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sabato 6 aprile 2013

C'ERAVAMO TANTO AMATI (We All Loved Each Other So Much - Nous nous sommes tant aimés) - Ettore Scola


   
C'ERAVAMO TANTO AMATI 
Regia - Ettore Scola
Genere - Commedia

Soggetto - Age & Scarpelli, Ettore Scola

Sceneggiatura - Age & Scarpelli, Ettore Scola

Produttore - Pio Angeletti, Adriano De Micheli per Dean Film

Distribuzione (Italia) - Delta (1974)

Fotografia - Claudio Cirillo

Montaggio - Raimondo Cruciani

Musiche - Armando Trovajoli

Scenografia - Luciano Ricceri

Costumi - Luciano Ricceri

Lingua originale - Iitaliano

Paese di produzione - Italia
Anno 1974
Durata 125 minuti
Colore - Bianco/Nero e a colori
Audio - Sonoro


Interpreti e personaggi



Stefania Sandrelli: Luciana Zanon

Vittorio Gassman: Gianni Perego

Nino Manfredi: Antonio

Stefano Satta Flores: Nicola Palumbo

Aldo Fabrizi: Romolo Catenacci

Giovanna Ralli: Elide Catenacci

Elena Fabrizi: moglie di Romolo Catenacci

Luciano Bonanni: Torquato

Fiammetta Baralla: Maria

Mike Bongiorno: se stesso

Armando Curcio: Palumbo

Marcella Michelangeli: Gabriella

Ugo Gregoretti: presentatore

Isa Barzizza: se stessa

Marcello Mastroianni: se stesso

Federico Fellini: se stesso

Vittorio De Sica: se stesso
Nello Meniconi: se stesso
Carla Mancini: Lena
Livia Cerini: Rosa

Doppiatori italiani

Fiorenzo Fiorentini: il re della mezza porzione

Premi

Gran Premio al Festival di Mosca
Premi César 1977: miglior film straniero
3 Nastri d'argento 1975: migliore attore non protagonista (Aldo Fabrizi), migliore attrice non protagonista (Giovanna Ralli), migliore sceneggiatura (Age e Scarpelli ed Ettore Scola)

  

    
 C'eravamo tanti amati (1974) è  un viaggio nell'Italia del dopoguerra, attraverso le figure di tre personaggi storicamente "minori" eppure socialmente e culturalmente rappresentativi dei diversi modi di essere di "sinistra" (della sinistra) lungo l'arco storico cruciale che va dagli idealistici fervori resistenziali alle lotte del fine Novecento per la libertà sociale.

Partigiani durante la Resistenza, Gianni, Nicola e Antonio hanno preso strade differenti dopo la guerra: Gianni, laureatosi in giurisprudenza, fa pratica d’avvocato a Milano; Nicola, grande appassionato di cinema, sposato con figlio, a Nocera Inferiore è stimato ma non troppo convinto professore di liceo; Antonio, il più semplice dei tre, lavora come portantino all’Ospedale San Camillo di Roma. Qui conosce Luciana aspirante attrice e tra i due nasce una relazione sentimentale. Qualche anno dopo, trasferitosi a Roma, Gianni ritrova Antonio. La loro amicizia si interrompe presto però: Gianni, innamoratosi di Luciana, gli soffia la ragazza. Si lega poi a uno spregiudicato “palazzinaro”, ricco, volgare e intrallazzatore, Romolo Catenacci, e ne sposa la figlia, Elide. Frattanto, anche Nicola s’è trasferito nella capitale, abbandonando il suo paese e la famiglia, dopo una feroce litigata con il preside della sua scuola, viscidamente democristiano, in difesa del film "Ladri di biciclette" (anni dopo quando ha la possibilità di incontrare De Sica, il suo mito, rinuncia, amareggiato e sconfitto). È pieno di grandi progetti ma ben presto dovrà adattarsi a scribacchiare di cinema per un quotidiano firmandosi “vice”. Trova anche modo di partecipare a "Lascia o raddoppia?", diventandone un rinomato campione e attirandosi la simpatia di tutti i suoi compaesani, ma perde per colpa di una domanda mal posta. Anche lui si mette a corteggiare Luciana, che il povero Antonio continua ad amare. A causa di ciò si romperà anche l'amicizia fra loro due. Chi intanto ha fatto fortuna è Gianni, ormai impossessatosi della società del suocero, non senza strascichi familiari: Elide, un tempo spontanea e felice, continuamente sferzata dal marito, vivrà questa unione come una interminabile solitudine e finirà per suicidarsi. Passano un pò di anni e i tre vecchi amici ritrovatisi per caso, fanno una rimpatriata all’osteria, nel corso della quale tuttavia ciascuno fa i conti con il proprio fallimento. Ritornano con nostalgia ai giorni della Resistenza, quando tutto era più semplice perché si sapeva contro chi e per che cosa lottare. Dei tre, Gianni è quello che si sbottona meno, lasciando intendere che anche egli non se la passa troppo bene. La rimpatriata ha termine all’alba, davanti ad una scuola presidiata dove Luciana, ora moglie di Antonio, attende in coda di poter iscrivere il figlio. Gianni ne approfitta per abbandonare gli amici, dimenticando inavvertitamente la patente. Il giorno dopo, Antonio, Nicola e Luciana pensano bene di restituirgliela, ma una volta nei pressi della lussuosa villa dove Gianni abita lo scorgono mentre sta tuffandosi in piscina e desistono dal proposito.
  
