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mercoledì 27 marzo 2013

LONTANO DAL VIETNAM (Loin du Vietnam) - Jean-Luc Godard


   
LONTANO DAL VIETNAM
Titolo originale - Loin du Vietnam
Paese di produzione Francia
Regia - Joris Ivens, William Klein, Claude Lelouch, Agnès Varda, 
Jean-Luc Godard, Chris Marker e Alain Resnais
Sceneggiatura - Jean-Luc Godard, Chris Marker e Jacques Sternberg
Fotografia - Jean Boffety, Denys Clerval, Ghislain Cloquet, Willy Kurant, 
Alain Levent, Kieu Tham e Bernard Zitzermann
Montaggio - Jacques Meppiel
Anno 1967
Durata 115 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro
Genere - Documentario


Lontano dal Vietnam ) è un documentario del 1967 diretto da Joris Ivens, William Klein, Claude Lelouch, Agnès Varda, Jean-Luc Godard, Chris Marker e Alain Resnais.
   
    
Lontano dal Vietnam si presenta quasi come un film a episodi (anche se questi non sono "firmati" dai singoli autori e se l'omogeneità del film è senza dubbio superiore a quella delle casuali raccolte di sketch). Ma questo film, cui lavorano lotto la supervisione di Chris Marker, oltre a Godard, Resnais, Klein, Agnès Varda, Ivens e Lelouch, rappresenta ben altro che una collaborazione attorno ad un tema politico di moda. Lontano dal Vietnam è per i cineasti francesi la prima esperienza collettiva di mobilitazione attorno ad un problema politico e di rapporto diretto fra militanza e lavoro cinematografico. Oltre agli 'autori', ben 150 tecnici si trovano in qualche modo coinvolti nel film, ed è da questa massa e da questa esperienza comune che si svilupperanno le ormai prossime vicende degli Stati Generali del cinema, dei collettivi di realizzazione militante, ecc.

L'episodio diretto da Godard è il quarto. Inizia col ciak, poi si vede l'obbiettivo di una cinepresa, poi lo stesso Godard che guarda nella macchina. Si tratta di una grossa Mitchell 35 mm: proprio il tipo di cinepresa meno adatto a girare un film sul Vietnam, che secondo le idee correnti dovrebbe essere un film di reportage€, girato alla svelta, sui luoghi dove più da vicino si sente la guerra. Nel frattempo Godard, che ha cominciato a parlare in prima persona, affronta proprio questo problema: 
"Se io fossi stato un cameramen della TV, della ABC di New York e dei cinegiornali sovietici, avrei filmato que€sto" (i bombardamenti, i feriti, il Vietnam insomma). "Ma io vivo a Parigi e non sono andato nel Viet-nam".
Il film che Godard farà sarà dunque, coscientemente, il film di un cineasta francese, nella sua "situazione concreta". Il monologo di Godard continua e si trasforma in confessione, o in autocritica. Dice di aver chiesto in effetti un visto per il Vietnam, ma di non averlo ricevuto:
"Per loro non ero, credo, un tipo raccomandabile... Con delle basi... con una ideologia un po' vaga... Forse non avevano torto... "...

Godard parla senza un preciso filo conduttore, e le parole non gli vengono con molta facilità. La sua crisi di cineasta in cerca di una certezza o di una direzione di azione è assai palese. Ma alcune decisioni vengono pur prese. 
"Cosi ho deciso di mettere il Vietnam in ogni mio film, a proposito o a sproposito". 
Mentre alle immagini di repertorio sui bombardamenti, sulla guerra biologica si alternano immagini di apparati cinematografici e inquadrature tratte dalla Chinoise, Godard enuncia il suo modo di mettere in pratica lo slogan guevarista dei molti Vietnam. Si tratta di fare entrare il Vietnam nella nostra vita quotidiana. Fare un film sul Vietnam può essere allora, per un francese, filmare gli scioperi della Rhodiaceta, nella primavera del '67. Si tratta insomma di lottare contro l'imperialismo e il capitalismo nel proprio settore specifico.

"La mia lotta particolare è la lotta contro il cinema americano, contro l'imperialismo economico €e estetico del cinema americano che manda in rovina il cinema mondiale".

Ma Godard si trova isolato in questa sua impresa, riconosce con amarezza che gli operai non vanno a vedere i suoi film. E il finale sarà allora insieme una dichiarazione di impotenza e un invito al grido e alla ribellione.
È difficile sintetizzare questo discorso, più morale che politico. Godard si presenta con il suo gusto del paradosso ma anche con molte sincerità, rivela le sue incertezze, le contraddizioni del proprio ruolo, ma mostra anche una grande lucidità nel rifiutare le soluzioni più facili: quella di credersi rivoluzionari per il solo fatto di filmare la rivoluzione o di fare dei film che piacciono epidermicamente agli operai. Godard per ora riesce a porre davanti a sé i termini del problema: esiste il cinema ed esiste la classe operaia, la classe storicamente e oggettivamente rivoluzionaria. II suo problema è quello di individuarne i possibili rapporti senza annullare né I'uno né l'altra nelle illusioni di reciproca speculiarità.
  




   
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