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martedì 19 febbraio 2013

OPERETTE MORALI - DIALOGO DI UN FOLLETTO E DI UNO GNOMO - Giacomo Leopardi

Monumento a Giacomo Leopardi - Recanati
    
Giacomo Leopardi può essere considerato il maggior lirico romantico italiano, anche se non aderì mai esplicitamente alla poetica romantica, assumendo, all'interno della cultura del suo tempo, una posizione molto originale.
Nacque nel 1798 a Recanati, piccolo centro dello Stato Pontificio, da una famiglia nobile ma economicamente in dissesto, circondato da un ambiente chiuso e reazionario. Dotato di sensibilità e precocità straordinarie, il futuro poeta sentì ben presto il peso insopportabile di questa situazione di arretratezza. Si rifugio nello studio, I'unica attività che gli permettesse di evadere con lo spirito e di sfuggire alla noia e alla disperazione e, a soli dieci anni, si immerse da autodidatta nella ricca biblioteca paterna, costruendo il suo enorme patrimonio culturale (fondato sui classici e sugli scrittori del Settecento) e scrivendo numerose opere erudite, in prosa e in versi. Trascorse così sette anni di "studio matto e disperatissimo", come egli stesso li definì, in cui fu definitivamente minata la sua gracile costituzione fisica (era affetto da una deviazione della spina dorsale, da un disturbo agli occhi e da una malattia nervosa).
Tra il 1816 e il 1819, visse un periodo di profonda crisi, in cui alla sofferenza fisica si univa il tragico sentimento della propria esistenza vuota. Rifiutò violentemente l'ambiente di Recanati, da cui la famiglia gli impediva di allontanarsi, e cercò in tutti i modi di vivere esperienze culturali e umane più ricche. Strinse così amicizia con il letterato Pietro Giordani, che lo stimò ed incoraggiò; si innamorò per la prima volta; intervenne, anche se a distanza, nella polemica fra classicisti e romantici, affermando il primato dei classici, ma esprimendo tuttavia una sensibilità tutta romantica. 
Verso il 1819 si verificò una svolta radicale nel suo pensiero. Dapprima abbandonò gli studi eruditi per dedicarsi alla poesia, romanticamente intesa come espressione della verità interiore dell'animo umano. In seguito mise in discussione i principi della religione cattolica e del pensiero conservatore, trasmessogli dal padre.
Nel 1822 il padre gli diede finalmente il permesso e il danaro per recarsi qualche mese a Roma. In seguito, fino al 1830 alternò soggiorni recanatesi con periodi trascorsi in diverse città italiane. Fu a Milano e a Bologna, a Pisa e a Firenze, dove fu in contatto con un importante gruppo di letterati romantici e liberali, con i quali tuttavia si trovò in polemica. Nel 1831 lasciò per sempre Recanati e andò a vivere a Roma in compagnia di Antonio Ranieri, un giovane esule napoletano conosciuto a Firenze; nel 1833 si trasferì con lui a Napoli, dove visse gli ultimi anni della sua vita, sempre più sofferente, assistito dall'amico e dalla sorella di lui. Morì nel 1837.


DIALOGO DI UN FOLLETTO E DI UNO GNOMO


Scritto dal 2 al 6 marzo 1824, questo Dialogo è uno delle Operette più riuscite e vivaci. Esso è una variazione fantastica di uno dei motivi più familiari a Leopardi: quello della critica all'illusione umana di essere il centro e il fine di tutto I'universo.
Gli interlocutori sono due personaggi fantastici che si incontrano in un mondo reso silenzioso e
deserto dallo sparizione della specie umana, distrutta dalle continue guerre, dalla malvagità e da numerose altre cose. Il poeta finge dunque un "mondo senza gente", in cui tuttavia lo vita continua impassibile, come se nulla fosse accaduto. L'universo continua il suo moto estraneo alla nostra esistenza e indifferente al nostro destino. Il folletto e lo gnomo, e il poeta con essi, sorridono ironicamente sulla sciocco presunzione che gli uomini hanno avuto di credere che I'universo fosse "fatto e mantenuto per loro soli", che le cose del mondo non avessero altra funzione che di essere al loro servizio. Nel ricordo dei due interlocutori, le vicende umane, le imprese, le grandi gesta diventano ormai un niente, mentre, senza l'umanità, "la terra non sente che le manchi nulla", i fiumi non si stancano di scorrere, il sole e le stelle continuano o nascere e a tramontare.



