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lunedì 18 marzo 2013

L'UOVO DEL SERPENTE (The Serpent's Egg - Das Schlangenei) - Ingmar Bergman


   
L'UOVO DEL SERPENTE
Titolo originale - Das Schlangenei (The Serpent's Egg)
Regia - Ingmar Bergman
Genere - Drammatico
Soggetto - Ingmar Bergman
Sceneggiatura - Ingmar Bergman
Produttore - Dino De Laurentiis
Produttore esecutivo - Horst Wendlandt
Casa di produzione - Rialto Film (Monaco di Baviera, Germania), Dino De Laurentiis Corporation (USA)
Distribuzione (Italia) - Dino De Laurentiis
Fotografia - Sven Nykvist
Montaggio - Petra von Oelffen
Musiche - Rolf A. Wilhelm
Scenografia - Rolf Zehetbauer
Costumi - Charlotte Flemming
Lingua originale - Inglese, tedesco
Paese di produzione - USA, Germania
Anno - 1977
Durata - 119 minuti
Colore - Colore (Eastmancolor)
Audio - Sonoro (mono)

Interpreti e personaggi

Liv Ullmann: Manuela Rosenberg
David Carradine: Abel Rosenberg
Gert Fröbe: ispettore Bauer
Heinz Bennent: Hans Vergérus
James Whitmore: sacerdote
Glynn Turman: Monroe
Georg Hartmann: Hollinger
Edith Heerdegen: signora Holle
Kyra Mldeck: signorina Dorst
Fritz Straßner: dottor Soltermann
Hans Quest: dottor Silbermann
Wolfgang Weiser: Official
Paula Braend: signora Hemse
Walter Schmidinger: Solomon
Lisi Mangold: Mikaela
Grischa Huber: Stella
Paul Bürks: attore del cabaret
Toni Berger: signor Rosenberg
Erna Brunell: signora Rosenberg
Isolde Barth: ragazza in uniforme
Rosemarie Heinikel: ragazza in uniforme
Andrea L'Arronge: ragazza in uniforme
Beverly McNeely: ragazza in uniforme
Hans Eichler: Max
Kai Fischer
Harry Kalenberg: medico legale
Gaby Dohm: donna con neonato
Christian Berkel: studente
Paul Burian: persona sottoposta ad esperimenti
Charles Régnier: medico
Günter Meisner
Heide Picha: moglie
Günter Malzacher: marito
Hubert Mittendorf: Comforter
Hertha von Walther: donna in strada
Ellen Umlauf: hostess
Renate Grosser: prostituta
Hildegard Busse: prostituta
Richard Bohne: ufficiale di polizia
Emil Feist: Miser
Heino Hallhuber: Bride
Irene Steinbeisser: Groom
Herbert Fux
Anne Mertin
Klaus Hoffmann
Volkert Kraeft
Irene Steinbeisser: Groom
Ralf Wolter


L'uovo del serpente è un film storico-drammatico del regista svedese  Ingmar Bergman. La storia ambientata alla fine del 1923 a Berlino e racconta la di un circo di acrobati disoccupati in un contesto di impoverimento sociale. 
 Il titolo è tratto da una frase di Bruto nel  "Giulio Cesare" di Shakespeare
And therefore think him as a serpent's egg
Which hatch'd, would, as his kind grow mischievous;
And kill him in the shell.




   
TRAMA

Mentre scorrono i titoli di testa vediamo immagini in bianco e nero di persone che camminano lentamente in silenzio, con aria triste, dirette chissà dove. Si alternano con immagini colorate e festose accompagnate da un rumoroso fox-trot. Una voce fuori campo informa che siamo a Berlino, sabato 3 novembre 1923. L'inflazione non perdona: un pacchetto di sigarette costa quattro miliardi di marchi. Si è perduta la fiducia nel futuro e nel presente. Si fa festa a suon di musica. Anche Abel Rosenberg partecipa alla forzata allegria generale. Ebreo originario della Lettonia, è nato a Filadelfia ed ha 35 anni. È un trapezista americano, arrivato a Berlino a fine settembre insieme con il fratello Max, il quale è morto suicida. Abel è interrogato dall'ispettore Bauer, che lo sospetta  di aver assassinato il fratello e altre persone trovate uccise nel quartiere. Abel pranza con Holliger, in cerca di nuovi numeri per un circo di Amsterdam. Holliger, commentando le notizie pubblicate dai giornali, dice che si stanno avvicinando tempi terribili. Abel risponde di non credere alle beghe politiche. 
"Non commetterò stupidaggini - dice - e non mi metterò nei pasticci".

