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giovedì 14 febbraio 2013

IL TEATRO - La poesia drammatica (THEATRE - The dramatic poetry)



     
 DRAMMA

Dramma è parola greca che vuol dire "azione e poesia  drammatica" è quella in cui l'autore non narra e non parla di sé come nella lirica, non insegna come nella didascalia, ma finge che determinate persone - personaggi - parlino ed agiscano sulla scena, cioè sul palcoscenico, alla presenza degli spettatori, come farebbero nella vita, esprimendo i sentimenti e gli affetti che li muovono ad operare. Perciò Victor Hugo sentenziò: spirito drammatico è "essere gli altri". 

L'autore del dramma dimentica se stesso, scompare, per farsi interprete dei sentimenti, degli affetti dei personaggi che vede nella sua fantasia: questi soli vivono sulla scena, parlano, lottano, agiscono, in conformità dei loro caratteri, delle loro volontà, finché si giunge allo scioglimento dell'azione drammatica.

L'autore drammatico per riuscire nel suo intento deve possedere una profonda conoscenza della vita e delle aspirazioni, delle complicazioni, delle contraddizioni che sono nel cuore degli uomini.

Il genere drammatico fu molto coltivato fin dai tempi antichi perché sempre gli uomini sentirono il bisogno di vedersi vivere in personaggi di immaginazione, in avventure fittizie: e cultori magnifici di questo genere furono i Greci.

Il popolo greco onorò gli dei, di cui immaginò sentimenti e affetti, gioie e dolori e dedicò uno speciale culto a Dioniso (Bacco), il dio del vino. Rustici adoratori del dio ne raccontarono le imprese piene di pericoli e patimenti che secondo la leggenda egli aveva affrontato o sofferto, o le imprese amorose e la gioconda ebbrezza. Dal racconto delle prime nacque la tragedia, dal racconto delle seconde la commedia. Un coro, con mimica e danza accompagnava l'azione ed esprimeva i sentimenti suscitati dal racconto.
Ecco qui il primo germe del dramma, cioè della poesia in azione. Tragedia significava: canto del caprone, perché si sacrificava a Dioniso un capro, animale infesto alla vite; commedia significava, secondo alcuni, canto del cosmos, cioè del lieto convito, secondo altri del còme cioè del villaggio.


TRAGEDIA

I personaggi della tragedia erano dei, eroi, potenti, che vivevano sulla scena forti passioni le quali, a mano a mano che la rappresentazione volgeva alla fine, detta catàstrofe, suscitavano negli spettatori l'orrore e la pietà, perché sempre chi soccombeva era il buono. In essa era spesso rappresentata la vittoria di una legge divina e morale, la Necessità, la quale voleva che nessuna offesa contro la giustizia dovesse rimanere impunita; e l'elevatissimo argomento trovava espressione nel verso.

La tragedia greca aveva questa struttura: constava del prologo, che precedeva l'entrata del coro accompagnato da danze; di episodi che erano le parti di mezzo; dì un'ultima parte, l'epilogo; tra i vari episodi c'erano cori chiamati stàsimi.

Per la tragedia fu stabilita la legge delle tre unità: di tempo, di luogo e d'azione: l'azione doveva essere una sola, anche se con vari episodi e varie peripezie di personaggi, e svolgersi tutta nello stesso luogo e nel tempo di un "giro di sole" o poco più.

Al rigore di questa legge disubbidirono un grande drammaturgo inglese, William Shakespeare, e poi, al principio dell'800, la scuola romantica; anche il teatro moderno trascura le tre unità.

Eschilo, nato in Eleusi presso Atene (525-456), fu il creatore della tragedia, ne compose settanta, di cui sette giunsero fino a noi. Dinanzi a più di 25.000 spettatori furono rappresentate in Atene le sue Eumenidi che produssero profonda commozione. 
Sofocle, nato a Colono, borgo del'Attica (496-405), produsse più di cento tragedie, di cui solo sette ci sono rimaste. Il suo Edipo re, ancora oggi rappresentato, è il capolavoro del teatro greco. Egli è sommo nel ritrarre le grandi commozioni dell'animo umano. 
Euripide, nato a Salamina (480-406), scrisse molte tragedie delle quali diciassette sono giunte a noi; e le più belle sono Ifigenia in Tauride..., Ifigenia in Aulide..., Elettra
Fu il più popolare dei tre, per il tono umano e patetico, per il suo realismo.