FOLLETTO -  Oh sei tu qua, figliuolo di Sabazio? Dove si va? (Sabazio è il dio Bacco nella mitologia dei traci. Secondo la fantasia popolare gli gnomi sono spiriti della terra, custodi di tesori nascosti, e i folletti sono spiriti dell'aria).

GNOMO - Mio padre m'ha spedito a raccapezzare che diamine si vadano macchinando questi furfanti degli uomini; perché ne sta con gran sospetto, a causa che da un pezzo in qua non ci danno briga, a in tutto il suo regno non se ne vede uno. Dubita che non gli apparecchino qualche gran cosa contro, se però non fosse tornato in uso il vendere e comperare a pecore, non a oro e argento; o se i popoli civili non si contentassero di polizzine per moneta, come hanno fatto più volte, o di paternostri di vetro, come fanno i barbari; o se pure non fossero state ravvalorate le leggi di Licurgo, che gli pare il meno credibile 

FOLLETTO -  Voi gli aspettate invan: son tutti morti, diceva la chiusa di una tragedia dove morivano tutti i personaggi.

GNOMO - Che vuoi tu inferire?

FOLLETTO - Voglio inferire che gli uomini sono tutti morti, e la razza è perduta.

GNOMO - Oh cotesto è caso da gazzette. Ma pure fin qui non s'è veduto che ne ragionino.

FOLLETTO -  Sciocco, non pensi che, morti gli uomini, non si stampano più gazzette?

GNOMO -  Tu dici il vero. Or come faremo a sapere le nuove del mondo?

FOLLETTO - Che nuove? Che il sole si è levato o coricato, che fa caldo o freddo, che qua o là è piovuto o nevicato o ha tirato vento? Perché, mancati gli uomini, la fortuna si ha cavato via la benda, e messosi gli occhiali e appiccato la ruota a un arpione, se ne sta colle braccia in croce a sedere, guardando le cose del mondo senza più mettervi le mani; non si trova più regni né imperi che vadano gonfiando e scoppiando come le bolle, perché sono tutti sfumati; non si fanno guerre, e tutti gli anni si assomigliano l'uno all'altro come uovo a uovo.


GNOMO - Né anche si potrà sapere a quanti siamo del mese, perché non si stamperanno più lunari.

FOLLETTO - Non sarà gran male, che la luna per questo non fallirà la strada.

GNOMO -  E i giorni della settimana non avranno più nome.

FOLLETTO - Che, hai paura che se tu non li chiami per nome, che non vengano? O forse ti pensi, poiché sono passati, di farli tornare indietro se tu li chiami?

GNOMO -  E non si potrà tenere il conto degli anni.

FOLLETTO - Così ci spacceremo per giovani anche dopo il tempo; e non misurando l'età passata, ce ne daremo meno affanno, e quando saremo vecchissimi non istaremo aspettando la morte di giorno in giorno.

GNOMO - Ma come sono andati a mancare quei monelli?

FOLLETTO - Parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l'un I'altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell'ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male.

GNOMO - A ogni modo, io non mi so dare ad intendere che tutta una specie di animali si possa perdere di pianta, come tu dici.

FOLLETTO - Tu che sei maestro in geologia (perchè abita sotto terra), dovresti sapere che il caso non è nuovo, e che varie qualità di bestie si trovarono anticamente che oggi non si trovano, salvo pochi ossami impietriti. E certo che quelle povere creature non adoperarono niuno di tanti artifizi che, come io ti diceva, hanno usato gli uomini per andare in perdizione.

GNOMO - Sia come tu dici. Ben avrei caro che uno o due di quella ciurmaglia risuscitassero, e sapere quello che penserebbero vedendo che le altre cose, benché sia dileguato il genere umano, ancora durano e procedono come prima, dove essi credevano che tutto il mondo fosse fatto e mantenuto per loro soli.

FOLLETTO - E non volevano intendere che egli è fatto e mantenuto per li folletti.

GNOMO - Tu folleggi veramente, se parli sul sodo.

FOLLETTO - Perché? Io parlo bene sul sodo.

GNOMO - Eh, buffoncello, va via. Chi non sa che il mondo è fatto per gli gnomi?

FOLLETTO - Per gli gnomi, che stanno sempre sotterra? Oh questa è la più bella che si possa udire. Che fanno agli gnomi il sole, la luna, l'aria, il mare, le campagne?

