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venerdì 20 dicembre 2013

PER UN PUGNO DI DOLLARI (A fistful of dollars) - Sergio Leone


PER UN PUGNO DI DOLLARI 
Regia - Sergio Leone
Soggetto - Sergio Leone (ispirato dalla pellicola La sfida del samurai di Akira Kurosawa)
Genere - Western
Sceneggiatura - Sergio Leone, Duccio Tessari, Fernando Di Leo
Produttore - Arrigo Colombo, Giorgio Papi
Produttore esecutivo - Franco Palaggi
Casa di produzione - Jolly Film (Roma) Ocean Film (Madrid), 
Constantin Film Produktion GmbH (Monaco di Baviera)
Distribuzione (Italia) - Unidis
Fotografia - Massimo Dallamano, Federico G. Larraya
Montaggio - Roberto Cinquini, Alfonso Santacana
Effetti speciali - Giovanni Corridori
Musiche - Ennio Morricone
Scenografia - Carlo Simi, Sigfrido Burmann
Costumi - Carlo Simi
Trucco - Rino Carboni, Dolores Clavel (truccatrice)
Paese di produzione - Italia, Spagna, Germania Ovest
Anno 1964
Durata 100 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Clint Eastwood: Joe, lo straniero
Gian Maria Volontè: Ramon Rojo
Marianne Koch: Marisol
José Calvo: Silvanito
Joseph Egger: Piripero
Antonio Prieto: Don Benito Rojo
Sieghardt Rupp: Esteban Rojo
Wolfgang Lukschy: John Baxter
Margarita Lozano: Donna Consuelo Baxter
Bruno Carotenuto: Antonio Baxter
Mario Brega: Chico
Daniel Martín: Josè
Nino Del Arco: Jesus
Benito Stefanelli: Rubio
Raf Baldassarre: Juan De Dios
Nosher Powell: Cow-Boy che lascia il paese
Juan Cortes: Capitano di cavalleria

Doppiatori italiani

Enrico Maria Salerno: Joe, lo straniero
Nando Gazzolo: Ramon Rojo
Rita Savagnone: Marisol
Luigi Pavese: Silvanito
Lauro Gazzolo: Piripero
Mario Pisu: Don Benito Rojo
Bruno Persa: Esteban Rojo
Giorgio Capecchi: John Baxter
Anna Miserocchi: Consuelo Baxter
Renato Turi: Chico
Nino Pavese: Josè
Sergio Graziani: Rubio
Oreste Lionello: Juan De Dios
Ferruccio Amendola: Uomo dei Baxter, Uomo dei Rojo
Glauco Onorato: Uomo dei Baxter
Arturo Dominici: Capitano cavalleria

Premi
1 Nastro d'Argento 1965: "Migliore musica" (Ennio Morricone)



 
TRAMA

Nel paese messicano di San Miguel arriva Joe, un pistolero solitario e taciturno. II campanaro Juan De Dios lo informa sulla situazione del paese: due famiglie, i Rojo e i Baxter, si contendono il controllo di San Miguel in una faida che continua da anni. Joe intuisce la possibilità di arricchirsi e, nonostante il parere contrario del cantiniere Silvanito che aspira a vivere in pace, si offre al miglior offerente. 
I Rojo sembrano la famiglia più forte: Joe allora uccide quattro uomini dei Baxter che lo avevano provocato, attirando su di sé l'attenzione di don Benito, il maggiore dei fratelli Rojo.

Assunto come pistolero, Joe comincia a lavorare per i propri interessi.
In paese arriva una diligenza scortata da molti soldati messicani. Non riuscendo a scoprire che cosa contiene, Joe la segue fuori da San Miguel.
Assiste così, non visto, al massacro dei messicani da parte di un gruppo di soldati nordisti: si tratta in realtà di Ramon Rojo e dei suoi uomini, che si impadroniscono dell'oro messicano lasciando sul posto solo cadaveri.
Ramon, il più pericoloso dei Rojo, espertissimo nel tiro col fucile, ha un unico punto debole: la passione per Marisol, una donna che ha strappato al marito costringendola e divenire la sua amante.