Quantunque i Romani fossero amanti del teatro, nel campo della tragedia non crearono nulla di originale. Lucio Anneo Seneca (4 a.C.-65 d.C.) compose nove tragedie che trattano soggetti tolti alla mitologia greca e modellate su tipi greci, mancanti però di forza drammatica e appesantite da molte sentenze. Ricordo la Medea, la Fedra.

Le tragedie di Seneca servirono di modello ai nostri poeti tragici del Cinquecento: Gian Giorgio Trissino, autore della prima tragedia regolare italiana, la Sofonisba in endecasillabi, molto lontana dallo spirito della tragedia greca e Pietro Aretino (1492-1556), autore di una tragedia di qualche pregio, l'Orazia
Rinnovò la tragedia Vittorio Alfieri che ne scrisse diciannove, calde del suo amore per la libertà, vibranti di tensione eroica. Sono composte - come il suo capolavoro, il Saul - di cinque atti di endecasillabi sciolti spesso duri.

Composero tragedie Vincenzo Monti, Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni (Il conte di Carmagnola e l'Adelchi), Silvio Pellico (Francesca. da Rimini), Giovanni Battista Niccolini (1782-1861) che destò entusiasmi col Giovanni da Procida e l'Arnaldo da Brescia, Pietro Cossa (1834-1881) autore del Nerone, della Messalina, del Cola di Rienzo, Gabriele D'Annunzio che scrisse fra le altre la Figlia di Iorio "tragedia pastorale", ricca di poesia e di musica, interpretata dai più valorosi attori nostri e molto applaudita da tutti i pubblici.

Oggi, a mio avviso, la vera tragedia con le sue grandi passioni e grandi personaggi non è più conforme al gusto del pubblico.

Tra i poeti tragici stranieri, il massimo dì tutti i tempi da paragonarsi solo ai Greci è l'inglese William Shakespeare (1564-1616), geniale esploratore degli abissi dell'anima umana, così delle passioni, delle scellerataggini più atroci come delle virtù più sublimi, creatore di caratteri che le vivono sulla scena, e per la loro verità vivranno eterni.


Egli attinse per le sue creazioni dalla vita contemporanea, dalla storia, dalle antiche saghe del Nord, dalla novellistica.
Capolavori sono Re Lear..., Macbeth..., Amleto..., Otello..., Giulio Cesare..., Mercante di Venezia. Nelle tragedie di questo grande - da alcuni trattatisti chiamate drammi - si alternano la poesia e la prosa: i personaggi si esprimono in poesia quando si elevano ad alti pensieri o sono scossi da veementi passioni; in prosa quando esprimono pensieri, sentimenti della vita comune, quotidiana.

Il più grande poeta della Germania Johann Wolfgang von Goethe creò il Faust
Gli sta vicino il tedesco Friedrich Schiller, cui dobbiamo i Masnadieri, il Guglielmo Tell, il Don Carlos, il Wallenstein: egli fu propugnatore delle sante idee della giustizia e della libertà.

Fecondissimi autori di tragedie (oltre che di commedie e azioni sceniche) furono in Spagna Lope de Vega (1562-1635) e Calderon de la Barca (1600-1681).

In Francia Pierre Corneille (1606-1684) prescelse argomenti storici, come nell'Orazio, Cinna, il Cid, ed esaltò il trionfo del dovere sopra la violenza delle umane passioni.
Jean Racine (1639-1699) rappresentò con acuta analisi psicologica conflitti di passioni, specie l'amore. Suoi capolavori: Andromaca..., Britannico..., Fedra..., Atalia.


COMMEDIA

La commedia greca, che ci riporta all'allegra festa della vendemmia che si celebrava con baldorie, danze, lazzi, rappresentò scene della vita di tutti i giorni con personaggi reali, designati coi propri nomi, di cui si riprodussero le fattezze con apposite maschere. Fece satira politica e di costumi e assalì i cittadini, anche i più rappresentativi, esponendoli al ridicolo; il tutto aveva lieto fine.

