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giovedì 4 aprile 2013

FEDORA - Billy Wilder


  
FEDORA
Titolo originale - Fedora
Regia - Billy Wilder
Soggetto - Tom Tryon
Sceneggiatura - Billy Wilder, I. A. L. Diamond
Produttore - Billy Wilder
Fotografia - Gerry Fisher
Montaggio - Stefan Arnsten, Fredric Steinkamp
Musiche - Miklós Rózsa
Scenografia - Alexandre Trauner, Robert André
Costumi - Charlotte Flemming
Trucco - Evelyn Döhring, Tom Smith, Ago von Sperl, Rüdiger von Sperl
Paese di produzione - Francia, Germania Ovest
Anno 1978
Durata 114 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro
Genere - Drammatico

Interpreti e personaggi

William Holden: Barry "Dutch" Detweiler
Marthe Keller: Fedora, Antonia
Hildegard Knef: contessa Sobryanski
José Ferrer: dottor Vando
Frances Sternhagen: miss Balfour
Mario Adorf: direttore dell'albergo
Stephen Collins: Barry da giovane
Henry Fonda: presidente dell'Academy
Michael York: se stesso
Arlene Francis: annunciatrice
   

    
Una figura femminile, appena intravista dallo spettatore in un rapido trasparente, si getta sotto un treno in corsa, e muore... Chi è? Si apprenderà poi dai giornali che si tratta di Fedora, la famosa diva del cinema, ormai in ritiro... ma chi è Fedora? Perché ha occultato i suoi ultimi anni dietro una cortina impenetrabile di mistero? Perché si è suicidata?
Proprio per rispondere a queste domande, parte, durante il funerale, nella camera ardente, il flashback attraverso il quale il produttore Barry Detwiller (Wiliam Holden) racconta i suoi tentativi di rimettersi in contatto con l'attrice (sua antica fiamma di gioventù) per proporle di tornare al cinema, e le difficoltà frapposte dal gruppo di persone (la contessa Sobryanski, il dottor Vando...) che Ia circonda tenendola praticamente prigioniera, ed esclusa da ogni contatto col mondo, nella grande villa sulla sua isola privata. In un drammatico confronto, Barry apprende infine la verità: la contessa Sobryanski è la vera Fedora.
Nell'intento di cancellare dal suo volto i segni del tempo, si era sottoposta ad un intervento chirurgico da parte dell'estetista dottor Vando, uscendone invece sfigurata. Allora, in segreto, il suo posto era stato fatto prendere dalla figlia Antonia, divenuta Fedora, doppio di Fedora, continuatrice della sua carriera cinematografica e della sua fama...
L ultima Fedora non è che Antonia... incapace, tuttavia, di conservare alla lunga il suo equilibrio mentale, e costretta perciò a ritirarsi, lacerata, divisa com'è da una personalità estranea che la svuora...
Invano ha scritto sul suo quaderno, per centinaia di volte come in un penso, la fatidica frase "I am Fedora". Non può essere veramente Fedora, se non può mostrare le mani, queste indicatrici infallibili della vera età... e non perché ne denuncino la decrepitezza, sebbene l'implacabile gioventù)...
  