Joe entra in azione: dopo una cena offerta dai Rojo ai Baxter in segno di pace (in realtà è un trucco in attesa che si calmino le acque), vende ai Baxter I'informazione che due dei soldati messicani sono sopravvissuti e si nascondono nel cimitero. Subito dopo vende ai Rojo la stessa notizia, e le due famiglie si scontrano in una sparatoria notturna per due uomini che in realtà sono già morti (è stato Joe a sistemare le cose in modo che sembrassero ancora vivi). 
Nello scontro Antonio, il figlio del vecchio Baxter,è preso priginiero dai Rojo, che vorrebbero servirsene come arma di ricatto: ma contemporaneamente Joe, durante una perquisizione nelle cantine dei Rojo per individuare il nascondiglio dell'oro, ha involontariamente colpito Marisol facendole perdere i sensi, e approfitta dell'occasione per consegnarla ai Baxter. Riequilibra così le parti. 
Lo scambio dei prigionieri avviene nella strada principale del paese sotto gli occhi, tra gli altri, del marito e del figlio di Marisol: gli uomini di Ramon li ucciderebbero se non fosse per l'intervento di Silvanito, che li difende imbracciando un fucile.

La notte seguente, dopo essere nuovamente tornato al servizio dei Rojo, Joe si finge ubriaco. Approfittando dell'oscurità e dell'assenza di Ramon, raggiunge il cascinale dove Marisol è tenuta prigioniera, uccide gli uomini di guardia e libera la donna facendola fuggire con il marito e il figlio.
Al suo ritorno a casa dei Rojo, però, viene scoperto da Ramon. Catturato, è picchiato a sangue da tutta la banda. Riesce a scappare e, nascosto in una bara, assiste all'uccisione di tutta la famiglia Baxter da parte dei Rojo.
Ramon, con il pretesto della fuga di Joe, mette a ferro e fuoco l'intero paese.
Nascosto nella vecchia miniera, Joe riacquista progressivamente l'uso delle mani. Quando viene informato dal becchino Felipero che Ramon ha catturato Silvanito e lo tortura per scoprire il suo nascondiglio, torna in paese e affronta i Rojo. 
Protetto da una lastra d'acciaio, non cade sotto i precisi colpi di Ramon e, dopo aver eliminato tutti i suoi uomini, lo uccide in duello. 
Tornata la pace in un parte ormai deserto, Joe riparte prima dell'arrivo dei governativi.







   
COMMENTO

Per un pugno di dollari uscì nei cinema in sordina  nel 1964 e, dopo un paio di giorni, riempì le sale e si avviò a diventare il maggiore successo della stagione. Evidentemente gli spettatori si erano passati parola, che rimane la forma di pubblicità più efficace oltre che la più a buon mercato. La proporzione tra il basso costo del prodotto e il suo ricavo miliardario risulto dell'uno a venti e, a fine sfruttamento, dell'uno a trenta (tre miliardi degli anni Sessanta). 
Mica male per un film nato per caso, con gli autori, gli attori e i tecnici nascosti sotto pseudonimi anglofoni (il solo sconosciuto protagonista americano, un certo Clint Eastwood, mantenendo la propria identità), un film nel quale non credeva nessuno e che conquistò non soltanto l'Italia, ma il mondo. 
Non era certo il primo western girato nel nostro paese, ma fu il primo "all'italiana", il capostipite di un genere che sforno poi centinaia di imitazioni e influenzo Hollywood, ma che per intanto trasformò in autore il regista che lo aveva inventato, e che in seguito si firmò col vero nome: Sergio Leone.

Quale pseudonimo (Bob Robertson = figlio di "Roberto Roberti") Sergio Leone aveva scelto quello di suo padre Vincenzo, che tra l'altro era stato uno dei registi di fiducia di Francesca Bertini, mentre sua madre Bice Valerian, attrice del muto, pare avesse fatto l'indiana in un western italiano del 1909! 
La predisposizione dunque c'era. A parte ciò, il figlio aveva acquisito un gran mestiere lavorando fin da giovanissimo con diversi registi tra cui il neorealista De Sica (in Ladri di biciclette era uno dei seminaristi che ridendo e parlottando si riparano dall'acquazzone), e poi, quando Hollywood venne "sul Tevere", partecipando alla "seconda unità" di colossi storico-mitologici come il Ben Hur
Debutto infatti a sua volta con Gli ultimi giorni di Pompei (subentrando al vecchio malandato Bonnard) e Il colosso di Rodi. Ma nutriva insieme un profondo amore per John Ford e il cinema americano per eccellenza, ossia il western.
Non andò tuttavia a prendere ispirazione da un modello americano, bensì da uno giapponese, Yojimbo di Akìra Kurosawa, uscito da noi col titolo La sfida del samurai. Anzi, più che l'ispirazione prese addirittura la trama, ricalcandola così fedelmente che ci fu un processo per risarcimento. Del quale i giapponesi furono soddisfattissimi, perché agli incassi cospicui di Yojimbo aggiunsero i diritti di sfruttamento dell'ancor più eccitante "copia" italiana.