Superò tutti i poeti comici che lo avevano preceduto Aristofane, ateniese (450-385), critico, nelle sue commedie, della vita ateniese sotto l'aspetto politico, intellettuale, morale, flagellatore specialmente dei demagoghi, dei filosofi, dei retori. Si dice che abbia scritto cinquantacinque commedie, tutte mordenti di satira e scintillanti di umorismo.
Ricordo le Nuvole, le Vespe, gli Uccelli, le Rane, i Cavalieri.

Quando fu proibito di esporre al pubblico disprezzo i cittadini, all'antica - come fu detta quella di Aristofane - seguì la commedia media che non ebbe più l'audacia della fantasia e l'acrimonia degli attacchi della aristofanesca; e poi la nuova che si avvicina alla nostra moderna commedia di carattere o d'intreccio e metteva in scena padri severi, figli scavezzacolli aiutati da uno schiavo compiacente, parassiti, intriganti, soldati millantatori. Pochi frammenti sono giunti fino a noi delle molte commedie composte dall'ateniese Menandro (342-292), il miglior poeta della commedia nuova.

I Romani, inclinati all'osservazione della realtà della vita e al motteggio, coltivarono ben presto la commedia. Si cominciò con la sàtura, una specie di farsa, coi carmina fescennina (da Fescennio città etrusca), con le fabulae atellane (da Atella oggi Aversa).

Le fabulae romane - così si chiamavano le commedie - dapprima tolsero intrecci da Menandro. Così fecero Tito Maccio Plauto (254-184) e Publio Terenzio Afro (185-159).
Delle centotrenta commedie di Plauto solo venti giunsero a noi e tra le migliori sono i Captivi (i prigionieri di guerra), per me la più bella commedia che abbia mai veduto le scene, il Miles gloriosus (il soldato spaccone), Trinummus (le tre monete), tutte ricche di comicità. 
Minor forza comica di Plauto, ma maggiore abilità nel delineare i caratteri ebbe Terenzio: delle sei commedie pervenuteci, le migliori sono l'Andria (la donna di Andro) e gli Adelfi.

Presso i Romani la commedia non ebbe notevole svolgimento, perché a questo genere di spettacoli essi preferirono quelli sanguinosi del circo, i combattimenti dei gladiatori con le fiere. Poi, nel Medioevo le moltitudini furono attratte, come vedremo, da spettacoli ben diversi. Ma nel Cinquecento i modelli antichi vennero ripresi e imitati: l'Ariosto imitò la commedia latina nelle sue cinque commedie in endecasillabi sdruccioli sciolti: la Cassaria..., i Suppositi..., ecc.



Quando ho iniziato la trattazione dei componimenti e generi letterari ho distinto le opere.scritte in linguaggio poetico da quelle composte in prosa; ed essendo state scritte quasi tutte in prosa le commedie, dopo queste dell'Ariosto, dovrei rimandare la continuazione dell'argomento a quando parlerò delle opere in prosa. Invece ne tocco qui per comodità di trattazione e per dare del genere drammatico un quadro unitario.

Niccolò Machiavelli (1469-1527) si affrancò dalla imitazione della commedia latina e con la Mandragola diede la più bella commedia - in prosa - del secolo e una delle più belle di tutti i tempi, ricca di caustica comicità. 
Vive pitture dei costumi del tempo sono le commedie di Pietro Aretino.

Nacque alla fine del Cinquecento ed incontrò molta fortuna la commedia dell'arte, cioè improvvisata e recitata da persone che facevano del recitare un'arte (ché prima d'allora non c'erano attori di professione). Era anche chiamata a soggetto o a canovaccio perché gli attori ricamavano lunghe, piacevoli scene sui soggetti delle commedie stesi dagli autori, semplici schemi di scene senza dialoghi di sorta. Questi schemi si chiamavano scenari.

