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martedì 9 luglio 2013

IL PROCESSO (Le Procès - The trial) - Orson Welles


IL PROCESSO

Titolo originale - Le Procès 
Paese di produzione - Francia, Germania Ovest, Italia, Jugoslavia 
Anno 1962 
Durata 120 minuti 
Colore - Bianco/Nero 
Audio - Sonoro
Genere - Fantastico, Drammatico 
Regia - Orson Welles 
Soggetto - Franz Kafka (omonimo romanzo) 
Sceneggiatura - Orson Welles 
Produttore - Paris Europa Production, Astor, FI.C.IT. 
Distribuzione (Italia) - De Laurentiis 
Fotografia - Edmond Richard
Montaggio - Yvonne Martin, Denise Baby, Fritz Mueller 
Musiche - Jean Ledrut 
Scenografia - Jean Mandaroux 
Costumi - Helen Thibault 

Interpreti e personaggi 

Anthony Perkins: Joseph K. 
Orson Welles: Hastler 
Jeanne Moreau: la signorina Buerstner 
Romy Schneider: Leni 
Elsa Martinelli: Hilda 
Suzanne Flon: la signora Grubach 
Akim Tamiroff: Block 
Arnoldo Foà: l'ispettore 
Fernand Ledoux: il commesso del tribunale 
Maurice Teynac 
Michael Lonsdale: prete 
Paola Mori (non accreditata): Archivista del tribunale 
Katina Paxinou: scienziata 

Doppiatori italiani 

Massimo Turci: Anthony Perkins 
Rosetta Calavetta: Jeanne Moreau 
Fiorella Betti: Romy Schneider 
Lydia Simoneschi: Suzanne Flon 
Emilio Cigoli: Orson Welles



Il processo (Le Procès) è un film del 1962 diretto da Orson Welles, tratto dal romanzo omonimo di Franz Kafka.

Joseph K., un impiegato che conduce un’esistenza tranquilla e rispettabile, una mattina viene svegliato dalla polizia che gli annuncia di essere in arresto sebbene non in stato di detenzione.
K. non comprende la ragione dell'arresto, proclama la sua innocenza e si professa vittima di una palese ingiustizia.
Condotto davanti alla corte suprema, pronuncia un vibrante discorso accusando tutti i giudici di ordire un complotto contro le persone comuni, arrestate casualmente e senza nessuna prova.
Negli ambienti giudiziari, K. ha a che fare con personaggi oscuri, con donne usate come merce di scambio e con altri accusati, succubi, ma forse anche complici, di una giustizia del tutto incomprensibile.
Spinto dallo zio, si affida ad un avvocato (interpretato dallo stesso Welles), venerato dai clienti e rispettato dalla corte, che però sembra interessato a tutto fuorché la sorte dei suoi clienti.
Nel suo girovagare nei meandri del tribunale in cerca di una via d'uscita dalla sua odissea giudiziaria, K. fa incontri bizzarri come il pittore della corte suprema (il cui atelier è una sorta di voliera nella quale vive tormentato dagli sguardi dei bambini), e a poco a poco viene scoraggiato dal proseguire la sua battaglia ed è costretto a rassegnarsi.

Il destino di Joseph K. è segnato: due funzionari lo prelevano, lo portano nella brughiera e lo giustiziano con della dinamite. (Wikipedia)
  