William Holden: Barry "Dutch" Detweiler 
  
Fedora è film della vecchiaia, ma del cinema, non (solo) di Billy Wilder. Solo nella vecchiaia del cinema, difatti, il semplice rapporto di un tempo tra Attore e Personaggio si deteriora, si perverte, tra effetti di necrofilia.
Rapporto sempre pacifico, nella giovinezza e maturità del cinema, quando il Nome (e la Figura) dell'Attore coincidevano perfettamente con il Nome (e la Figura) del Personaggio, assecondandone la riconoscibilità e continuità pur nell'eventuaIe mutamento (fisico). Gioco infernale e vampirico, invece, nella vecchiaia del cinema, che è anche vecchiaia di attori e di attrici, ossia vecchiaia di corpi insieme reali e consegnati (come divi) all'immaginario. Vecchiaia di registi, anche, che debbono mettere in gioco l'altrui vecchiaia e la propria, gettarla nell'avventura del testo, o tacere. Per questo Fedora è il film (il grande film) degli anni del tramonto, molto più di quanto lo fosse Viale del tramonto.
Il tempo trascorreva, nei vecchi film-fiume (i flashback ne punteggiassero o meno la struttura). Due i punti critici: l' infanzia e la vecchiaia. Due, e diverse, le soluzioni: per l'infanzia, nel mutamento della Figura del Personaggio, e del Nome e della Figura dell'Attore, rimane fisso il Nome del Personaggio divenuto ormai adulto, ma il Nome dell'Attore (bambino) non ha importanza, si tace (non deve essere un bambino-divo, riconoscibile), in modo da prefigurare una virtuale possibilità che l'Attore (adulto), da bambino forse raramente cosi, per la vecchiaia, cambia la Figura dell'Amore, ma non il suo Nome: possibilità assicurata dal trucco, dal maquillage, dalle rughe, dai capelli imbiancati, dalla barba, dalla mimesi del tremolio delle membra, dalla paralisi progressiva... Ci si dovrebbe interrogare su questa diversità, per cui ci si può truccare da vecchio, ma non da bambino (se non per ridere...): facilità di invecchiare, impossibilita di tornare bambini. Necessità, per mostrare il Personaggio da bambino, di ricorrere a un altro, a un estraneo: destino di estraneità dell'infanzia, scissione corporea, scissione del soggetto, mascherata dalla continuità del Nome del Personaggio. E il bambino, da parte sua, non cresce mai, ma scompare. Al suo posto, dalla voragine scavata nel senso, compare qualcosa d'altro che porta lo stesso Nome. Si può farlo, perché il bambino è anche al di là della somiglianza. Nessun problema, neanche in Fedora, per la piccola Antonia bambina, rispetto all'Antonia (Fedora) adulta.
I divi invecchiano. Altri divi sono invecchiati, nei cento anni del cinema, ma non insieme al cinema. Se gli invecchiamenti (del divo e del cinema) coincidono, significa non solo che invecchia il personaggio, che l'eroe è stanco, ma che è stanco della stanchezza dell'attore, si mimetizza, per cosi dire, nelle stesse coltri funebri. La fine assume tutto il suo senso solo se può riverberare retrospettivamente il suo effetto di non-senso; capacità di nominazione del nulla che sia in grado di risalire indietro fulmineamente lungo il corso della storia, flashback di corrente corrosiva che cortocircuiti il senso e lo faccia saltare. Momento di cui, nella realtà, si muore.
  
