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venerdì 1 febbraio 2013

2 - MEMORIE (Mémoires) - Carlo Goldoni

Ritratto di Carlo Goldoni  - Alessandro Falca detto Longhi (1733 - 1813)
 Olio su tela , cm. 125 x 105 Venezia, Casa di Carlo Goldoni

             
"Non detti pianto vedendo la luce per la prima volta… questa quiete pareva manifestare fin da allora il mio carattere pacifico che non si è mai in seguito smentito…".

Così cominciano le "Memorie" che Goldoni stesso scrisse durante la sua vecchiaia. Memorie di un uomo tranquillo dalla vita lunga, movimentata e operosa…, una vita tutta dedicata al teatro.
Carlo Goldoni, figlio di un medico, nacque a Venezia il 25 marzo del 1707. Fin da piccolissimo, le marionette, primo segno della sua straordinaria vocazione teatrale, erano il suo gioco preferito. Infatti trascorreva ore e ore in loro compagnia, recitando intere commedie che inventava con incredibile facilità. A tredici anni era studente di filosofia a Rimini…, strano studente, a dire il vero, dato che trascorreva tutte le sue sere frequentando una compagnia teatrale che recitava in quella città…, finché un giorno piantò improvvisamente scuola, professori e compagni e s'imbarcò con gli attori per Chioggia. Ma la sua carriera teatrale non durò a lungo e, quando la compagnia si sciolse, egli fece ritorno in famiglia. Rimase a casa un paio di anni, poi entrò nel celebre collegio Ghisleri di Pavia, da cui fu espulso in seguito a una satira contro le fanciulle della città.
Per qualche anno allora fece l'impiegato e lo studente, l'uno e l'altro senza voglia.
Nel 1731 si laureò in giurisprudenza a Padova e si mise a fare l'avvocato…, ma continuava ad occuparsi soprattutto di teatro, assistendo con passione a tutti gli spettacoli e scrivendo egli stesso melodrammi e rifacimenti di opere.
"La donna di garbo", scritta nel 1743, fu la sua prima commedia di carattere stesa per intero…, cinque anni dopo, Girolamo Madebac, un capocomico che recitava con la sua compagnia a Livorno, gli propose di diventare il poeta della compagnia. Goldoni non se lo fece ripetere e accettò. Da allora diventò un altro uomo. Scrisse numerose commedie iniziando la sua famosa riforma del teatro… non più opere convenzionali e accademiche, ma vive, con figure e fatti presi dalla vita reale. Il periodo dal 1749 al 1762 fu il più lieto e fecondo della sua vita…, scrisse più di trenta commedie, fra cui quasi tutti i suoi capolavori.

