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sabato 2 febbraio 2013

I SETTE SAMURAI (Shichinin no Samurai - Seven Samurai - 七人の侍 ) - Akira Kurosawa

  
I SETTE SAMURAI
Shichinin no Samurai - Seven Samurai
Titolo originale - 七人の侍
Regia - Akira Kurosawa
Soggetto - Akira Kurosawa
Sceneggiatura - Akira Kurosawa, Shinobu Hashimoto, Hideo Oguni
Fotografia - Asakazu Nakai
Montaggio - Akira Kurosawa
Musiche - Fumio Hayasaka
Scenografia - So Matsuyama
Paese di produzione - Giappone
Anno 1954
Durata 160 minuti (versione classica)
192 minuti (versione integrale restaurata, distribuita in DVD con nuovo doppiaggio italiano)
130 minuti (versione ridotta, con primo doppiaggio italiano)
207 minuti (versione estesa originale)
Colore - Bianco/Nero
Audio - Sonoro
Genere - Drammatico, azione, storico


Interpreti e personaggi

Takashi Shimura: Kambei Shimada
Toshirō Mifune: Kikuchiyo
Yoshio Inaba: Gorobei Katayama
Seiji Miyaguchi: Kyuzo
Minoru Chiaki: Heihachi Hayashida
Daisuke Katô: Shichiroji
Isao Kimura: Katsushiro Okamoto
Keiko Tsushima: Shino
Yukiko Shimazaki: moglie di Rikichi
Kamatari Fujiwara: Manzo, padre di Shino
Yoshio Kosugi: Mosuke
Bokuzen Hidari: Yohei
Yoshio Tsuchiya: Rikichi
Kokuten Kodo: Gisaku
Eijirô Tono: rapitore


Doppiatori italiani 1950

Giorgio Capecchi: Kambei Shimada
Stefano Sibaldi: Kikuchiyo, voce narrante
Carlo Romano: Gorobei Katayama
Emilio Cigoli: Kyuzo
Gualtiero De Angelis: Heihachi Hayashida
Roberto Gicca: Shichiroji
Sergio Tedesco: Katsushiro Okamoto
Flaminia Jandolo: Shino
Lauro Gazzolo: Manzo, padre di Shino
Giovanni Saccenti: Yohei
Mario Corte: Gisaku


Doppiatori italiani 1980

Mimmo Palmara: Kambei Shimada
Stefano Carraro: Kikuchiyo, voce narrante
Cesare Pirarba: Gorobei Katayama
Luca Ernesto Mellina: Kyuzo
Vittorio Battarra: Heihachi Hayashida
Giancarlo Padoan: Shichiroji
Paola Del Bosco: Shino
Sandro Dori: Manzo, padre di Shino
Nino Scardina: Yohei
Mario Milita: Gisaku

  
  

PREMESSA

Akira Kurosawa (黒澤 明) (Ōta, 23 marzo 1910 – Setagaya, 6 settembre 1998) è stato un regista, sceneggiatore, montatore, produttore cinematografico e scrittore giapponese.


Nel 1953 Kurosawa gira tra mille difficoltà I sette samurai in un villaggio sperduto fra le montagne. Causa l'inclemenza del_tempo le riprese si protraggono per mesi, i costi salgono alle stelle (rimarrà a lungo il film più caro mai realizzato in Giappone). Ma l'autore non è disposto a sacrificare la sua ispirazione ai capricci atmosferici. Prevedendo il peggio ha rimandato le riprese della battaglia conclusiva..Quando i produttori esauriti i preventivi bloccano il film, il regista mostra loro il materiale e conclude: 
"Se credete che valga qualcosa datemi i mezzi per finire il film".
Kurosawa va fu fiero di questa trovata fino alla sua morte. 
"Con I sette samurai - diceva - mi sono fatto la fama di regista spendaccione. Io so solo questo: se non avessi girato il film con tanta cura, la Toho non avrebbe incassato tutti quei soldi. Al cinema povero io non credo". 
I produttori si vendicheranno sul film finito: i duecento minuti della copia originale saranno ridotti a centosessanta (per le sale giapponesi) e successivamente a centotrenta (per l'esportazione). Sebbene privo di un terzo del suo potenziale I sette samurai riscuote all'estero il maggior successo mai ottenuto da un film giapponese. Tanto che i soliti americani ne riproporranno presto un remake, I magnifici sette, a colori e con attori più commerciabili che incasserà cinque volte di più. Particolare significativo: la riduzione di John Sturges si adegua perfettamente ai criteri adottati dai "sarti" della Toho, che, saccheggiando allegramente i primi due atti del dramma, hanno fatto scomparire i veri protagonisti del film (i contadini), riducendolo così a un western. Bisognerà attendere ventisei anni perché I'equivoco  (grazie ad un coraggioso distributore francese abbiamo potuto finalmente vedere la copia originale nel settembre 1980; non è stato facile imporre questa copia a Rai Uno, nel ciclo Kurosawa andato in onda nel 1985).
     