Marthe Keller: Fedora


   
Fedora, (bisognerà interrogarsi, a proposito, sulla coincidenza di nomi appartenenti all'universo del melodramma, da Norma a Fedora, per le eroine di questi film sulla vecchiaia del Cinema)... Fedora non è interessata a rivedere i suoi vecchi film. Morta al cinema, tenta di reincarnarsi. Il Personaggio divora Attici, e svela il cinema come pratica di vamp e di vampirismo, di possessione di corpi, o meglio, di Figure, da parte di Nomi. Fedora è il Nome vampirico. 
Nella fabula, il Nome-Fedora s'incarna prima in Marthe Keller, come Fedora II (Wilder avrebbe voluto intitolare così il suo film, "per non essere da meno del Padrino II,): ma Fedora (II) non è che il Nome vampiro che ha cacciato faticosamente il Nome Antonia. Sul quaderno ritrovato da Holden, è Antonia che tiaccia centinaia di volte, in una ripetizione ossessiva la frase "I am Fedorar"? Poi, nel flashback, Marthe Keller è Fedora I, la grande attrice degli anni '40, con una figlioletta di nome Antonia. Fedora II ama Michael York, ma non può amarlo, per non rivelarsi troppo giovane; Fedora I aveva avuto un flirt col giovane Dutch (Holden) allora assistente di studio; ma Fedora I ora è diventata Hildegarde Kneff.
La Figura tenta di mantenersi, il Nome si aggrappa alla Figura e la svuota, fino a cercare un altro corpo, l'ultra-corpo. La Voce si mantiene, è sempre quella, senza età, della Kneff, fantasma, fiato estraneo, dal corpo della Keller. Il Nome vampirico emerge come puro significante, forma vuota del simbolico (e del trasparente) nel suicidio tolstoiano di Fedora. Chi si getta sotto il treno, come Anna Karenina?
Una Figura invisibile avvolta in una cappa nera... Chi si suicida? Un puro Nome, un grido non si sa da chi emesso: "Fedora!".
La grande chànce d'una vedette, è di morire giovane, dice Willder scherzando. Ma non scherza quando evoca il grande fantasma vampirico della regia: "Forse troverò un giorno un povero disgraziato giovane che mi somigli un po' e, nascosto sotto altro nome in una casa di riposo per artisti, gli lascerò proseguire la mia carriera di regista dopo avergli fatto subire un intervento di chirurgia estetica perché sembri un po' più vecchio. Ma lui avrà la forza di continuare a fare film con il mio Nome". Sottolineatura mia. Maiuscola anche.
Alcune domande (scherzose ma non troppo) allora verrebbe da porsele, dopo Fedora: dirige ancora, Billy Wilder? Non avrà già realizzato il perverso disegno confessato a Michael Ciment? Sarà producente interrogare gli amici, Lemmon, Mamhau o Diamond, rimanendo col dubbio che anche loro abbiano realizzato in proprio la diabolica sostituzione, o abbiano fatto da complici in quella di Wilder?
Rimane il fatto che, ragionevolmente, si tratterebbe di trovare (o di aver trovato) un giovane da invecchiare con procedimenti di maquillage, mentre Wilder, in quanto regista (corpo nascosto, neppure esibito sporadicamente come faceva Hitchcock) non ha bisogno, come l'attrice Fedora, di passare attraverso fallite esperienze di ringiovanimento tramite chirurgia plastica.
Perché questo è il paradosso dei Nomi e dei Corpi, nella reciproca esibizione: che il regista, in quanto Nome, invecchia per i familiari, per gli amici, per lo specchio forse, comunque per una ristretta cerchia di intimi, mentre l'attore, in quanto Corpo, invecchia pubblicamente, si trova a porre sotto gli occhi di tutti lo spettacolo del suo disfacimento fisico. Sembra quasi che l'immagine del primo, in quanto meno conosciuta, non dico si conservi di più, ma sia al di là di ogni problema di conservazione, dove in ogni caso la durevolezza simbolica del Nome fa aggio sulla decadenza corporea; mentre spesso dell'attore, il Nome stesso ha da temere d'essere coinvolto nella rovina fisica. Di conseguenza, diffìcilmente esisterà per regista e attore - o attrice - la possibilità di "invecchiare insieme" e prima o poi il regista avrà l'impressione di trovarsi circondato da larve, nella condizione a un tempo lusinghiera e inquietante del sopravvissuto.
C'è una cosa, in effetti, che maquillage e chirurgia plastica hanno in comune, ed è il loro scarso successo nell'ottenere, anche pagando, l'effetto per il quale figurerebbero come impagabili, ossia il ringiovanimento.
Il maquillage, difatti, se può, nelle sue versioni "invisibili", far scomparire qualche ruga, o migliorare una carnagione, risalta in tutto il suo virtuosismo soprattutto nell'invecchiamento degli attori, e a tale scopo serve a sufficienza, anche se bisognerebbe indagare sulla differenza che pure si riscontra sempre tra quest'invecchiamento posticcio (momentaneo e meramente cutaneo) e quello reale (inesorabile nella sua aggressione totalizzante); mentre la chirurgia plastica si presenta più che altro come ultima chance non tanto di ringiovanire, quanto di por freno in qualche modo ad un processo di decomposizione in atto.
Si diceva che, tra i divi di Hollywood, William Holden fosse l'unico a non aver mai fatto ricorso alla plastica facciale... Fedora, invece, non rinuncia alla plastica e non si rassegna al suo esito disastroso. Ai mancati effetti della chirurgia estetica, cerca di sostituire un progetto di vampirismo. Morta al cinema, tenta di reincarnarsi: ciò che non sopporta, in effetti, non è tanto di vedersi ridotta un mostro nello specchio che il dottor Vando premurosamente le porge, quanto di non potersi più far vedere, sullo schermo, nella pienezza del suo corpo glorioso.
  
Henry Fonda: presidente dell'Academy

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