Nel pomeriggio Abel va a trovare la vedova di Max, Manuela, che lavora nel cabaret "L'asino blu". Le dice  che Max si è sparato, che le ha lasciato una lettera. C'è scritto: "Un flagello sta per abbattersi su di noi". Manuela dice di non aver visto molto il marito ultimamente a causa di un litigio per gelosia. Al termine dello spettacolo Manuela porta Abel casa con sé. Abel rievoca l'infanzia con il fratello. Il giorno dopo, a colazione parlano della possibilità di tornare al circo. Abel racconta di aver visto picchiare un uomo per la strada senza che la polizia si sia mossa a soccorrerlo. 
Manuela deve andare a lavorare. "È un ufficio di importazioni ed esportazioni",-dice. Rimasto solo, Abel fruga nei cassetti e trova un bel mucchio di soldi. Arriva Holle, la padrona di casa, che gli dà il benvenuto. Dice di volere molto bene a Manuela. 
L'ispettore invita Abel all'obitorio e gli mostra i cadaveri degli assassinati. Poi lo accusa. Abel cerca di fuggire, ma trova tutte le porte chiuse. Aggredisce le guardie, ma alla fine viene arrestato. Manuela va a trovarlo in carcere. "Mi hanno rubalo i risparmi", dice. L'ispettore rilascia Abel.
Tornati a casa, vengono a sapere che Holle non vuole più ospitare Abel. Manuela confessa ad Abel di aver avuto una relazione con Vergérus, inquietante e sinistra figura di scienziato. Abel insiste per sapere dove Manuela lavori e lei gli confessa che si tratta di un bordello di lusso, frequentato da diplomatici, giornalisti e attori famosi.
Siamo a martedì 6 novembre. I giornali sono pieni di voci minacciose. Il Governo è impotente. Manuela esce di casa, seguita di nascosto da Abel. Entra in una chiesa, si avvicina al prete. Questi ha fretta, deve celebrare. La invita a tornare un'altra volta. Ma lei insiste. 
"Questo senso di colpa - dice - non lo sopporto. È colpa mia se Max si è suicidato. Sento che devo occuparmi anche del fratello. L'unica cosa reale è la paura. Sto male. Che devo fare per essere perdonata?". 
"Vuole che io preghi per lei", dice il prete, e si inginocchia. "Viviamo così lontano da Dio - dice - che forse non ci sente quando chiediamo aiuto. Perciò dobbiamo aiutarci tra noi e darci l'un I'altro quel perdono che un Dio remoto ci nega. Tu sei perdonata per la morte di tuo marito. Non devi più sentirti in colpa. Chiedo il mtu perdono per la mia apatia e per la mia indifferenza. Vuoi perdonarmi?". 
"Sì, la perdono", risponde la donna. 
"Non posso far altro - conclude il prete. - Il parroco si irrita se arrivo in ritardo".

Abel e Manuela vanno ad abitare in un appartamento annesso alla clinica Sant'Anna, messo a disposizione da Vergérus. Tutti e due lavoreranno per la clinica: lei in cucina, lui in archivio. Abel è titubante, ma poi accetta.

C'è un'irruzione violenta dei nazisti nel cabaret, mentre balla e canta una grassona. Il direttore, "porco ebreo", è picchiato a sangue. La distruzione si conclude con un incendio.

Abel non riesce a dormire. "La gente - dice Manuela - non ha futuro, ha perso il suo futuro". Nella clinica i dottori Soltermann e Silbermann accolgono Abel, che sarà il loro assistente all'archivio. Uno di essi gli confida: "Sta succedendo qualcosa di terribile qui".
Il luogo di lavoro di Abel è in fondo a lunghissimi corridoi.