   
TRAMA

La trama è nota, ma nella versione wellesiana c'è qualche spostamento, dovuto più che altro a motivi di ordine narrativo e di linguaggio cinematografico.
Il processo secondo Orson Welles comincia con 16 immagini animate (secondo lo schermo di spilli) da Alexander Alexeieff. Intanto, fuori campo, la voce di Welles racconta la storia dell'uomo di campagna e del guardiano della porta della Legge. L'uomo viene da lontano e vorrebbe accedere alla Legge. 
Ma il guardiano (questa efficace sintesi è contenuta in Il cinema secondo Orson Welles) non può lasciarlo entrare. 
"Posso sperare d'essere ammesso più tardi?" 
"È possibile", dice il guardiano. 
Attraverso il portale aperto, l'uomo  cerca di vedere. Non gli hanno insegnato che la Legge era accessibile a tutti? 
"Non cercare di entrare senza il mio permesso, dice il guardiano. Sono molto potente... e poi non sono I'ultimo tra i guardiani. Di sala in sala, di.porta in porta..., ogni guardiano è più potente del precedente". 
Ottenuto il permesso del guardiano, l'uomo siede vicino al portale. E là attende. A poco a poco, si spoglia di tutto ciò che possiede, nella speranza di corrompere il guardiano che, a ogni offerta, replica costantemente 
"Accetto solo perchè tu possa esser certo d'aver tentato tutto". 
Osservando senza sosta il guardiano, nei lunghi anni di attesa, l'uomo finisce per conoscere anche le pulci del suo colletto di pelliccia.Col passare degli anni, ritorna allo stato infantile e supplica le pulci d'intercedere presso il guardiano, affinché lo lasci entrare. Nelle tenebre - perché la sua vista è calata - distingue una radiosa luce che filtra attraverso le porte della Legge. E, adesso, alle soglie della morte, tutto per lui si riduce a un'ultima richiesta. Fa segno al guardiano. 
"Sei insaziabile - dice questo. - Che vuoi ancora?" 
E l'uomo risponde: "Se, come è scritto, ognuno si sforza di raggiungere la Legge, come è possibile che, dopo il tempo lunghissimo che ho trascorso qui non ho visto altri al di fuori di me chiedere di essere ammesso?" 
E poiché l'uomo riesce ad ascoltare a stento, il guardiano gli urla nell'orecchio: "Perché solo tu avresti potuto essere ammesso. Solo tu avresti potuto varcare questo portale. Era destinato solo a te. Adesso, ormai, lo chiudo". 
Mentre vediamo la porta chiudersi, la stessa voce fuori campo prosegue: "Questa storia è raccontata in un romanzo, intitolato Il processo. Cosa significa?... Che cosa sembra significare? Non c'è né mistero né enigma da risolvere. Si potrebbe affermare che la logica di questa storia è la logica di un sogno... o di un incubo.

Dopo una dissolvenza sul nero, il film riprende con un'inquadratura di Joseph K. (Anthony Perkins) svegliato improvvisamente e accusato da un ispettore (Arnoldo Foà) e due poliziotti, una mattina presto, che però si rifiutano di motivare la loro accusa. Come i tre se ne sono andati, Joseph parla del suo impiccio con la signora Grubach, la sua affittuaria, e con la signorina Burstner (Jeanne Moreau), la sua vicina di camera. Arrivato nel suo ufficio, Joseph è rimproverato dal suo superiore perché frequenta lrmie, la sua cugina adolescente  Andato all'Opera, è trascinato in un tribunale gremito di folla da un ispettore di polizia e qui discute violentemente col magistrato.

La scena si sposta nell'ufficio di Joseph K., dove egli scopre che i due poliziotti che lo avevano arrestato prima sono picchiati in uno sgabuzzino. Joseph ignora le loro grida di aiuto ed è poi costretto a sopportare gli ammonimenti di suo zio Max. Più tardi quest'ultimo gli fa conoscere l'avvocato Hastler (Welles) assicurandolo che potrà aiutarlo nella sua questione giudiziaria, ma l'avvocato si dà malato, mentre Joseph subisce le avances della di lui moglie/segretaria Leni (Romy Schneider). Poi ritorna al tribunale vuoto e ha un intermezzo amoroso con Hilda (Elsa Marrinelli), moglie di uno dei guardiani. Dopo, incontra il guardiano della sala d'udienza che lo introduce tra una folla di accusati in attesa dell'udienza. Questi manda Joseph K. di fretta indietro all'ufficio di Hastler, dove conosce Block (Akim Tamiroff), un cliente che è testimone della sua indifferenza e della sua nascosta fondamentale impotenza.

Joseph decide di fare a meno dei servizi dell'avocato. Leni gli suggerisce di consultare Titorelli, pittore di personaggi famosi. Questo nuovo personaggio è depresso quanto gli altri. Joseph K. è obbligato a fuggire da una folla di bambine che invadono lo studio del pittore, finché attraverso il passaggio della sotterranea, si trova in una cattedrale enorme dove un prete gli dice che è stato condannato e Hastler, comparendo improvvisamente, gli racconta l'allegoria dell'uomo che cerca di essere ammesso alla presenza della legge. Joseph K. fuori della cattedrale incontra due sicari che lo portano attraverso una landa deserta e lo costringono a scendere in un buco: i due si passano un coltello dall'uno all'altro sopra la sua testa e, quando Jospeh rifiuta di uccidersi, lasciano il buco gettandovi giù un candelotto di dinamite; Joseph K. ride e lancia qualcosa indietro. Poi c'è una grande esplosione (quasi come un fungo atomico).