In un punto delle sue "Memorie" Carlo Goldoni racconta un episodio assai gustoso, che vale la pena di rileggere.
Non è soltanto una scena squisitamente goldoniana…, essa può ben fungere da introduzione al discorso che mi accingo a fare. Narra dunque il Goldoni che, dopo l'allegro viaggio sulla famosa "barca dei comici" arrivato a Chioggia e andato da sua madre, dovette affrontare il burbero padre che lo sapeva fuggito dal collegio di Rimini.
- "Uscite", disse mio padre alla moglie e alla sorella, "lasciatemi con questo poco di buono". Esse escono…, io mi avvicino tremando.. "Ah, padre mio!…" - "Come mai, signore mio bello? Qual caso vi ha portato qui?"… "Padre mio, vi avranno detto…" - "Sì, mi hanno detto che voi, nonostante le rimostranze e i buoni consigli, a dispetto di tutti, avete avuto la sfacciataggine di lasciare Rimini improvvisamente" - "Che avrei io fatto a Rimini, padre mio? Era tutto tempo perduto per me" - "Che dite, tempo perduto?! Lo studio della filosoga, tempo perduto?" - "Ahi, la filosofia scolastica, i sillogismi, gli entimemi, i sofismi, i nego, probo, concedo, ve ne ricordate ancora, padre mio?".
"Egli non può dissimulare un piccolo moto delle labbra, da cui trapelava la gran voglia che aveva di ridere…, ed io ero abbastanza accorto per non notarlo, e però mi feci animo. "Ah, padre mio", continuai, "fatemi imparare la filosofia dell'uomo, la buona morale, la fisica sperimentale".
Il colloquio tra padre e figlio continua poi sul tema dei comici coi quali Carlo è arrivato fino a Chioggia, e il buon burbero padre finisce molto volentieri col perdonare al figlio la sua scappatella. E anzi, afferma che andrà lui stesso a ringraziare gli attori per la loro cortesia verso Carlo. Non molto tempo dopo, sarà proprio lui che si servirà degli attori, del fascino da loro esercitato sul figlio, dell'attrazione che provava per il loro teatro, per cacciar via dal suo animo insani propositi di farsi prete.
Nessuna scuola allora avrebbe potuto insegnare al Goldoni giovanetto ciò che egli cercava, ciò che egli chiedeva al suo secolo. Vi dominava l'aborrita scolastica…, essa era ancora nelle mani dei gesuiti. Quanto alla cultura ufficiale, vi spadroneggiavano gli Arcadi, vi dominavano gli Accademici di tutte le risme. Poi, man mano che il secolo s'inoltrerà, e Goldoni se lo visse quasi tutto, dal 1707 al 1793, le cose cambieranno, e anche in Italia fiorirà l'età dei lumi. Ma lui avrà camminato per la sua strada, e ciò che dalla scuola non aveva avuto, lo trarrà dalla vita, dall'esperienza, dalla gente simile a lui.

La filosofia dell'uomo, la buona morale. Una richiesta come quella di Carlo Goldoni l'avrebbe sottoscritta certamente anche un altro poeta, qualche decennio dopo di lui. Lombardo, questi… Giuseppe Parini. Due mondi completamente diversi, quello del Goldoni e quello del Parini…, una vita agiata e pacifica, un successo mondano e fastoso, viaggi per l'Italia e lunghi soggiorni all'estero, per l'uno…, un'esistenza grama per la sua gran parte, una condizione quasi sempre di sottomissione ora presso le famiglie, in cui faceva il precettore, ora sulle cattedre degli istituti scolastici a lui affidati, una ritrosa vecchiaia dopo una vita sedentaria in città, con lo sguardo pieno di nostalgia rivolto verso i "colli ameni" del "vago Eupili", il dolce laghetto di Pusiano dove aveva avuto i natali, nel 1729, per l'altro.
E tuttavia, nonostante queste differenze, e altre cose che indicherò più avanti, lo spirito della sua opera è proprio questo…, un uomo nuovo, una morale nuova. Anch'egli cerca…, e neanche per lui sarà la scuola che servirà. Parini studia da prete, e lo diventa. Ma di religioso in lui non c'era nulla…, della fede cattolica, nemmeno l'ombra. La sua filosofia dell'uomo, la sua buona morale egli la troverà nei suoi rapporti umani, a contatto con gente che aborre e che condanna, a contatto con l'altra gente di cui si fa portavoce.

