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venerdì 19 aprile 2013

FULL METAL JACKET - Stanley Kubrick


   
FULL METAL JACKET
Titolo originale - Full Metal Jacket
Regia - Stanley Kubrick
Soggetto - Gustav Hasford (romanzo)
Sceneggiatura - Stanley Kubrick, Gustav Hasford, Michael Herr
Produttore - Stanley Kubrick
Produttore esecutivo - Jan Harlan
Fotografia - Stanley Kubrick
Montaggio - Martin Hunter
Effetti speciali - John Evans
Musiche - Vivian Kubrick, sotto lo pseudonimo Abigail Mead, AA. VV.
Scenografia - Barbara Drake
Lingua originale - Inglese, vietnamita
Paese di produzione - USA
Anno 1987
Durata 116 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro
Genere - Guerra, Drammatico


Interpreti e personaggi



Matthew Modine: marine "Joker"
Ronald Lee Ermey: Sergente Maggiore Hartman
Adam Baldwin: marine "Animal"
Vincent D'Onofrio: marine "Palla di Lardo" - Leonard Lawrence
Arliss Howard: marine "Cowboy"
Peter Edmund: "Biancaneve"
Dorian Harewood: "Eightball"
Kevyn Major Howard: "Rafterman"
Ed O'Ross: Tenente "Touchdown" - Walter J. Schinoski
John Terry: Tenente Lockhart
Kieron Jecchinis: "Crazy Earl"
Kirk Taylor: "Payback"
Tim Colceri: "Doorgunner"
Jon Stafford: "Doc Jay"
Ian Tyler: Tenente Cleves
Bruce Boa: Colonnello "Poge"
Gary Landon Mills: "Donlon"
Papillon Soo Soo: prostituta di Da Nang

Doppiatori italiani

Mattia Sbragia: marine "Joker"
Eros Pagni: Sergente Maggiore Hartman
Luca Ward: marine "Animal"
Loris Loddi: marine "Palla di Lardo" - Leonard Lawrence
Luca Biagini: marine "Cowboy"
Massimo Foschi: "Eightball"
Massimo Rossi: "Rafterman"
Giorgio Locuratolo: Tenente "Touchdown" - Walter J. Schinoski
Stefano De Sando: Tenente Lockhart
Roberto Pedicini: marine "Payback"
Fabrizio Pucci: Tenente Cleves
Silvio Spaccesi: Colonnello "Poge"
Oreste Baldini: "Stork"
Ilaria Stagni: donna cecchino
Francesco Pannofino: Murphy
Pino Ammendola: T.H.E. Rock
  

    

Il film, ambientato durante gli anni della guerra del Vietnam, è diviso in due parti nettamente distinte, rispettivamente l'addestramento militare delle reclute ed i marines in guerra. La locazione temporale è la fine del 1967 e gli inizi del 1968. In un campo di addestramento dei marines nel South Carolina diciassette giovani civili vengono trasformati in combattenti (macchine da guerra e di morte); partito per il Vietnam, Joker, uno dei diciassette, lavora per un giornale militare e si trova coinvolto nell'offensiva del Tết, (Tết Nguyên Ðán, comunemente noto come Tết, è il capodanno vietnamita. Il calendario vietnamita è basato su quello lunisolare cinese. È celebrato nello stesso giorno del Capodanno cinese e ne condivide molte usanze. Tết è intorno alla fine di gennaio o i primi di febbraio.Tipiche usanze sono i fuochi d'artificio, danze del drago e del leone per scacciare gli spiriti cattivi e portare fortuna nel nuovo anno.La festività è divenuta famosa a causa dell'offensiva del Tết, avvenuta nel 1968 nel corso della Guerra del Vietnam).
   