COSI' LA CRITICA

Le reazioni al film furono contrastanti. Parte della critica rimproverò a Welles una certa "freddezza" nell'esposizione del racconto, l'incapacità di coinvolgere lo spettatore nella vicenda narrata.
In effetti, questo Processo differisce notevolmente dall'originale kafkiano. K nel film è molto più aggressivo e più "spiritoso" che nel libro; in Kafka, poi, il racconto è ossessivo, mentre in Welles è isterico, teso a descrivere l'alienazione del mondo quotidiano in termini clinici e patologici (K., d'altronde, è vittima di un mondo inautentico, in cui è ridotto a cosa alienata); in Welles manca il cosiddetto "monologo interiore  che sottintende tutto lo svolgimento della "storia" di K. nel romanzo di Kafka. 

André S. Labarthe accomuna Welles e Kafka nella descrizione di una crisi individuale e nella ricerca dell'identità (rintracciabile anche in tutti i film precedenti del regista); solo che nel Processo Welles scopre l'eco delle sue preoccupazioni, elemento in più che si aggiunge ai temi comuni come la solitudine, l'esilio, la ricerca, l'inchiesta. 

Si può parlare, forse, di una c€erta "ripetitività" da parte di Welles, che comunque non nega questo aspetto: "E' vero - ha dichiarato al Cahiers du Cinéma -, mi sono ripetuto. Credo che noi lo facciamo sempre. Riprendiamo sempre certi elementi. Come evitarlo? Un attore ha sempre lo stesso timbro di voce e, di conseguenza, si ripete. E lo stesso vale per il cantante, il pittore... Ci sono sempre certe cose che ritornano. Se così non fosse, sarebbe una personalità così complessa che diventerebbe impossibile identificarla. Non è nelle mie intenzioni ripetermi, ma nel mio lavoro devono esserci di sicuro riferimenti a quanto ho fatto in passato. Dite quel che volete, ma il Processo è il miglior film che abbia mai fatto. Ci si ripete solo quando si è stanchi. Ebbene, io non ero stanco. Non sono mai stato così felice come quando ho fatto questo film".

Welles, non mostra particolare simpatia per K.: "È anche un piccolo burocrate. Io lo considero colpevole. (...) Appartiene a qualcosa che rappresenta il male e che, al tempo stesso, fa parte di lui. Non è colpevole di quanto gli viene rimproverato, ma è colpendole lo stesso; appartiene a una società colpevole,collabora con questa".

Un discorso molto equilibrato, all'interno delle querelles che questo film (come gli altri, del resto) ha scatenato nella critica, risulta quello di Michel Ciment che ricorda ai "detrattori" l'impossibilità del mezzo cinematografico a rendere i due piani, soggettivo e oggettivo, su cui "ruota" il romanzo di Kafka, così come non si deve dimenticare l'origine "teatrale" di Welles, riscontrabile nel cosiddetto "stiramento" di certe scene per affinare ed estremizzarne la drammaticità (proprio al contrario di Antonioni, tanto per fare un nome, che usa lo stesso procedimento ma in senso inverso, "tagliando" non appena un minimo di senso drammatico comincia ad apparire in una sequenza.... D'altronde sappiamo come Welles la pensi nei confronti del cinema del "maestro dell'incomunicabilità").

Tra gli "interventi a favore", è quello di Guido Fink, che parla - andando controcorrente - della "fedeltà filologica, di Welles a Kafka, anche se, in sostanza, la questione di un'astratta e indefinibile fedeltà al testo originale (e non solo nel caso del Processo) sembra essere una delle solite questioni di lana caprina, di quando non si sa mai cosa dire, visto che il cinema è una cosa e la letteratura un'altra, e che ognuno dei due mezzi ha un suo tipico linguaggio. Infatti, "nei locali abbandonati della Gare d'Orsay egli ricerca gli sfondi opprimenti del calvario (sottolineato efficacemente dall'Adagio in sol minore di Albinoni ) di Joseph K., in una prospettiva labirintica dove gli uffici smisurati ed efficienti della ditta celano la stanza delle torture, il corridoio della stanza di Titorelli può sbucare nella chiesa, e tutte le vie conducono prima o poi d tribunale. Se nonostante questo Il processo non è più Kafka, e non risulta nemmeno un'opera autonoma, non pienamente persuasiva comunque, viene spontanea la tentazione di scoprire, e denunciare, le differenze, marginali, le varianti: ma sarebbe un errore imputare la scarsa riuscita dell'opera, che so, all'eccessivo byronismo e all'aggressività di Joseph K o all'atmosfera onirica del film, contrapposte alla passività dell'eroe originario e alla spaventosa "normalità" del discorso kafkiano.