Gli attori sostenevano sempre la stessa parte: del padre nobile - il Pantalone veneziano - del padre rivale del
figlio in amore, del giovane scapestrato, dell'amante timido o sfacciato, del dottor Balanzone che fa sfoggio di un sapere che non possiede, del Capitan Fracassa, della fanciulla corteggiata, dei servi Arlecchino, Pulcinella, Brighella, Meneghino, delle servette Colombina, Corallina, ecc. 
Questa commedia suscitò vivi entusiasmi in Italia dov'era nata e oltralpe, ma a poco a poco decadde, diventò solo più un succedersi di lazzi e luoghi comuni spesso licenziosi.
A risollevare le sorti del teatro comico venne il veneziano Carlo Goldoni (1707-1793). 
Cantò così Giosuè Carducci:

La commedia dell'arte si dormia
ebra vecchiarda; ed ei con un suo gesto
le spiccò su dal fianco disonesto
la giovinetta verità giulìa

Il Goldoni procedette per gradi, lasciando sempre meno posto all'improvvisazione estemporanea dell'attore, finché scrisse le commedie per intero e sostituì ai bizzarri, complicati, licenziosi, frusti intrecci, caratteri e ambienti tratti dalla vita reale. Instaurò nell'arte la verità, la naturalezza. Scrisse più di duecento commedie in italiano e in dialetto, in prosa e in versi, d'intreccio come il Ventaglio, di carattere come Il Bugiardo e molte altre. 
Suoi capolavori sono La locandiera..., La bottega del caffè..., La casa nova..., Le barufe ciosote...., I rusteghi: tutte di inesauribile comicità, di satira bonaria.

Lungo sarebbe anche solo un elenco dei commediografi italiani: nominerò i più noti: il veneziano Francesco Bon (1788-1858) autore e attore di La trilogia di Ludro, il modenese Paolo Ferrari (1822-1889) autore, tra l'altro, di due belle commedie storiche: La satira e Parini e Goldoni e le sue sedici commedie nuove; il piemontese Giuseppe Giacosa (1847-1906) di cui ancora piace assai al pubblico Come le foglie; il veneziano Giacinto Gallina (1852-1897) che scrisse patetiche commedie nel suo dialetto, i lombardi Gerolamo Rovetta (1851-1910), Marco Praga (1862-1929), Giannino Antona Traversi (1861-1939), il napoletano Roberto Bracco (1861-1943), il siciliano Luigi Pirandello (1867-1936), il livornese Sabatino Lopez (1867-1951). 
Scrissero, tutti, in prosa: solo in alcune commedie il Ferrari, il Martini e il Giacosa usarono il verso martelliano.

Molti famosi tragediografi stranieri diedero al teatro anche belle commedie come Shakespeare: La bisbetica domata..., La commedia degli equivoci..., Molto rumore per nulla..., Pene d'amor perdute;  gli spagnoli Lope de Vega e Calderon de la Barca; i francesi: Corneille Il mentitore, Racine I Litiganti (Les plaideurs), Beaumarchais (1732-1799) Il barbiere di Siviglia e Le nozze di Figaro, due ardite satire sociali della Francia innanzi la Rivoluzione.

Il massimo commediografo di Francia e tra i più grandi del mondo è Molière, pseudonimo di Jean-Baptiste Poquelin (Parigi, 15 gennaio 1622 – Parigi, 17 febbraio 1673), potente creatore di caratteri nelle sue commedie, tra le quali si annoverano dei capolavori come Il Tartufo..., L'Avaro..., Il malato immaginario..., Le preziose ridicole..., Le donne saccenti.


DRAMMA

Teatro è rappresentazione della vita e in questa le ore tristi si avvicendano alle liete, il sorriso e il riso alle lacrime. Gli uomini della vita comune non sono i grandi personaggi sconvolti dal turbine delle passioni come quelli rappresentati dalla tragedia, né sono persone a cui la vita fa vedere solo il suo volto giocondo, come ce le rappresenta la commedia. Sono uomini che hanno i loro problemi di indole morale e sociale, combattono le loro lotte seguite da vittorie e sconfitte. E il teatro che vuole essere specchio di tutta la vita in tutte le sue manifestazioni, ha avuto nell'Ottocento un nuovo genere: una rappresentazione che tiene una via di mezzo tra la tragedia e la commedia: il dramma, che anche oggi ha molta fortuna.
Se ne possono distinguere tre specie; lo storico in cui agiscono personaggi storici e si ritraggono le loro vicende e i tempi in cui vissero; quello a tesi che vuol dimostrare un qualche principio, una massima, combattere qualche pregiudizio o stortura morale; lo psicologico che ritrae conflitti di affetti e di passioni.