Angosciato, Abel trova rifugio nell'alcol. Ubriaco, rompe una vetrina e aggredisce il commerciante e sua moglie. 
Una prostituta lo invita. "Va' all'inferno", risponde lui. Lei replica: "E dove credi che siamo?". Entrato nel bordello, Abel beffeggia un negro impotente. Scopre che Manuela è morta. Esce dall'appartamento, si addentra nei sotterranei della clinica. Lo aggrediscono, reagisce. Si presenta Vergérus, che gli illustra orribili esperimenti su esseri umani drogati con una sostanza chiamata "tanatoxina" e condotti alla follia e alla morte. 
"Tuo fratello Max - dice - era uno dei nostri migliori assistenti".
Poi Vergérus, sapendo di essere stato denunciato all'ispettore Bauer, si suicida con una fiala di veleno schiacciata tra i denti. .
"Non sono un mostro - dice prima di morire -. Questi sono i primi esitanti passi di uno sviluppo necessario. La legge confischerà i nostri risultati e comincerà a studiarli. Tra pochi anni gli esperimenti saranno continuati su una scala più vasta; Noi precorriamo i tempi, dobbiamo essere sacrificati.La rivolta di Hitler sarà un fiasco colossale. Hitler sarà spazzato via il giorno stesso in cui scoppierà la tempesta. La gente è incapace di una rivoluzione. E' troppo impaurita, troppo frustrata. Si affaccia una nuova società. L'uomo è una malformazione della natura. Sterminiamo ciò che è inferiore e incrernentiamo ciò che è utile. Il mio esperimento è come un abbozzo di ciò che avverrà nei prossimi anni. Tuttavia nitido e preciso: proprio come I'interno dell'uovo di un serpente. Attraverso la sottile membrana esterna, si riesce a discernere il rettile già perfeftamente formato". 
Poi, il suicidio spettacolare: Vergérus si guarda morire nello specchio.

Abel ha dormito due giorni imbottito di Veronal. Bauer gli dice che ha parlato con Hollinger, il quale lo farà lavorare nel circo Wohlhammer. Qualcuno lo accompagnerà alla stazione. Lo informa che la rivolta hitleriana di Monaco è fallita: "Hanno sottovalutato la forza della democrazia tedesca". 
La voce fuori campo, a conclusione, dice che Abel eluse la scorta della polizia e che non fu mai più rivisto.
  


    
COMMENTO

Chissà: forse Abel è ancora tra noi, a dispetto di tutte le guerre, le rivoluzioni, le intolleranze, le prepotenze. Abel è la speranza, è ciò che resta quando tutto sembra perduto. La sconfitta del male è apparente, sta per accadere qualcosa di terribile, ma Abel, l'uomo, rimane a testimoniare la fiducia in qualcosa di diverso, di superiore, di credibile, di incancellabile. Questa volta Bergman, pur senza rinunciare alle sue tematiche preferite, ricorre a un tessuto narrativo di più vasto respiro, aiutato anche dall'ingente somma (pari a tre miliardi di lire) messa a disposizione dall'America. E' un cinema evidentemente meno povero, ma non per questo è un tradimento, come qualcuno ha detto. La differenza, rispetto a molti altri film di Bergman, sta nel fatto che questa volta le circostanze di tempo e di luogo sono precisate. L'indefinito paese di Il silenzio diventa la Germania di Weimar, l'ambientazione storica della vicenda è meticolosamente indicata trai giorni 3 e 11 del mese di novembre 1923. Ma il tutto è presentato in modo emblematico ed ha valore ben al di là di quel luogo e di quel tempo. Tutte le paure planetarie di Bergman, occhieggianti qua e là nei suoi film, qui prendono vivacemente e atrocemente corpo. L'uovo del serpente è intriso di violenza, più o meno palese, dall'inizio  alla fine. Una convivenza sociale libera dal peso del "Dio remoto' ma anche dall'amore tra gli uomini è un inferno.
Il film si dipana in un'atmosfera cupa. Predominano le tinte scure, la luce effettata, contrappuntate di tanto in tanto da immagini solari e chiassose accompagnate da suoni fragorosi quando l'attenzione si sposta nel cabaret. Non a caso le scenografie sono firmate da Rolf Zehetbauer, collaboratore di Bob Fosse in Cabaret. L'ambientazione negli anni Venti ha suggerito a Bergman alcune soluzioni che ricordano l'espressionismo tedesco, il modo di fare cinema in quel periodo. Ma il film contiene pure reminiscenze kafkiane, riscontrabili principalmente nello strano incarico affidato ad Abel in fondo a un cunicolo di scartoffie, un luogo dove non si può uscire se non accompagnati da chi conosce le regole del labirinto. Kafkiano è anche il compito affidato ad Abel: trasferire il contenuto delle cartelle grigie in altrettante cartelle gialle.


Nell'inferno in terra, Vergérus, novello Dottor Caligari, é l'immagine del male, la prefigurazione di Hitler. Il monito è chiaro: bìsogna vigilare contro ogni affacciarsi di perversione politica, e anche quando le forze del male sembrano per il momento sconfitte non bisogna cantare vittoria con troppa facilità. Più di una volta nel film si dice per assurdo che Hitler non avrà futuro.
  