TRAMA IN BREVE

Il film, ambientato nel Giappone della fine del XVI secolo (più precisamente nel periodo a cavallo tra il 1587 e l'anno successivo), racconta la storia di un pugno di disperati contadini di un villaggio in cerca di una difesa dalla prossima distruzione annunciata da parte di un gruppo di predoni affamati. L'anziano del villaggio suggerisce ai contadini di cercare aiuto tra i samurai senza signore (Rōnin). La ricerca si presenta subito come un'impresa ardua, nessun guerriero avrebbe offerto aiuto a dei poveri contadini che non avrebbero potuto ricompensare le loro gesta con gloria e denaro. Grazie alla forza della disperazione, i contadini convincono Kambei Shimada (Takashi Shimura) ad aiutarli. Kambei ritiene sia necessario assoldare altri sei samurai per la difesa del villaggio. Alla fine in realtà il gruppo sarà composto da sei samurai e da Kikuchiyo (Toshirō Mifune), un coraggioso contadino che finge di essere un potente guerriero. Tornati al villaggio, Kambei, leader del gruppo, prepara le difese. Dopo tre giorni di battaglia, il gruppo dei quaranta briganti viene decimato e definitivamente sconfitto. Nel corso dei combattimenti, oltre a diversi contadini, quattro samurai hanno perso la vita. I tre superstiti, Kambei, Katsushiro, e Shichiroji assistono ai festeggiamenti degli abitanti del villaggio con l'animo rattristato per la perdita dei compagni.
  

  
TRAMA

Epoca delle grandi guerre civili, XVI secolo. (Il prologo annuncia il motivo centrale della vicenda: il terrore dei briganti). Come in un brutto sogno, le ombre di quaranta uomini a cavallo si addensano minacciose su una collina che domina un villaggio. Placatosi il terremoto degli zoccoli, il capobandito (elmo sormontato da una mezzaluna, una benda nera calata su un occhio: il male allo stato puro) annuncia: "L'abbiamo già razziato lo scorso autunno, ritorneremo dopo il raccolto!". I quaranta diavoli scompaiono. Per tre quarti del film aspetteremo che quei diavoli tornino ad affacciarsi sulla collina. Un contadino nascosto in un cespuglio ha sentito la minaccia. Riuniti a consiglio nella piazza (la schiena curva fino a terra: è il loro atteggiamento abituale) uomini e donne discutono sul da farsi. Scoppia una violenta lite (soppressa nell'edizione commerciale) tra i pochi sostenitori della resistenza armata capeggiati da Rikichi (un giovane cui i banditi hanno rapito la moglie) e i conservatori. Incapaci di trovare un accordo i contadini vanno ad interpellare il Vecchio del mulino, capo morale del villaggio, 
"Ci dobbiamo battere! - sentenzia il Vecchio -  Ingaggeremo dei samurai". 
"I samurai sono gente fiera, non accetteranno mai di battersi per una ciotola di riso!" ...obietta Manzo. 
"Ci sono anche samurai che hanno fame - replica il Vecchio -  gli orsi escono dalla foresta quando hanno fame".