   
TRAMA - * Cadono i capelli dei coscritti, bianchi e neri, una lunga teoria di teste rasate, e di volti seri, cupi. 
Titoli di testa. Camminando marziale nella camerata della caserma di Parris Island, South Carolina, dove si addestrano i marines, il sergente istruttore Hartman passa in rassegna le reclute. Urla improperi, si fa rispondere a urli. A uno, grasso, cambia il nome, lo chiama Palla di lardo. Aggredisce Joker, che gli tiene testa. Cominciano le esercitazioni, corse, canti, percorso di guerra, arrampicate. 
La notte le reclute dovranno dormire con il fucile, cui sarà dato un nome di donna. Al mattino, si canta in camerata in onore del fucile, la mano sui testicoli ("Con lui ammazziam, con questi chiaviam"). Preso di mira Palla di lardo, Hartman lo insulta quando non riesce a superare la sbarra sulla scala. Di esercizio in esercizio, le reclute si trasformano. Il sergente li provoca. Un mattino, alla sveglia, attacca Joker, cui chiede se ama la vergine Maria. E lui risponde di no, spavaldamente. Andrà a pulire le latrine. Come può, Joker cerca di aiutare Pyle (è il nome di Palla di lardo). Durante una ispezione - in camerata, tutti in piedi, in mutande, nelle cassette di ordinanza - il sergente Hartman scopre che Pyle non ha chiuso la cassetta col lucchetto. La apre, butta tutto all'aria e vede saltar fuori una ciambella. D'ora in poi, dice a tutti, punirò voi se Palla di lardo sgarrerà. Una notte tutto il plotone da una lezione al grassone, picchiandolo con gli asciugamani arrotolati. La scena penosa lascia interdetto Joker che ha organizzato l'aggressione. 
Un mattino, sul campo, Hartman chiede ai coscritti se sanno perché due assassini come Charles Wihtman e Lee Oswald seppero uccidere colpendo con tanta precisione da grande distanza: perché erano marines. A Natale le reclute con il sergente cantano in coro "Tanti auguri Gesù Cristo". Hartman li incita a combattere il comunismo, e a credere in Dio. Joker vede Pyle che parla affettuosamente al suo fucile, si preoccupa. Di fatto, il grassone, che comincia a dare segni di instabilità, è bravo ai tiri, e riscuote l'elogio del sergente. Il corso è alla fine. Sfilano orgogliosi i marines davanti alle autorità e ai parenti, mentre fuori campo la voce del sergente spiega come ogni marine sia immortale perché mai morrà il corpo dei marines. 
L'ultima notte al campo tocca a Joker il turno di guardia. Gira con la torcia elettrica per la camerata, arriva alla latrine. Trova Pyle seduto sulla tazza, il fucile in mano, carico. Gli chiede se sa che sta facendo. Certo, il fucile è caricato con i proiettili blindati - full metal Jacket - calibro 7,62. Grida. Si svegliano tutti. Anche Hartman, che sopraggiunge in mutande, il cappello in cesta. Palla di lardo si alza, risponde ai suoi improperi sparandogli a bruciapelo. Poi, si risiede sulla tazza, s'infila la canna in bocca, e fa fuoco. Un fondo chiude la lunga sequenza (quasi metà del film) a Parris Island. 
   