Stefania Sandrelli
  
Si sa che in un primo tempo doveva essere soltanto la storia di Nicola, professore di provincia fulminato dalla visione di Ladri di biciclette e talmente conquistato alla causa del neorealismo da considerare un vero e proprio tradimento la successiva involuzione dell'opera di De Sica, in parallelo con il riflusso degli anni Cinquanta e l'affievolirsi delle speranze resistenziali. 
Il film doveva essere soltanto la storia di un lungo pedinamento che durava trent'anni: il personaggio seguiva De Sica e diventava per lui (naturalmente De Sica avrebbe dovuto interpretare se stesso nel film) una vera ossessione. De Sica se lo trovava sempre davanti e quest'ultimo lo metteva di fronte a problemi morali, a problemi di coscienza. De Sica, come si sa, ha realizzato alternativamente grandi opere e ha prodotto prestazioni d'attore assai mediocri. C'era, dunque, questo grillo parlante, questa coscienza che lo seguiva, lo rimproverava lo perseguitava e il film terminava con la stessa frase che è rimasta nella versione definitiva:
"Noi pensiamo di cambiare il mondo, ma è il mondo che cambia noi".
  
Vittorio Gassman
 
In origine, il progetto di C'eravamo tanto amati è dunque interamente calato nel cinema, inteso come parte significante di un processo di rinnovamento bruscamente interrotto dai contraccolpi politici (sia le camionette di Scelba che i proditori attacchi alla cultura dei "panni sporchi") e compromissoriamente svilito dai suoi stessi artefici. Poi  l'idea di fare un film su un solo personaggio è parsa un po' limitata. Allora Scola ha allargato il campo e di introdurre altri personaggi emblematici, almeno due, un borghese e un proletario, (Jean A. Gili,- Le cinéma italien). L'idea di un film-ossessione sul neorealismo era suggestiva. Ma tutto questo nulla toglie ai meriti del film che da quell'idea ha preso corpo, fedele al medesimo assunto in una varierà di tipi e casi esistenziali che testimoniano, da diverse angolature politico-sociali, l'impasse della sinistra italiana nel suo insieme, uscita, se non sconfitta, certo ridimensionata dall'agone post-resistenziale. 
Il cinema e De Sica rimangono nel fallimento di Nicola, l'estremista, per il quale, la rivoluzione, sono stati gli 'altri' a tradirla. Ma lungo la strada della "coerenza" , una strada che lo porta ad abbandonare la famiglia perdendo anche quel po' di identità che gli rimane, non trova di meglio che andare a Lascia o raddoppia?, rimediando per di più una magra in dirittura d'arrivo quando si tratta di spiegare come De Sica fosse riuscito a far piangere il giovane protagonista del "tanto amato" Ladri di biciclette
Campione di una positività riformista, peraltro prossima a compromettersi più del lecito con le espressioni meno nobili del sistema, è invece Gianni, manco a dirlo socialista, che una volta varcata la soglia degli "affari" saprà essere, se possibile, ancora più subdolo e spietato del già becero "palazzinaro" suo suocero. Colto e di buone maniere, non ci pensa due volte a portar via la ragazza al migliore amico, salvo scaricarla quando un matrimonio di convenienza varrà a facilitargli la crescita del conto in banca. 
Meglio la semplice onestà di Antonio, il portantino comunista. Ma semplicità e onestà potranno mai bastare per cambiare il mondo?
Nel succedersi dei fallimenti generazionali, Scola narra quello che conosce meglio e che gli appartiene anagraficamente, anche se era troppo giovane all'epoca della Resistenza e (come s'è visto) in altro cinema affaccendato quando Andreotti e De Gasperi tuonavano o tramavano in nome della 'pulizia'. Il film è al missaggio quando giunge la notizia della morte di De Sica, che pure era riuscito a vederlo, apprezzandone lo spirito.
  