Se il prologo è staro ridotto dai produttori di otto minuti, il primo atto invece sarà mutilato di un buon terzo. Tutte le scene che mostrano l'imbarazzo e I'umiliazione dei quattro contadini, spediti in città a cercare sette samurai "affamati" che accettino di rischiare la vita per un pugno di riso sono state diligentemente soppresse. Prima di capitare per caso sul nobile veterano Kambei che sposerà la loro causa, i quattro villici subiscono le peggiori umiliazioni: sono scherniti dai samurai che osano abbordare per strada, irrisi ogni giorno dai compagni occasionali nella miserabile locanda. Dopo un ennesimo litigio se ne stanno tornando  al villaggio disperati quando assistono ad un fatto singolare: per liberare un bambino seque€strato da un ladro in una capanna, un samurai (Kambei) escogita un ingegnoso stratagemma, si presenta alla capanna con una ciotola di riso travestito da monaco (si è fatto anche radere il capo, un gesto rivoluzionario per un samurai); ucciso il ladro, come niente fosse il samurai riprende la sua strada, seguito a distanza da due spettatori del fatto diventati suoi ammiratori (il giovane aspirante samurai Katsushiro e Kikuchiyo, un simpatico smargiasso che si spaccia per samurai). Quel samurai fa al caso loro, pensano, e lo invitano a seguirlo alla locanda. Mentre Kambei riflette sulla singolare proposta ("un samurai per ogni porta del villaggio, due di riserva, sette in tutto me compreso" annuncia dopo un rapido calcolo strategico, da uomo d'azione) uno dei quattro - è I'ora di cena - arriva con una ciotola di riso fumante. Uno degli ospiti della locanda, con un gesto teatrale, afferra la ciotola e porgendola al samurai commenta:
"Per offrirvi questo riso, tutto quello che hanno, loro si  cibano di miglio".
Profondamente emozionato, Kambei fissa a uno a uno i contadini, poi allungando la mano verso la ciotola mormora: 
*Capisco... Accetto il vostro sacrificio!".
II futuro capo morale dei magnifici sette è un uomo sensibile alla sofferenza degli altri. (Il primo a seguire quella lezione di umanità sarà il giovane Katsushiro quando si accorgerà di lì a poco che i contadini non hanno più riso - qualcuno glielo ha rubato: stupendo il dettaglio  del contadino che, rovesciata l'anfora vuota, raccatta pazientemente i granelli che restano - l'aspirante samurai pagherà di persona. Questo illuminante episodio era staro tagliato).
La vera ragione che induce Kambei e i compagni a imbarcarsi in quell'impresa senza gloria né guadagno è la compassione per le sofferenze di una classe tradizionalmente umiliata e offesa. Con il loro "sacrificio", Kambei e i magnifici compagni espiano in qualche modo le colpe storiche della loro classe nei confronti dei contadini rendendo loro un significativo omaggio.In questa loro dedizione a una causa umanitaria c'è innegabilmente una componente di  carattere religioso: durante la laboriosa cerimonia che lo trasforma in monaco, Kambei "fissa" intensamente per ben tre volte successive Kikuchiyo come fece il Cristo con Pietro il Pescatore. Ma c'è anche una profonda amarezza esistenziale. 
*Ho perso tutte le battaglie in cui mi sono trovato!"... confida ironicamente Kambei al giovane assistente (altra sequenza capitale soppressa dai distributori). "Ci hanno sempre ripetuto: Allenatevi, distinguetevi, diventate dei signori della guerra! Consumiamo I'esistenza in questa vana ricerca, giunge la vecchiaia e ci troviamo con un pugno di mosche in mano...".. 
Sembra una pagina del Deserto dei Tartari. Questo nobile cavaliere antico è abitato da inquietudini moderne. Quel senso dell'esistenza che aveva cercato invano nella fedeltà  al  codice d'onore (il "bushido") Kambei lo troverà nel "sacrificio" per una causa umanitaria.

L'autorità morale e l'umanità del saggio Kambei è così evidente che non gli è difficile coinvolgere altri samurai nell'impresa. A uno a uno, il cavalleresco Gorobei, il mite Shikiroji, il pacifico Heichaki (il comico del gruppo, insieme a Kikuchiyo), il formidabile spadaccino Kyuzo cadono nella rete di Kambei. Estremamente schivo, segreto, ascetico, Kyuzo passa il suo tempo a perfezionarsi, ma la sua strabiliante abilità nell'uso della spada non è una sterile mania, bensì una forma di ascesi interiore. Questo asceta della spada diventerà I'idolo del giovane Katsushiro e un modello anche per il contadino Kikuchiyo promosso samurai sul campo.