Indubbiamente le radici vanno ricercate più lontano, e così pure la natura dell'infedeltà sostanziale (di per sé non determinante) di Welles rispetto a Kafka. Cioè, per esempio, l'apologo della Legge, nel film gonfiato smisuratamente, quasi come un'operetta morale;..., l'eccessivo servilismo di Block, evidente metafora di una possibilità sbagliata di sopravvivenza. 

Ugo Finetti non trascura di considerare l'importanza dell'assurdo, visto come parte della dimensione umana; e a "rinforzare" questa teoria contribuisce I'uso sempre più raffinato e "sciolto" dell'obiettivo grandangolare (il 18,5 mml, che abbassa soffitti  "schiaccia" e dilata K. e il mondo, gli oggetti, gli ambienti circostanti, ma che, nello stesso tempo, "uniforma" tutto nell'alienazione diffusa (ed è proprio per questo - suggerisce - che la Gare d'Orsay, con la sua smisurata superficie di stazione ferroviaria rende un ambiente simile, e quindi più opprimente, all'altro).

Il più entusiasta - ma non per questo il meno attendibile - è Sandro Studer che trova Il processo un capolavoro (anzi, il capolavoro di Welles, se prima non ci fosse stato Kane). 
"Tutta la critica è partita dal fatto che è constatabile una netta divergenza tra il film e il romanzo e quindi è giunta, nella quasi totalità dei casi, alla conclusione che si tratta di un film in buona sostanza sbagliato, fallito (anche se non è mai detto a chiare lettere)". 
Al film, comunque, sono tranquillamente imputabili due difetti. Anzitutto la presenza di Anthony Perkins come Joseph K.: 
"È vero, somiglia molto (certo in bello) a Kafka stesso, ma dalle rare fotografie pervenuteci, se si guarda l'espressione del volto (e magari la linea della labbra...), si vede subito che ha proprio del "maledetto", del "condannato". Invece purtroppo Perkins ha solo l'aria dello scemo hollywoodiano: in Psycho era perfetto, qui è dannatamente fuori posto". 

L'altra carenza sarebbe nella difficoltà a tenere a mente l'articolazione interna del film (che però prende spunto dal romanzo kafkiano, denso di significati, di "allegorie" e di sovrimpressioni).

Un cenno alla presenza dell'attore Welles. 
McBride si limita a ricordare la sua apparizione come avvocato Hastler, preannunciata dall'alone del fumo del "maledetto" Avana o da quello che si leva dal suo volto quando Leni lo sottopone a quella pratica sadomasochistica che è il "panno caldo" (Welles, d'altronde, "si permette" anche la liberà di modificare il personaggio dell'avocato Hastler che, invece, nel romanzo è un vecchio malato e un po' rimbambito, chiuso nell'immaginazione di un suo millantato potere qui, nel film, è il trait-d'union, il "mediatore", ma il Potere, la Legge, e il povero K., uguale a tutti gli altri imputati che affollano i locali squallidi del Palazzaccio). Welles, d'altronde, è Hastler solo per caso, perché per questo ruolo avrebbe voluto Charles Laughton, che era moribondo. Il risultaio è che, nella sua interpretazione, ci offre sempre l'immagine di un
"cattivo" - come nei suoi film precedenti. Questa volta però diverso dalla solita "maniera": "A Kane, Quinlan, Arkadin, come pure a Macbeth, Otello, era stata concessa almeno una morte solenne, apocalittica. L'avvocato deve invece farsi da parte, assistere al sacrificio del giovane, sapendo che il suo mondo è ormai condannato e ha i giorni contati.

Un'ultima notazione relativa alla tecnica che con l'ottica deformata del grandangolo e un sapiente uso di luce grigia e del contrasto "barocco" tra bianco e nero - comunica un pesante senso di continuo soffocamento. E non va dimendcato nemmeno il discorso di Welles sulla giustizia (qui, nel Processo,sulla Legge.), coerente secondo un filo logico attraverso tutti i suoi film. 
questo punto il diritto (cioè la Legge) risulta visivamente come la più grossa fabbrica di falsità e di spettacolo al tempo stesso, che la società capitalistica deve necessariamente produrre. La giustizia (cioè la Legge) non è l'accertamento della verità, è uno spettacolo comico in cui grandi avvocati e grandi capitalisti giocano uno speciale gioco d'azzardo in cui possono soltanto vincere perché a perdere sono solo e soltanto gli espropriati (o gli asserviti come K.).