    
L'uovo del serpente sembra uno dei film meno autobiografici. Ma in realtà per Bergman ebbe una funzione catartica, quasi un ex voto. 
"Da anni pensavo a un film del genere - dice. - Fra il 35 e il '38 ho vissuto diverso tempo in Germania e sono stato spesso a Berlino. Un'impressione tetra, soffocante; la stessa che ho provato dieci anni dopo, nel '48, quando non potendo lasciare la città ho provato un'atmosfera di claustrofobia, di prigione, la stessa che dovrebbe farsi sentire nell'Uovo del serpente". Nell'estate del 1934 Bergman, all'età di dodici anni, fu ospite della famiglia di un pastore protestante in Turingia per uno scambio culturale. Era il suo primo viaggio all'estero. In casa del pastore trovò un ragazzo della sua età, Hànnes, iscritto all'organizzazione giovanile locale, così come le sorelle. I fratelli erano tutti inquadrati nelle attività del partito. Persino il pastore, nei suoi sermoni, a volte attingeva, oltre che alla Bibbia, al Mein Kampf. C'erano ritratti di Hitler ovunque. Una volta si fece una gita a Weimar per assistere a una grande sfilata di regime e poi al Rienzi di Wagner all'Opera. Bergman, secondo le regole dello scambio culturale, frequentò la stessa scuola di Hannes, dove l'indottrinamento era incredibile. Tornato in Svezia, inevitabilmente risentì di quell'esperienza. Alcune estati dopo si verificò la stessa possibilità e Bergman tornò in Turingia in casa del pastore filonazista. Simpatizzava per Hitler, sotto questa pressione psicologica alla quale non aveva gli strumenti per reagire. Per giunta il suo professore di storia era rigorosamente filotedesco. Ma la stessa educazione autoritaria ricevuta in casa aveva facilitato il formarsi di una concezione distorta del giovane Ingmar. 
"La nostra educazione - ha scritto il regista nell'autobiografia -  si basava per la maggior parte sui concetti di peccato, confessione, punizione, per-dono e grazia, fattori concreti nelle relazioni dei bambini con i genitori e con Dio. In ciò era insita una logica che noi accettavamo e credevamo di capire. Questo fatto contribuì forse alla nostra ingenua accettazione del nazismo. Non avevamo mai sentito parlare di libertà e ancor meno ne conoscevamo il sapore.
In un sistema gerarchico tutte le porte sono chiuse".

Quando, dopo la guerra, si seppe dei campi di concentramento e furono diffuse le prime terribili fotografie, Bergrman fu assalito da un forte senso di colpa, di vergogna per aver condiviso le idee che avevano portato a quella tragedia. 
"Mi vergognai terribilmente - ha detto in un'intervista. - Provavo uno sgomento terribile e tanta amarezza verso mio padre, mio fratello, i miei insegnanti e tutti quelli che mi avevano portato a sentirmi così. Però non riuscivo Io stesso a liberarmi dal senso di colpa e di disprezzo per me stesso. Credo che fu allora (naturalmente non si trattò di un processo mentale cosciente, perché non ne ero tanto cosciente, fu piuttosto un processo inconscio di rigetto) che decisi di non avere mai più niente a che fare con la politica... Per vent'anni non ho mai letto un articolo né un libro che parlassero di politica, né ho mai ascoltato un solo discorso, non ho neanche votato".

Si capisce bene, alla luce di tutto questo, come mai il primo film veramente politico di Bergman sia ambientato a Weimar e si risolva in un monito angosciato contro ogni pericolo di diffusione di ideologie antiumane. 
"Quasi un film dell'orrore. È certamente il film più forte che abbia mai fatto": così Bergman. In realtà è un film sull'orrore. Ogni inquadratura, ogni sequenza è finalizzata a destare nello spettatore sensazioni angosciose. Sono le prove generali di un regime che porterà il mondo alla catastrofe, ed è già una catastrofe che la gente non si accorga di quello che sta per succedere. L'uomo, protagonista del film, si chiama Abel, ma di cognome Rosenberg, come i coniugi ebrei giustiziati nell'America maccartista. E' il simbolo della vittima innocente. Ma mai come questa volta il finale del film è aperto alla speranza, Abel non accetta la salvezza artificiosa che gli viene offerta da chi a suo modo l'ha perseguitato, cioè l'ispettore. Sceglie un'altra strada. Lo spettatore attento capisce che probabilmente tornerà, e alla fine l'avrà vinta.
  








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