    
Siamo a Saigon. Una piazza. Joker e Rafterman, un fotografo di guerra, sono abbordati da una prostituta che vanta le proprie doti. Contrattano sul prezzo. Joker sta per andarci, mentre Rafterman fotografa la scena. Alle sue spalle sbuca un vietnamita che gli strappa la macchina e fugge su una motoretta guidata da un complice. Questa è l'amichevole accoglienza che ricevono i marines. Un elicottero porta i due a Da Nang, alla redazione di "Stars and Stripes" (Joker è corrispondente di guerra). Il direttore impartisce istruzioni, che si riassumono nel dovere di nascondere la verità, di alternare i fatti e di inventare storie edificanti sulla generosità americana e sull'impegno di sterminare i rossi. Si parla del Capodanno vietnamita del Tết,  Tutti sono convinti che, come sempre, i viet festeggeranno e sospenderanno le ostilità. È notte, nel ciclo si vedono brillare i fuochi artificiali. A un tratto, l'attacco. È l'offensiva più dura di tutta la guerra. Il mattino seguente il direttore del giornale spiega quel che è accaduto. Joker lo sfotte. E si trova di colpo sbattuto al fronte, insieme a Rafterman che chiede di seguirlo. 
Durante il volo di trasferimento, i due assistono (Rafterman reprime a stento conati di vomito) alle micidiali sparatorie di un marine che tira al bersaglio contro i contadini. A terra, Joker ritrova amici del corso. Assiste al disseppellimento di venti cadaveri di vietnamiti che i rossi hanno ucciso perché collaboravano con gli Americani. Sopraggiunge un colonnello che ingiunge, invano, a Joker di togliersi il distintivo pacifista fissato al bavero, lui che sull'elmetto ha scritto "Born to Kill". Spiega Joker al furente e allocco ufficiale che la contraddizione fa parte, come ha insegnato Jung, dell'ambiguità umana. 
Arrivano in uno spiazzo fra case distrutte. Joker ritrova l'amico Cowboy, si scontra con un bruto che lo sfida, manifestando chiari segni di alterazione mentale. Accanto a loro, il comandante della squadra tiene, seduto su una poltrona sfondata, come dormisse, il cadavere di un vietcong. Durante un'azione cui partecipano alcuni carri armati, il pilota avanza verso un gruppo di edifici distrutti. Accolti da un improvviso, intenso fuoco, sparano tutti, istericamente, e mettono a tacere i viet, che fuggono dietro i palazzi diroccati. 
Al campo di Hue una troupe televisiva, dopo aver ripreso le scene del combattimento, intervista i marines. Ognuno ha la sua risposta, assurda, stupita o inferocita. C'è chi dice di odiare il Vietnam perché non ci sono cavalli. 
"Volevo - dice Joker - essere il primo a fare centro dentro qualcuno". 
Arriva una prostituta condotta da un prosseneta astuto, a bordo di una vespa. Si discute sul pene di un negro, la prostituta, diffidente, guarda, si compiace e ci sia. Ma un bianco brucia il tempo al negro, come sempre. Partono per un'altra azione di pattuglia. Un marine salta su una mina. Era il comandante. Ora tocca a Cowboy prendere in mano la squadra. Chiede istruzioni per radio al comando. Temono di aver sbagliato strada, consultano la carta. Cowboy manda il negro, come si usa, in avanscoperta. E il negro, giunto allo scoperto, è colpito dai proiettili di un cecchino appostato chissà dove. Cowboy chiede al comando di inviare i carri, ma non ci sono carri in zona. Che fare con il negro, rimasto ferito? Nonostante Cowboy ordini di non muoversi, un coraggioso esce, corre. E il cecchino colpisce anche lui. Il bruto che aveva affrontato Joker corre fuori, perlustra la zona, capisce che si tratta di un cecchino isolato, lo urla ai suoi. Esce un gruppo per stanarlo. Cowboy da notizia al comando. Il cecchino lo centra mentre parla. Gli altri ora si scatenano. Lanciano fumogeni nello spiazzo e vanno. Entrano in un capannone, tra le fiamme. È Joker che scopre il cecchino, una ragazza giovanissima, che fa fuoco rabbiosamente, mentre a lui s'inceppa il fucile. Si ripara dietro una colonna, estrae la pistola, spara. La ragazza cade. Arrivano gli altri. Che fare di questa ragazzina che geme, prega, invoca (ora in inglese) di essere uccisa. Gli altri la lascerebbero li, a marcire, in pasto ai topi. Joker, esitando, accetta l'invito di un compagno: Ammazzala. Lo fa, superando l'orrore. 
Fuori, fra le fiamme e il fumo, in uno scenario infernale, il plotone riprende la marcia. La voce di Joker, che pensa a quando tornerà a casa e farà l'amore con le ragazze. Per ora, "Sono contento di essere vivo. Vivo in un mondo di merda, ma sono vivo. E non ho più paura". Cantano in coro l'inno di Topolino. Sui titoli di coda, bianchi su nero, i Rolling Stones cantano "Paint It, Black" di Mick Jagger. ( * Il Castoro)
   