GNOMO - Che fanno ai folletti le cave d'oro e d'argento, e tutto il corpo della terra fuor che la prima pelle?

FOLLETTO - Ben bene, o che facciano o che non facciano, lasciamo stare questa contesa, che io tengo per fermo che anche le lucertole e i moscherini si credano che tutto il mondo sia fatto a posta per uso della loro specie. E però ciascuno si rimanga col suo parere, che niuno glielo caverebbe di capo: e per parte mia ti dico solamente questo, che se non fossi nato folletto, io mi dispererei.

GNOMO - Lo stesso accadrebbe a me se non fossi nato gnomo. Ora io saprei volentieri quel che direbbero gli uomini della loro presunzione, per la quale, tra l'altre cose che facevano a questo e a quello, s'inabissavano le mille braccia sotterra e ci rapivano per forza la roba nostra, dicendo che ella si apparteneva al genere umano, e che la natura gliel'aveva nascosta e sepolta laggiù per modo di burla, volendo provare se la troverebbero e la potrebbero cavar fuori.

FOLLETTO - Che maraviglia? Quando non solamente si persuadevano che le cose del mondo non avessero altro uffizio che di stare al servigio loro, ma facevano conto che tutte insieme, allato al genere umano, fossero una bagattella. E però le loro proprie vicende le chiamavano rivoluzioni del rnondo, e le storie delle loro genti, storie del mondo: benché si potevano numerare, anche dentro ai termini della terra, forse tante altre specie, non dico di creature, ma solamente di animali, quanti capi d'uomini vivi: i quali animali, che erano latti espressamente per coloro uso, non si accorgevano però mai che il mondo si rivoltasse.

GNOMO - Anche le zanzare e le pulci erano fatte per benefizio degli uomini?

FOLLETTO - Sì erano; cioè per esercitarli nella pazienza, come essi dicevano.

GNOMO -  In verità che mancava loro occasione di esercitar la pazienza, se non erano le pulci.

FOLLETTO - Ma i porci, secondo Crisippo (filosofo greco del III secolo a.C.), erano pezzi di carne apparecchiati dalla natura a posta per le cucine e le dispense degli uomini, e, acciocché non imputridissero, conditi colle anime in vece di sale.

GNOMO -  Io credo in contrario che se Crisippo avesse avuto nel cervello un poco di sale in vece dell'anima, non avrebbe immaginato uno sproposito simile.

FOLLETTO - E anche quest'altra è piacevole; che infinite specie di animali non sono state mai viste né conosciute dagli uomini loro padroni; o perché elle vivono in luoghi dove coloro non misero mai piede, o per essere tanto minute che essi in qualsivoglia modo non le arrivavano a scoprire. E di moltissime altre specie non se ne accorsero prima degli ultimi tempi. Il simile si può dire circa al genere delle piante, e a mille altri. Parimente di tratto in tratto, per via de' loro cannocchiali, si avvedevano di qualche stella o pianeta, che insino allora, per migliaia e migliaia d'anni, non avevano mai saputo che fosse al mondo; e subito lo scrivevano tra le loro masserizie; perché s'immaginavano che le stelle e i pianeti fossero, come dire, moccoli da lanterna piantati lassù nell'alto a uso di far lume alle signorie loro, che la notte avevano gran faccende.

GNOMO - Sicché, in tempo di state, quando vedevano cadere di quelle fiammoline che certe notti vengono giù per I'aria, avranno detto che qualche spirito andava smoccolando le stelle per servizio degli uomini.

FOLLETTO - Ma ora che ei sono tutti spariti, la terra non sente che le manchi nulla, e i fiumi non sono stanchi di correre, e il mare, ancorché non abbia più da servire alla navigazione e al traffico, non si vede che si rasciughi.

GNOMO - E le stelle e i pianeti non mancano di nascere e di tramontare e non hanno preso le gramaglie

FOLLETTO - E il sole non s'ha intonacato il viso di ruggine; come fece, secondo Virgilio, per la morte di Cesare (Virgilio, nelle Georgiche, racconta che il sole si oscurò quando vide Cesare cadere ucciso): della quale io credo ch'ei si pigliasse tanto affanno quanto ne pigliò la statua di Pompeo (Cesare cadde morente davanti alla statua di Pompeo, il suo grande rivale; ma, dice il Folletto, quella statua rimane altrettanto indifferente quanto l'universo davanti alla scomparsa dell'uomo).


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