L'invenzione del contadino-samurai è forse la più sorprendente in un film che è tutto una sorpresa. Volta a volta timido (all'inizio rincorre Kambei come un cagnolino) e invadente, vanaglorioso (per provare i suoi falsi quarti di nobiltà estrae una pergamena rubata secondo la quale -€ sapesse leggere - dovrebbe avere oggi dieci anni!?) e generoso, ingenuo e furbissimo (la sua trovata per far uscire i contadini dalle tane quando i sette arrivano al villaggio), questo formidabile personaggio - un felice incrocio di Sancho Panza e Falstaff - dominerà la seconda e terza parte del film. Che un contadino diventi protagonista di un film di samurai è un fatto rivoluzionario; grande contaminatore di generi Kurosawa ha anche il merito di aver rivoluzionato il genere epico. La sua origine fa di Kikuchiyo un mediatore ideale tra due classi tradizionalmente rivali che si guardano con atavica diffidenza; la sua presenza nel gruppo (dopo la grottesca presentazione nella locanda, come un cane seguirà a distanza i sei che divertiti dalle sue innocenti smargiassate finiscono con I'adottarlo) si rivela provvidenziale fin dall'arrivo al villaggio. Mentre i samurai organizzano la difesa del villaggio, trasformano a poco a poco in una fortezza, Kikuchiyo appiana i contrasti e costruisce il morale dei contadini: grazie alla sua mediazione il periodo che precede la mietitura diventa I'occasione per un fruttuoso incontro tra due culture. I samurai imparano a capire perché i contadini vivono "nella paura di tutto", misurano quanta sofferenza c'è dietro ogni chicco di riso (la decisione di distribuire parte del loro riso a vecchi e bambini - sequenza tagliata - è un primo concreto segno del radicale cambiamento di prospettiva). Questa metamorfosi è il cuore del film, come risulta da due episodi imprescindibili ma che erano stati tagliati.

Mentre Kambei discute con i suoi un piano di difesa del villaggio, nella capanna entra uno strano corteo: scortati da Kikuchiyo (ha fatto cantare i contadini) dei portatori depongono sul pavimento un ricco armamentario di spade, elmi, corazze, lance, evidentemente rubate a dei samurai. 
"E noi stiamo qui a difendere questi assassini!"...sbotta uno dei sei, "bisognerebbe ammazzarli tutti".
La situazione è tesa, imbarazzante. Producendosi in un numero formidabile di attore degno di Shakespeare (prima accusa i contadini, poi raddrizzando progressivamente il tiro da avvocato difensore si trasforma in un implacabile accusatore dei samurai: 
"Chi ha reso i contadini così rapaci? Voi, dannati samurai, che bruciate villaggi e raccolti, violentate le loro donne, razziare le loro provviste!") Kikuchiyo elettrizza l'uditorio invitandolo a recitare un salutare mea culpa. Alla fine dell'arringa crolla in ginocchio; cocenti lacrime di rabbia gli rigano il viso. Levando gli occhi verso I'oratore, dopo un silenzio imbarazzato, Kambei gli domanda affettuosamente: 
"Sei figlio di contadini, vero?". 
Umiliato, Kikuchiyo scappa via; per qualche tempo vivrà per protesta in un fienile con Rikichi, il più silenzioso dei contadini.
Dopo questo episodio è difficile sostenere (come hanno fatto certi aristarchiani, a suo tempo) che Kurosawa tratta i contadini come plebaglia, e presenta i samurai come dei superuomini.

Il secondo episodio soppresso mette in luce un altro aspetto dell'utopica fusione interclassista ipotizzata dall'autore. Completati i lavori di difesa, Kambei fa riunire I'intero villaggio in assetto di guerra per le ultime istruzioni. Dopo il raccolto arriveranno i banditi, bisogna essere uniti come un solo corpo. Quando annuncia che le tre capanne isolate al di   là del mulino dovranno essere evacuate, alcuni contadini abbandonano per protesta i ranghi. Sguainando la spada, Kambei si getta come un leone sul gruppetto di disertori e li costringe a rientrare.
"È la guerra! Non possiamo mettere in pericolo I'intero villaggio per salvare le vostre tre capanne!". 
La lezione otterrà il suo effetto.