    
COMMENTO - La critica americana accoglie il film con grande favore. Opera audace e potente: vi si parla del Vietnam, dei rapporti fra gli esseri umani, di singolari forme di pazzia, dei maltrattamenti alle donne (considerate oggetti sessuali), della guerra: delle sue idiozie, delle sue atrocità. Ci si occupa meno delle ragioni e della condotta della guerra che delle sue spaventose incongruenze. E' un'opera che richiede concentrazione e una forma di resistenza estranea ai pubblici odierni che consumano sciocchezze e spazzatura.
Il finale di Full Metal Jacket è il più sconvolgente, disperante e cinico di tutti i film di Kubrick; in questo film  ha perduto ogni fiducia, se mai la ebbe, nella umanità della razza umana.
Quando Joker dice che ha affrontato il nemico senza aver paura, noi sappiamo che la pallottola che ha tolto la vita alla ragazza vietnamita ha anche ucciso quel Joker che ha saputo reggere lungamente ai metodi del corpo dei marines.
Mentre gli americani marciano nel fiammeggiante inferno che hanno provocato, cantando una scomposta versione del Mickey Mouse Club Song, l'immagine s'incupisce e i Rolling Stones ci pregiano di Paint It, Black.
Non c'è film più nero di Full Metal Jacket.
   


    
Kubrick sottolinea  la desolante banalità della pazzia ordinaria.  In Full Metal Jacket il Vietnam funge al massimo da rivelatore, da catalizzatore di una psicosi diffusa dall'esercito stesso. Il cancro diagnosticato dal nostro chirurgo-cineasta nasce nel cuore del sistema: è lì che si trova quella violenza istituzionalizzata che egli aveva già analizzato in altri suoi film, ma  stavolta non si tratta più di capi (la classe dirigente, la casta aristocratica, gli ufficiali di stato maggiore) ma di semplici reclute senza passato e senza futuro, coloro che forniscono la carne da cannone. Queste vittime non sono innocenti.
Che cosa distingue il soldato dal criminale? Non accettano la vita com'è, risponde Kubrick, affascinato e orripilato dal sottilissimo margine che separa l'uno dall'altro. Tanto da riservare i primi quarantacinque minuti del film al laboratorio dove si contrae il virus, per l'occasione il centro di addestramento di Parris Island. Alla fine il regista, lasciando lo spettatore libero d'interpretare il gesto di Joker che dà il colpo di grazia alla ragazza cecchino mortalmente ferita (stupro estremo o distruzione di quanto resta di umano in lei), apre un ventaglio di possibifita. 
Per il marine può essere riflesso umano, un rito di passaggio, l'incontro di Joker con il suo doppio femminile. La sequenza finale sembra suggerire tuttavia un battesimo della morte, un passaggio dello Stige, un punto di non ritorno. Poiché, invece di gettare il suo M 16, Joker si aggrega alla comunità dei dannati che scompare nell'oscurità cantando Mickey Mouse.
Le sue ultime parole sono: Vivo in un mondo di merda, ma sono vivo o non ho più paura. 
Col tutto il suo bagaglio d'innocenza, ha compiuto per intero la regressione: il soldato Joker è diventato l'assassino Joker.
   



    
Riassumendo il significato profondo, sparsamente commentato dai critici stranieri, di un film così compatto come Full Metal Jacket, Sergio Frosali scrive: 
"Kubrick appare consapevole del fatto che oggi la tragedia suprema su cui si gioca l'avvenire stesso del mondo è quello della stupidità. La tragedia della banalità di massa e dell'assenza di direzione che si volge verso la ripetitività come esorcismo della nullità. Una tragedia di nuovo tipo. Non svettano più  eroi come Edipo e Antignone, ma si muore e si uccide in quanto portatori di "midcult". Tali sono i sergenti di Kubrick, i suoi coscritti e perfino i suoi 'troi" in Vietnam. La tragedia di massa, per venir contemplata appieno, non può mutuare i modi cari a Sofocle, né quelli codificati della Poetica di Aristotele (questo abbecedario della costruzione drammatica). Nel momento in cui gli uomini non sono più parlati dagli dei, neppure da dei soltanto simbolici, la tragedia ritorna alla polvere da cui era nata. E non appare più tragedia ma soltanto un horror della serialità, che postula moduli stilistici seriali. Questo, appunto, pare dica Full Metal Jacket benissimo, come solitamente in Kubrick".
  







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