Nino Manfredi

C'eravamo tanti amati occupa un posto particolare nel cinema di Scola - oltre che per i numerosissimi premi che colleziona un po' ovunque: dai globi di grolle d'oro in campo nazionale, dai premi francesi a quelli moscoviti in campo internazionale - perché per la prima volta verticalizza nel tempo l'idea del viaggio. Tutt'altro che lineare, la struttura narrativa del film fa infatti affidamento a un complicato susseguirsi di piani temporali. Un susseguirsi per nulla spasmodico, che procede per logiche evoluzioni, consentendosi talora qualche disgressione di troppo (insisto sulla pesantezza delle complicazioni familiari a cui va incontro l'avvocato) ma palesando nell'insieme una sua funzionalità.
In questa verticalizzazione assai pacata entra anche un elemento di deliberata stilizzazione teatrale. Intendo quella tecnica che consiste nell'isolare luministicamente in mezzo alla scena (e dunque nell'inquadratura) un unico personaggio, il quale - per convenzione - può essere udito soltanto dallo spettatore, mentre gli altri personaggi rimangono in ombra, ignorando i pensieri che egli va esprimendo a voce alta. Più volte impiegato nel film, questo procedimento di derivazione teatrale (prende avvio proprio dopo che Luciana ha assistito alla rappresentazione di un testo di O'Neill) è usato per rafforzare parenteticamente stati d'animo e propositi inconfessabili: una sorta di "siparietti" finalizzati ad interiorizzare ulteriormente i personaggi, a renderci palese il 'flusso' delle loro coscienze. Sono sospensioni retoriche la cui natura rappresentativa è immediatamente svelata: decisamente antirealistiche e perciò in contrasto con i toni "neorealistici" di un film che, per l'appunto, a quell'irripetibile stagione del cinema italiano non può far a meno di guardare con commossa simpatia e consapevole, inevitabile abbandono.

Da film-ossessione, qual era nei propositi originari, C'eravamo tanti amati diviene film-epitaffio: l'abnorme trova modo di ricomporsi nella commedia anziché sfociare nel grottesco, ma è una commedia dove l'amarezza stempera inesorabilmente la voglia di ridere, utilizzando la chiave del "come eravamo" più che altro per interrogarci su "come siamo diventati". Quando Scola afferma che la risata è talvolta un segno di libertà, un'arma che l'emarginato usa contro chi è causa della sua condizione: l'antica arma popolare dello sberleffo, dello scherno che ferisce il potente.
   
Gassman e  Sandrelli 

C'eravamo tanti amati giunge nel 1974 a fare i conti con uno spaccato storico (e culturale, cinematografico, umano) che è già 'passato'..., un'altra ondata di illusioni e di utopici cambiamenti è nel frattempo andata ad infrangersi sugli scogli dell'esistente, mentre ciò che di quell'ondata rimane comincia a tingersi delle macabre tinte del terrorismo. 
"Una risata vi seppellirà" sarà - qualche anno dopo - soltanto uno slogan un po' sinistro e passeggero, più funebre che trasgressivo. Difficile dire quanta consapevolezza di tutto ciò vi sia nel film di Scola.

Merita di aggiungere il caloroso successo di pubblico che accompagna il film, quasi a riprova di come il regista riesca ad entrare in sintonia con i gusti di uno spettatore medio modificatosi esso stesso nel corso degli anni.
Ne si può fare a meno, in conclusione - di ricordare il concerto d'attori che regge l'operazione: l'altero ambiguo cinismo di Gianni, un Gassman ritrovato dopo tanti (troppi) inutili istrionismi (in quello stesso anno non meno convincente sarà, a dire il vero, anche in Profumo di donna); il populistico ma efficace buon senso di Antonio, che Nino Manfredi rende con la consueta bonomia; l'incerta, primitiva e insieme complicata, ingenuità di Luciana, che Stefania Sandrelli asseconda con sfumature alla Pietrangeli (Io la conoscevo bene); la rivelazione di Stefano Satta Flores, infine, qui al suo primo impegnativo lavoro cinematografico, che riempie di isterica passione il personaggio di Nicola. 
  

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