Nel remake di Sturges i banditi assaltano il villaggio quasi subito dopo I'arrivo dei sette magnifici pistoleros (accolti dai chicanos con una folcloristica festa danzata!?); nei Sette samurai i briganti si fanno rivedere solo al terzo atto del dramma quando samurai e contadini hanno già vinto la battaglia più importanti: imparare a conoscersi e a rispettarsi; la fusione utopistica samurai-contadini è il tema centrale del film. La loro ritrovata solidarietà sconfiggerà la rabbia dei quaranta mitici predoni: durante I'assedio che dura tre giorni e tre notti il regista non si limita a mostrare le imprese dei samurai, sottolinea anche I'eroismo dei contadini (anche queste scene sono state diligentemente tagliate). Nelle pause della titanica lotta contro la potenza delle tenebre, Kurosawa I'epico non trascura l'indagine delle psicologie, dei piccoli drammi segreti di samurai e contadini. Kyuzo il maestro di spada, ci offre dei nuovi saggi della sua straordinaria capacità di concentrazione interiore (impassibile come Buddha si estranea nella contemplazione di un fiore, mentre attende un attacco), della sua modestia (tornando da una solitaria spedizione notturna nel campo nemico consegna in silenzio il prezioso archibugio sottratto ai briganti e va a riposare ai piedi di un albero). Per non essere da meno l'impulsivo Kikuchiyo fa anche lui la sua brava spedizione notturna che si rivela una gustosa caricatura della precedente (sequenza tagliata); d'ora in poi indosserà con orgoglio la troppo piccola armatura rubata che gli lascia scoperte le natiche. 
Il primo giorno dell'attacco l'avevamo visto precipitarsi generosamente al mulino incendiato e ritornare reggendo in braccio l'unico superstite, un bambino. 
"Questo bambino sono io, mi è capitata la stessa cosa", aveva esclamato in lacrime. 
Durante la sepoltura del primo samurai caduto è lui che corre ad issare la bandiera del villaggio disegnata dal morto. Sarà ancora lui mortalmente ferito a stanare e trafiggere il capobrigante per vendicare la morte di Kyuzo.

Kurosawa si interessa anche ai drammi esistenziali dei contadini. Quello di Rikichi che ritrovata la moglie nel covo dei briganti, assiste impotente alla sua morte tra le fiamme. (La spedizione notturna al covo dei briganti sperduto tra le gole è un capolavoro del cinema fantastico: la partenza picaresca - Mifune grottescamente disarcionato dal cavallo -, gli scorci caravaggeschi dei corpi seminudi dei banditi abbandonati nel sonno, lo sguardo struggente dell'umiliata e offesa che vedendo le fiamme non dà l'allarme per punire i suoi aguzzini, quei dannati che svegliati dalle fiamme sprizzano fuori dal rogo gettandosi sulle spade degli assalitori e rotolano nell'acqua... è una delle raffigurazioni più indimenticabili dell'inferno mai viste al cinema). Il dramma della soave Shino, segretamente innamorata del giovane samurai Katsushiro, che sorpresa con l'amante viene trascinata per l'intero villaggio dal padre diffidente ("hai osato amare un samurai!") sotto gli occhi impotenti del giovane che non osa intervenire. Dopo quella notte tragica in cui è diventato "un uomo", (gli farà notare scherzando il maestro Kambei) l'aspirante samurai troverà il coraggio di battersi; ucciderà anche lui un bandito, la terza notte, prima di crollare in singhiozzi in una pozzanghera; non è facile diventare adulti.

Capolavoro di ingegnosità militare, la battaglia finale è anche un capolavoro di architettura narrativa; i tre giorni e le tre notti di lotta si susseguono come i tempi di una vasta sinfonia secondo ritmi e cadenze di una precisione matematica. Il primo giorno i difensori respingono gli attacchi sui quattro fronti (quante sono le vie d'accesso al villaggio). Arginata la furia dei primi assalti (accorgendosi che le loro rudimentali lance di bambù possono inchiodare quei dannati briganti, i contadini cominciano a battersi con convinzione), nella seconda giornata Kambei adotta la tattica del logoramento: attirati dl'interno uno alla volta, gli assalitori sono eliminati. Nella giornata conclusiva, complice una pioggia apocalittica che trasforma il terreno in un pantano, i tredici superstiti vengono lasciati entrare in gruppo e sterminati. In quest'ultima fase dello scontro prevalgono le scene di massa e i campilunghi; samurai e contadini (le donne danno man forte con bastoni e vanghe) formano ormai un corpo solo.

