ed ora orridi, ma il senso che se ne ricava è unitario. E nonostante i secoli che dividono l'ispirazione, che non può che ricollegarsi, alle origini, a Petronio Arbitro, e di poi all'attualità, non si fa fatica a collegare Roma con Satirycon (basterebbe la sequenza degli affreschi scoperti negli scavi della metropolitana) gli antichi mimi col teatrino della Bassafonda, girato all'Ambra Jovinelli…, oppure ai “Clowns”, dove i costumi ecclesiastici cardinalizi rimandano a quelli variopinti del film sui pagliacci. Il ritorno della fantasia è irresistibile, anche nello sguardo compiaciuto alle insalatiere e alle pastasciutte plebee della festa trasteverina. I toni da elegia si mescolano a quelli da
requiem, e la fotografia di Giuseppe Rotunno li serve egregiamente, da un episodio all'altro, ora con vivaci colori, ora con grigi diffusi, ora con misteriosi e quasi infernali notturni.
Allorché uscì il film, non mancarono le proteste di romani “veraci", ma talvolta privi di autocritica, per aver visto il regista, di Roma, soltanto l'aspetto plebeo. Un giornale della opposizione di sinistra, insieme a molti giudizi negativi raccolti, riportò, perché il pubblico ne prendesse visione, e forse con intento polemico per sottolineare il suo disaccordo, un brano della sceneggiatura:

Fellini è appoggiato al parafango di una jeep. Gli studenti sono intorno al compagno che parla. 

1° studente: «Volevamo parlare con lei, se possibile... domandarle se, in questo film, il ritratto che lei ha intenzione di fare di Roma, avrà un punto di vista obiettivo, riferito ai problemi drammatici irrisolti della società attuale...”  

Un secondo studente si fa avanti: 

2° studente: “Naturalmente non ci riferiamo soltanto ai problemi della scuola...”

Prosegue il primo studente: 

1° studente: “Il mondo del lavoro, per esempio, con... con i problemi delle fabbriche, delle borgate...”.

Gli studenti fanno cerchio intorno a Fellini. Interviene una studentessa: 

1° studentessa: “Non vorremmo che venisse fuori la solita Roma sciatta e pacioccona, disordinata e materna...” 

Fellini (ride): "Si, ho capito, ma...”

2° studentessa: “...Cioè la solita prospettiva qualunquistica...”

1° studente: “...Perché Roma non è solo così...”

Fellini, divertito e un po' imbarazzato, si difende. 

Fellini: “Io credo che si deve fare solo ciò che ci è congeniale”.

Anche questa è una testimonianza di ciò che spesso si pretendeva da Fellini in una epoca dominata dalle proposte di parte. La risposta di Fellini appare ora, più che mai giustificata: “Si deve fare solo ciò che è congeniale...”.


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