L'avrebbe sottoscritta anche Vittorio Alfieri la richiesta espressa dal Goldoni a suo padre? Tra l'avvocato veneziano e il nobile piemontese c'è, evidentemente, un abisso. Ma anche lui, come il Goldoni scrive la sua autobiografia, se la prende con gli studi pedanteschi, si ribella ai "vergognosissimi perdigiorno", alle "idee p circoscritte o false o confuse". E proprio in questo punto l'Alfieri aggiunge che egli aveva "una certa naturale pendenza alla giustizia, all'eguaglianza, e alla generosità d'animo che mi paiono gli elementi d'un ente libero, o degno di esserlo".
Più o meno, dunque, Goldoni, Parini e Alfieri cercavano la stessa cosa. Era il loro secolo che li spingeva a questo…, e più che la sua cultura che si andava rinnovando, più che la sua ideologia illuminista, era propria la situazione reale della società in cui vivevano. Com'è che essi vi cercano qualcosa di nuovo e di diverso, pur partendo da posizioni assolutamente eterogenee tra loro?
Il fatto è che nella società in cui essi vivevano c'era qualcosa da cui tutti e tre aborrivano, qualcosa che essi avevano davanti a sé e guardavano con ostilità, quel qualcosa, appunto, che impediva quel rinnovamento che essi auspicavano, e che Goldoni così bene aveva sintetizzato nell'espressione "filosofia dell'uomo, buona morale".
Essi avevano davanti a sé una classe decaduta e corrotta…, l'obiettivo comune della loro polemica, e uso pure questa parola, anche se non corrisponde egualmente bene per tutti e tre all'essenza della loro opera, .. Era l'aristocrazia, quella nobiltà di cui l'Alfieri, come lui stesso dice all'inizio della sua autobiografia, voleva "svelarne le ridicolezze, gli abusi e i vizi".
In fondo, gran parte del teatro di Goldoni, fa proprio quello che si proponeva l'Alfieri. Per Goldoni l'uomo vero, assennato, sereno, operoso, è il borghese… uno dei personaggi da lui preferiti è Pantalone… sì, l'antica maschera, ma nobilitata dal buon senso tipico della classe agiata dei mercanti, dalla dignità del suo lavoro. Di contro alla simpatia con cui Goldoni tratteggia lui, e tanti altri suoi personaggi, che magari portano ancora il nome di una maschera della Commedia dell'arte, ma sono degli uomini o delle donne nuove (dalla Rosaura della "Vedova scalza" alla Mirandolina della "Locandiera"…, da Lucietta e Filippetto dei "Rusteghi" al Guglielmo de "L'avventuriero onorato"), sta la decisa messa in ridicolo della nobiltà. L'aristocratico viene sempre presentato in modo che le sue parole, il suo modo di ragionare e di agire appaiono superati, di un'altra età, e come tali, appunto, ridicoli. Di fronte alla naturalezza, alla semplicità, alla franchezza dei suoi personaggi borghesi, sta la ricercatezza, la stravaganza, la leggerezza, il parassitarismo dei suoi personaggi aristocratici. Una delle commedie meno rappresentate, e per pour cause, ma più interessanti da questo punto di vista è il "Feudatario" (che è del 1752) in cui c'è proprio la contrapposizione tra l'antico rapporto sociale che sussiste nel feudo e la più libera, colorita, felice vita dei contadini.

Poeta del terzo stato, il Goldoni, De Sanctis lo chiama addirittura il "Galileo della nuova letteratura". E aggiunge … "Il suo telescopio fu l'intuizione netta e pronta del reale, guidata dal buon senso. Come Galileo proscrisse dalla scienza le forze occulte, l'ipotetico, il congetturale, il soprannaturale, così egli voleva proscrivere dall'arte il fantastico, il gigantesco, il declamatorio e il retorico".

E di fronte all'altra gente che non stava al di sopra della borghesia nella scala sociale, ma al di sotto, quale fu l'atteggiamento del Goldoni? La plebe dei pescatori, dei gondolieri, dei contadini, le cameriere spiritose e i servi astuti, sono tutti visti con simpatia. Si pensi alla gente del popolo che figura nelle "Le baruffe chiozzotte" o nel "Campiello"…, quanta felicità di descrizione, quanta vivezza di linguaggio, così vicino al discorso comune degli umili, dei poveri, dei lavoratori più modesti !!

Nel 1762, fu invitato a dirigere gli spettacoli della "Comédie Italienne" a Parigi. Accettò, anche perché era stanco della lotta che in Italia gli muovevano certi critici e certi autori. Un pubblico nuovo e una lingua straniera lo attendevano, ma, soprattutto con il "Burbero benefico", scritto in francese, egli riuscì a trionfare anche a Parigi. I suoi ultimi anni non furono lieti, In seguito allo scoppio della Rivoluzione francese perse la pensione che gli era stata fissata dal re e si ridusse in miseria.
Povero e semicieco, morì a Parigi il 6 febbraio 1793, (un giorno prima che gli fu ripristinata la pensione), lontano dalla sua Venezia.

1 commento:

sergio celle ha detto...

....straordinario, letto tutto d'un fiato...ciao Loris...alla prox..