Se la vicenda e i personaggi sono praticamente identici, pur con gli aggiustamenti imposti da ambientazione ed epoca diverse, l'ironia e la "moralità" che percorrono i due film si pongono su versanti lontani.
Per un pugno di dollari trasforma la parodia contenuta anche se sferzante del modello in una sorta di superparodia eccentrica, e la violenza del film-spada in superviolenza volutamente esagerata, distruttrice come le calamità naturali dei film mitologici. 
Kurosawa polemizzava con gli yakuza, i gangster che riempivano il cinema giapponese; Leone invece ha per obiettivo fondamentale (perseguito e perfezionato in Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo) la smitizzazione o addirittura il ribaltamento del western all'americana. 
Nel primo tassello della trilogia, raggiunge lo scopo per la via più spiccia: la linea retta.






              
Il pistolero senza nome (o col nome di Joe che gli altri gli attribuiscono) esce dal nulla e rientrerà nel nulla come Shane, ma nulla possiede del "cavaliere della valle solitaria": sia perché non arriva su un cavallo ma su un mulo (e si arrabbia quando lo sfottono), sia perché non ha neppure uno straccio di quell'alone romantico di riparatore di torti che aveva il suo predecessore. Distaccato e quasi assente, trasandato nel look e nel vestire (guance ispide, poncho, cappellaccio, cigarrillo che poi è un mezzo toscano), si vende con indifferenza e cinismo da antieroe moderno all'uno o all'altro clan, anzi all'una o all'altra "cosca" che traffica in alcol e armi (non ancora in prostituzione e in droga), e mette pace nel paese semplicemente sterminando di persona (o promuovendone il reciproco massacro) le due famiglie padronali, e alimentando il lavoro del becchino che è l'unico, oltre a lui, a trarre giovamento dalla carneficina. 
Ma nemmeno l'oro, a ben guardare, interessa fino in fondo questo giustiziere rapido come il fulmine, che come Arlecchino è servo di due padroni, purché i padroni finiscano equamente al cimitero. Del resto il villaggio ha una strana aria cadaverica fin dall'inizio, e l'imbarazzante mercenario sembra avere l'unica missione di completare l'opera, eliminando i potenti che si ostinano a stare in piedi invece di adagiarsi, buoni buoni, nelle bare che il necroforo sa cosi ben misurare "a occhio".

Tutto questo è evidentemente parodistico. Una parodia giocata a suon di musica, talché Morricone diventa un compositore che funge da sceneggiatore.
Per contro, la violenza è enormemente più plastica che nel western tradizionale e ormai ripetitivo. Efferatezza e sparatorie abbondano e il regista vuole che le pallottole penetrino nei corpi e li facciano sanguinare. Cruda legge di antico stampo mediterraneo: né il padre Omero né i tragici greci o romani facevano complimenti al riguardo. Loro le carni le straziavano e le esibivano in primo piano esattamente come Sergio Leone che accomuna nella stessa inquadratura uccisore e ucciso, in modo che non ci siano dubbi  sul percorso di quella pallottola. E nello sguardo del pistolero c'è la gelidità che occorre: i suoi occhi spietati (tanti anni dopo Clint Eastwood farà un film da Oscar intitolato Gli spietati e Io dedicherà alla memoria di Sergio) sbucano da sotto il cappello e per così dire si distendono sul cinemascope. 
Purtroppo gli effetti di quest'ultimo sono attenuati dalla riduzione dello schermo televisivo.

L'azione si svolge in un luogo ben delimitato e in un tempo concentrato, secondo le classiche unità teatrali. Ma il tempo del film, cioè il suo ritmo, viene invece dilatato e rallentato secondo una concezione che Leone svilupperà sempre meglio in futuro. A qual fine dunque la profusione dei dettagli e dei primissimi piani, o la presenza grottesca di un "cattivo" assatanato come Volonté (reso popolare da questo film e dal successivo), se non per la voglia matta di costringere lo spettatore a banchettare con il crimine e magari a riflettere sulle sue radici? 
Sì, a riflettere anche politicamente: l'autore ne sarà in seguito sempre più convinto. 
Due cose sole sappiamo sul protagonista: che non stava tanto bene a casa sua e che odia i padroni.
Forse il villaggio tra Messico e Stati Uniti non richiama un paese del nostro Meridione? 
Non si può escludere che Per un pugno di dollari sia piaciuto anche per questi motivi più seri. La favola western stavolta gronda sangue ma, nel suo modo rude, cruento e metaforico, urla anche giustizia. E la prospettiva starà molto a cuore al cinema di Sergio Leone che verrà sulle ali del suo primo trionfo di pubblico.


  

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