Composero drammi in Italia Paolo Giacometti (1816-1882) di cui fu applaudita Morte civile; Paolo Ferrari autore di Il duello..., Il suicidio; Giuseppe Giacosa, del quale ancora si rappresentano Tristi amori; Gerolamo Rovetta, di cui ricordo I disonesti; il D'Annunzio, il Pirandello e altri molti.

Tra gli stranieri ricordo i francesi Victor Hugo, autore dell'Ernani, della Lucregia Borgia, dei Burgravi ecc., Alexandre Dumas figlio (Parigi, 27 luglio 1824 – Marly-le-Roi, 27 novembre 1895) che commosse tanti pubblici con La signora dalle camelie; Victorien Sardou (Parigi, 5 settembre 1831 – Parigi, 8 novembre 1908) autore di Rabagas  e di Tosca; gli inglesi George Gordon Byron, conosciuto come Lord Byron (1788–1824), Percy Bysshe Shelley (1792-1822), Oscar Wilde (1856-1900), Bernard Shaw (1856-1951); i tedeschi Hermann Sudermann (1857-1928) e Gerhart Johann Robert Hauptmann (1862–1946), i norvegesi Henrik Ibsen (1828–1906) di cui sono famosi Gli spettri e Casa di bambola e Bjørnstjerne Martinus Bjørnson (1832–1910); i russi Aleksandr Sergeevič Puškin (1799–1837) autore del dramma storico Borìs Godunòv, Nikolaj Vasil'evič Gogol' (1809–1852) di cui ricordo Il Revisore, Lev Nikolàevič Tolstòj (1828–1910) a cui si deve, tra l'altro, il cupo dramma La potenza delle tenebre, Anton Cechov (1860-1904) autore del malinconico Il giardino dei ciliegi, Maksim Gor'kij (1868-1936) di cui si recitava un tempo Bassifondi.


SACRA RAPPRESENTAZIONE

Nel Medioevo la Chiesa per allontanare il popolo da quei ludi sanguinosi dei circhi a cui si erano appassionati i Romani, invitò i fedeli nei templi, ove li fece assistere a riti della liturgia che, a poco a poco, presero la forma di drammi liturgici, uscirono dalle chiese, si svilupparono e, in Francia, Spagna, Germania presero il nome di misteri, miracoli. In Italia questo non avvenne. Qui, vedemmo, a metà del Duecento, erano cantate nelle piazze laudi spirituali e queste assunsero forma drammatica in virtù dei dialoghi tra i personaggi, degli apparati scenici (vesti dei personaggi, la colonna per legarvi Cristo, la colomba dello Spirito Santo ecc.). Si giunse per questa via alla sacra rappresentazione, dando vita e azione a soggetti attinti ai sacri testi, a leggende devote, a vite di santi. 
Sacre rappresentazioni composero Feo Belcari (l410-1484), Lorenzo il Magnifico. Il coetaneo di Lorenzo, Angelo Poliziano, si servì della forma esteriore della sacra rappresentazione per trattare, nell'Orfeo, un soggetto mitologico.
Nella Spagna ne furono composte da grandi poeti e si chiamarono autos sacramentales.


DRAMMA PASTORALE

Il dramma pastorale è una nuova forma di teatro nata nel Cinquecento, una rappresentazione di vicende quasi sempre amorose, i cui personaggi sono pastori, pastorelle, ninfe, satiri idealizzati. 
Cominciò il ferrarese Agostino Beccari col Sacrificio, rappresentato sfarzosamente a Ferrara nel 1554 e questo genere giunse alla perfezione con l'Aminta di Torquato Tasso, tutta freschezza d'idillio, tutta melodia.
Il pastore Aminta ama la ninfa Silvia che lo fugge; avendo appreso la notizia che essa è stata sbranata dai lupi, si getta da una rupe. Ma Silvia è sana e salva, s'accorge di amare il pastore e corre a quel dirupo ove Aminta, che era solo svenuto, rinviene tra i baci di lei.