Epilogo. I tre samurai superstiti (Kambei, Shichiroji, il giovane Katsushiro) osservano in silenzio i contadini tornati dai campi; alle loro spalle c'è la collina su cui svettano i tumuli dei compagni caduti.. 
"Abbiamo perduto un'altra volta", mormora dl'improvviso Kambei. 
I compagni lo guardano interdetti. "I veri vincitori sono loro, i contadini", prosegue Kambei in tono amaro, poi voltandosi veno il cimitero rende un estremo omaggio ai caduti, mentre risuona I'ultima volta il leit-motiv dei samurai (un'energica ballata affidata alle trombe) che si sovrappone alla melopea dei contadini. 
L'amara confessione del caposamurai è la riflessione di un vecchio Ulisse stanco di girare il mondo che riconosce la vanità di ogni azione umana. I samurai passano come il vento, mentre i contadini restano come la terra e il ritmo delle stagioni, sono loro ad approfittare della pace. Ma anche i samurai hanno vinto: operando come il lievito nella massa hanno creato nei contadini una coscienza, una volontà di lotta che prima ignoravano. E poi è l'avventura in se stessa che conta, direbbe Ford, non i benefici che se ne possono trarre; il pessimismo discreto di Kurosawa tempera l'ottimismo del maestro irlandese.
  



    
COMMENTO FINALE

Chi ha visto l'edizione decimata del film (dove i samurai erano ridotti a quattro) l'ha potuto definire un western alla Ford su un tema feudale. Di Ford ritroviamo qui indubbiamente certi temi (la solidarietà, la celebrazione diseroica dell'eroismo), la chiarezza e la semplicità della narrazione, la comicità picaresca e I'umanità dei personaggi. Ma, come già notava Tony Richardson nel 1955, "si tratta di somiglianze esteriori". Dopo aver segnalato entusiasticamente la grazia formale e la forma drammatica del film, l'impatto pittorico di molte scene, concludeva: "Kurosawa is a virtuose exponent of every technique of suspense, surprise, excitement, and in this he gives nothing to his western master".
Le qualità visive e ritmiche ammirate in Rashòmon si trovano qui per così dire decuplicate sullo "schermo gigante" del grande affresco corale. Rimaniamo sbalorditi davanti alla ricchezza davvero ariostesca degli episodi, dei personaggi, dei toni e dei registri narrativi. Kurosawa eccelle nel genere comico-picaresco non meno che in quello epico: accanto al solare Kambei, al lunare Kyuzo, al trepido novizio Katsushiro, al cupo Rikichi, al patetico Yohei (ironia della sorte, questo pauroso contadino che gioca al risparmio morrà per un eccesso di prudenza), svetta lo scatenato imprevedibile dinamicissimo Kikuchiyo, il più straordinario picaro e "miles gloriosus" del cinema. In un'opera interamente maschile non bisogna dimenticare la soave figura di Shino, la contadina che osa amare un samurai (la seduzione sul prato trasformato in un tappeto di fiori) e quella contadina centenaria che si dirige fieramente, armata di zappa, verso il bandito preso in ostaggio per vendicare la morte dei suoi familiari.


Definirlo il capolavoro epico di Kurosawa è troppo poco: nell'edizione integrale I sette samurai ha la semplicità e la vitalità dei migliori film di Ford, il vigore ritmico e lo splendore visivo del Nevski e dell'Ivan eisensteiniani, senza la retorica e il manicheismo del maestro sovietico che avrebbe qualcosa da imparare dall'umanità, dalla naturalezza, dall'ironia di Kurosawa. Curiosamente quando il regista giapponese "rivaleggia"con Ejzenstein (Kagemusha) finirà per smarrire in parte quel calore  umano, quella vitdità solare che tanto ci seducono nei Sette samurai. Non meraviglia che quest'opera monumentale - un francese I'ha definita "l'Iliade e Guerra e Pace del mondo contadino" - sia diventata il più grande successo del cinema giapponese nel mondo e che abbia tanto impressionato i registi americani, da Sturges (I magnifici sette) a Peckinpah (il ralenti di Il mucchio selvaggio), da Coppola che se la  riproiettava mentre girava Apocalypse now a Lucas:
"La prima volta che ho visto I sette samurai sono stato sbalordito dalla straordinaria energia che si sprigionava dallo schermo, fu per me uno choc culturale indimenticabile".
E indimenticabile è questo film per me....



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