Anche Giambattista Guarini (1538-1612) compose un bel dramma pastorale: Il pastor fido.


MELODRAMMA

Il melodramma è un'azione drammatica scritta per essere messa in musica e cantata. Nacque dalla geniale collaborazione di poeti e musicisti che intesero a risuscitare quella che doveva essere stata la musica usata dai Greci nella tragedia. 
Il primo melodramma fu la Dafne del fiorentino Ottavio Rinuccini (1564-1621) musicata da Jacopo Peri e rappresentata nel 1599; essa ottenne tanto successo da incoraggiare il Rinuccini e il Peri a continuare. Ed ecco l'Euridice (1600), e l'Arianna (1608). 
Un altro poeta di melodrammi fu Gabriello Chiabrera; e diedero la musica ai melodrammi Giulio Caccini, Claudio Monteverdi, Alessandro Scarlatti ecc. 
Il melodramma consisteva nel canto ad una sola voce e nel recitativo - che era un "recitar cantando" che seguiva passo passo il testo poetico. L'argomento poteva essere tragico o comico ed era trattato senza vera solidità d'azione e senza che i caratteri dei personaggi fossero bene sviluppati.

Il romano Pietro Trapassi, detto grecamente Pietro Metastasio (1698-1782), è il più grande scrittore di melodrammi, i quali erano così ricchi di poetica vena che poterono venir recitati e gustati anche senza musica. Le riflessioni sono stese in endecasillabi misti a settenari e costituiscono il recitativo, la passione si effonde nelle strofette di canzonetta: si chiamavano arie. 
Vanno ricordati tra i molti melodrammi suoi la Didone abbandonata..., Attilio Regolo..., La Clemenza di Tito.

Nell'Ottocento il melodramma assume il nome di opera nella quale più che alla poesia è data importanza alla
musica.

Dopo il Metastasio il melodramma decadde e si ridusse ad essere un modesto libretto da musicare. Ammannirono artistici libretti Felice Romani, Arrigo Boito, che fu pure musicista, autore del Mefistofele, Giuseppe Giacosa, Luigi Illica, Giuseppe Adami. Ma spesso i libretti furono alquanto scadenti; il che non impedì che fossero rivestiti di note sublimi da musicisti come Vincenzo Bellini, Gaetano Donizetti (1797-1848), Gioacchino Rossini, Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Pietro Mascagni.


OPERA COMICA

L'opera comica - detta pure buffa - fu anch'essa poesia sposata alla musica e, più del melodramma, fu aderente alla realtà della vita contemporanea. Fiorita nel Settecento ebbe successo durante tutto l'Ottocento. Molte opere comiche sono famose non per i libretti - alcuni addirittura insulsi - ma per la musica. Perciò si ricordano soprattutto i musicisti, come il Pergolesi che rivestì di musica il libretto La serva padrona di A. F. Gennaro, il Paisiello che musicò il Socrate immaginario di Giambattista Lorenzi (ma anche dell'argutissimo abate Ferdinando Galiani), il Cimarosa che diede la musica al Matrimonio segreto del Bertatti, il Rossini autore di quel Barbiere di Siviglia, capolavoro di vivacità e giocondità, di cui Cesare Sterbini fu il librettista.


OPERETTA

Continuatrice della gloriosa opera buffa italiana è l'operetta, che non è esente talora da volgarità e licenza; essa fu coltivata specie a Parigi e a Vienna.


FARSA

La farsa è una commediola in un atto tutta da ridere, che si recitava dopo una tragedia o un dramma, e consisteva spesso in un seguirsi di equivoci, di burle, canzonature e bastonature. Famose nel Cinquecento le farse dell'autore e attore padovano Angelo Beolco detto il Ruzzante (l502 ?-1542), miste di lingua italiana e padovano rustico, che pongono in scena dei contadini.


MONOLOGO

Il monologo è una scena unica per un solo attore o anche la parlata che un personaggio fa da solo sulla scena.
Schiette risate suscitarono i monologhi di Luigi Gandolin, pseudonimo di Luigi Arnaldo Vassallo (1852-1906).


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